Carovana delle persone in cammino: il Messico è sempre più un imbuto

Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)

Ricardo ha capito che doveva abbandonare l’Honduras a fine ottobre 2021 quando, a pochi isolati da casa sua, un’amica transgender è stata uccisa. Da tempo l’omofobia che si respirava nel suo quartiere gli faceva paura, e la mancanza di lavoro lo tormentava. Ricardo non ci ha pensato due volte: ha preso le sue cose e si è messo in cammino verso Nord. Sapeva che pochi giorni dopo da Tapachula, una città che si trova sulla frontiera meridionale del Messico, sarebbe partita una “carovana di migranti”, come si definisce la strategia dei migranti che consiste in viaggiare in grandi gruppi e alla luce del sole per sentirsi più sicuri. Per raggiungere Tapachula e gli altri membri della carovana, Ricardo ha dovuto attraversare Honduras e Guatemala in autobus, e passare illegalmente la frontiera messicana.

La “Carovana per la giustizia, la dignità e la libertà del popolo migrante in cammino” ha percorso una ventina di chilometri al giorno per più di 50 giorni, a volte sotto il sole cocente del tropico, altre volte sotto la pioggia. I migranti, soprattutto provenienti dall’America Centrale, ma anche da Haiti e Cuba, hanno dormito nelle piazze dei paesi che attraversavano, o ai bordi delle strade. In alcune occasioni parroci, Comuni o la popolazione hanno portato loro acqua, viveri e disinfettante per curarsi le vesciche, ma spesso nessuno si è avvicinato. 

Dopo cinque settimane di cammino, la carovana è arrivata a Città del Messico, dove le autorità hanno offerto ai migranti un visto umanitario. Alcune famiglie hanno deciso di rimanere, ma la maggior parte ha preferito continuare il suo viaggio verso gli Stati Uniti. Durante i 1.130 chilometri che ha percorso, la “Carovana per la giustizia, la dignità e la libertà del popolo migrante in cammino” si è sfilata e riorganizzata. Alcune persone che ne facevano parte, come Ricardo, si sono staccate e hanno continuato il viaggio verso Nord da sole, e allo stesso tempo persone nuove si sono aggiunte strada facendo.

Quando è partita, la carovana era composta principalmente da migranti che da mesi erano bloccati a Tapachula in attesa di ricevere una risposta alla loro richiesta di asilo. Questo perché nel 2021 la Comisión Mexicana de Ayuda a Refugiados (Comar) ha ricevuto più di 131mila domande, registrando un aumento del 300% rispetto all’anno precedente, e non è stata in grado di processarle tutte. Un gruppo di migranti ha quindi deciso di lasciare la città in carovana per uscire da quella che considerano come una prigione a cielo aperto e, allo stesso tempo, per rendere visibile la loro situazione all’opinione pubblica nazionale e internazionale. 

Il Messico è sempre più una specie di imbuto perché durante lo scorso anno il flusso di migranti verso gli Stati Uniti è triplicato, contemporaneamente all’inasprimento della politica migratoria del governo messicano. Il risultato è che molte persone arrivano in Messico senza riuscire poi a trovare un’uscita verso Nord. L’aumento dei flussi migratori è determinato soprattutto dalla crisi economica causata dalla pandemia, dagli uragani che hanno colpito l’America Centrale nell’autunno 2020, dal terremoto e la crisi sociale scatenata dall’omicidio del presidente di Haiti, oltre che dall’illusione che l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca avrebbe portato ad una svolta nelle politiche migratorie statunitensi. 

Da ottobre 2020 a ottobre 2021, 1,7 milioni di migranti sono stati fermati dalle autorità sulla frontiera meridionale statunitense, e anche dall’altra parte del confine si è registrato un record: nessun governo messicano ha fermato tanti migranti in un anno come quello di López Obrador. Il presidente progressista è arrivato a schierare 14mila effettivi della Guardia Nazionale sulla frontiera meridionale messicana con il proposito esplicito di bloccare i migranti, a seguito delle minacce dell’ex presidente Usa Donald Trump di aumentare i dazi delle importazioni messicane del 5% se non avesse impedito ai migranti di arrivare alla frontiera meridionale statunitense.

Le violenze della Guardia Nazionale contro la popolazione migrante sono state molte, dai tentativi di bloccare le carovane -facendo muro con scudi e manganelli- alle sparatorie contro i veicoli che li trasportano, che hanno causato anche dei morti. D’altra parte, in più di un’occasione i migranti sono stati vittime di incidenti stradali. A novembre, 12 migranti sono morti carbonizzati all’interno di due automobili dopo un incidente, ma il più grave è avvenuto il 9 dicembre, quando in Chiapas si è ribaltato un camion su cui 166 migranti viaggiavano ammassati. Nell’incidente sono morte 56 persone, schiacciate dai loro compagni di viaggio. 

Il fatto che, prima di ribaltarsi, il camion sia passato davanti a tre posti di blocco senza essere mai stato fermato fa sospettare della possibilità che le autorità stessero insabbiando il traffico di persone. Si tratta di un’attività molto lucrativa: i migranti avevano pagato quasi 10mila euro per essere trasportati dal Chiapas al Texas. “La causa profonda di incidenti come questo è l’inasprimento delle politiche migratorie. I trafficanti vedono aumentare il loro beneficio economico e le reti di traffico di persone si rafforzano”, spiega Rita Robles di Alianza Americas, Ong che lavora con migranti di origine latina negli Stati Uniti.

Carmen tira fuori dalla borsa alcuni fogli che le ha consegnato un tribunale del Salvador. “Un tribunale mi da ragione, non ho solo la mia parola”, dice mentre mostra i documenti. Si trattava della denuncia contro il suo ex compagno e alcuni suoi amici che fanno parte di una gang. “Sono venuti a casa mia dicendo che mi davano quindici giorni per tornare con lui, se non lo avessi fatto mia figlia di sette anni ne avrebbe pagato le conseguenze”. Malgrado la paura Carmen non ha perso lucidità: il giorno dopo ha preso sua figlia e una valigia e si è incamminata verso gli Stati Uniti.

“Devo stare lontana dall’Honduras per proteggere mia figlia. Ci sono molte persone nella carovana che, come me, stanno fuggendo da qualcosa o da qualcuno”, racconta Carmen mentre la bambina gioca con un’amica nel campo da basket del paese di Acacoyagua, nel Chiapas. Da lì mancano circa 3mila chilometri alla frontiera con gli Stati Uniti. Se riuscirà a raggiungerla, a Carmen toccherà aspettare lì fino a sei mesi. Questo perché dal 6 dicembre 2021 è entrato nuovamente in vigore il Migrant Protection Protocols (MPP), un programma del governo statunitense che obbliga i richiedenti asilo ad aspettare la risposta in Messico.

Il programma è stato creato da Trump e negli anni scorsi circa 70mila migranti sono rimasti bloccati sulla frontiera settentrionale messicana in attesa della risposta alla loro richiesta d’asilo da parte di una corte statunitense. La cancellazione del Migrant Protection Protocols è stata una delle promesse di campagna di Biden, che allora lo definì “inumano”, ma ad agosto scorso un tribunale federale del Texas ha ordinato che tornasse in vigore. 

Secondo Rita Robles di Alianza Americas, la riattivazione del Migrant Protection Protocols mette in luce l’esistenza di un problema di sovranità del Messico. “Il programma è imposto arbitrariamente da un tribunale statunitense e il Messico non è obbligato a riattivarlo; lo ha accettato nuovamente perché gli Stati Uniti hanno donato dei vaccini”. 

“La sua amministrazione ha preso la decisione di normalizzare ed ampliare una politica crudele di dissuasione, che fallisce nell’affrontare le cause di fondo della migrazione”, ha scritto a dicembre un gruppo di parlamentari democratici al presidente. In risposta, il 30 dicembre Biden ha chiesto alla Corte Suprema, che è composta in maggioranza da giudici repubblicani, di cancellare nuovamente il Migrant Protection Protocols. Carmen teme che le gang del Salvador abbiano contatti in Messico e che questi la possano trovare. Sa che solo una volta raggiunti gli Stati Uniti, quando arriverà a casa di sua sorella, lei e sua figlia si sentiranno sicure.

Articolo pubblicato su Altreconomia l’11 gennaio 2022: https://altreconomia.it/carovana-delle-persone-in-cammino-il-messico-e-sempre-piu-un-imbuto/

El flujo migratorio hacia Estados Unidos bate récords

Orsetta Bellani, El Gara (Foto: Orsetta Bellani)

América tiene dieciocho años y migró por primera vez cuando tenía cinco, con su hermano poco mayor que él. Sus intentos de llegar a Estados Unidos suman ya veinte, más que los años que tiene. Esta vez América ha decidido dejar Honduras con una «caravana», como se denomina desde octubre de 2018 a la estrategia de los migrantes de viajar en grandes grupos para sentirse más seguros durante el camino.

Esta caravana avanza en un año especial, pues en 2021 los flujos migratorios hacia el norte se han triplicado, con unas 200.000 detenciones en la frontera sur de Estados Unidos. Del otro lado del límite fronterizo también se registró un récord: ningún Gobierno mexicano ha arrestado a un número tan grande de migrantes en un año como el del presidente Andrés Manuel López Obrador. La explicación no es solo que el número de personas que viajan hacia el norte ha aumentado, sino también que las políticas migratorias se han endurecido.

En una ocasión, América fue detenido por las autoridades mexicanas y deportado a Honduras. Otra vez, cuando se encontraba en el sur de México, fue secuestrado por el grupo criminal Jalisco Nueva Generación. «Son buenas personas: me quitaron el dinero que tenía, pero me dieron comida y cigarrillos, y me llevaron al tren para que pudiera seguir mi viaje», dice América cuando nos encontramos a finales de octubre, en el momento en el que la caravana de migrantes cumplía unos pocos días de camino en el sureño estado de Chiapas.

Durante sus veinte viajes, América se ha desplazado por México sin tener un rumbo claro, con la vaga idea de querer llegar a Estados Unidos, buscando trabajitos allí donde la suerte lo llevara. Pero a veces lo vencía la nostalgia y regresaba a Honduras para ver a su mamá. Se quedaba allí una temporada y luego emprendía el camino otra vez. «Puedo dormir donde sea: en el suelo, junto a las vías del tren o bajo un aguacero», asegura el adolescente. Tiene acné en las mejillas, un polo de flores y una gorra para protegerse del sol. A su alrededor, los demás migrantes descansan buscando la sombra, esperando a que la tarde apague el sol para emprender otra vez la ruta.

Veinte kilómetros diarios
La Caravana por la Justicia, la Dignidad y la Libertad del Pueblo Migrante en Camino recorre unos 20 kilómetros al día, sin importar si el calor abrasa o la lluvia no da tregua. Uno de sus objetivos es visibilizar las dificultades que vive la población migrante y protestar contra las políticas migratorias de los dos países norteamericanos.

La caravana salió el 26 de octubre de la ciudad chiapaneca de Tapachula y llegó a Ciudad de México el 12 de diciembre, donde las autoridades ofrecieron a sus integrantes una visa por razones humanitarias. Algunos se quedarán en México, pero la mayoría seguirá su viaje hacia Estados Unidos. Cuando salió del sur de México la integraban unas 2.000 personas adultas y centenares de menores. La mayoría de ellos son centroamericanos, pero hay también personas procedentes Haití y Cuba, y hasta algunos de procedencia africana.

Han dormido en las plazas de los pueblos o en los arcenes, cuando los hay, de las carreteras. A veces ayuntamientos, párrocos o pobladores les apoyan suministrándoles agua y comida. En muchos casos no aparece nadie para ofrecerles víveres o desinfectante para curarse las ampollas producidas por las largas caminatas. América no tiene ampollas en los pies ni una meta clara, pero está seguro de que Honduras es demasiado peligroso para vivir.

Durante las ocho semanas y más de 1.100 kilómetros de camino recorrido, la caravana se ha ido deshilando y reconfigurando. Algunas personas se han separado y han seguido el viaje por su cuenta, al mismo tiempo que otras nuevas se han sumado a esta marcha. La mayoría de quienes salieron de Tapachula en caravana llevaban meses varadas en el lugar a la espera de recibir una respuesta a su solicitud de refugio. Esa tardanza se debe a que la Comisión Mexicana de Ayuda a Refugiados (Comar) está saturada: se calcula que antes de terminar el año habrá recibido unas 130.000 solicitudes de asilo, cifra que representa un 46% más que el año anterior. Para intentar aliviar la situación de esta ciudad que muchos migrantes consideran como una cárcel, el Gobierno prometió trasladarlos en autobús a otras regiones de México y ofrecerles una tarjeta de visitante por razones humanitarias.

Desde hace semanas, miles de solicitantes de asilo están acampando en el estadio de Tapachula, a la espera de ser trasladados a otros lugares del país.

Una política migratoria más dura
Este año los flujos migratorios han sido especialmente intensos debido, sobre todo, a la crisis económica causada por la pandemia del coronavirus, a los huracanes que azotaron Centroamérica, al terremoto de Haití y a la crisis social que desató el magnicidio de su presidente, Jovenel Moise. También ha influido la falsa ilusión de que la llegada de Joe Biden a la Casa Blanca conllevaría un viraje en las políticas migratorias estadounidenses.

Todo esto ha ocurrido simultáneamente al endurecimiento de la política migratoria del Ejecutivo mexicano: en mayo de 2019, Donald Trump amenazó a López Obrador con subir los aranceles del 5% si no se comprometía a frenar los flujos migratorios, y éste decidió desplegar más efectivos de la Guardia Nacional en la frontera sur de México con el objetivo específico de detener a las personas migrantes. Los intentos de la Guardia Nacional de desarticular la caravana han sido varios a lo largo de su trayecto. El último, cuando entraba a Ciudad de México y se topó con un muro de policías.

La violencia contra la población migrante por parte de la Guardia Nacional tiene un largo historial, que va desde los intentos de bloquear las caravanas a los tiroteos contra los vehículos que los transportan, que han provocado muertos. Además, en más de una ocasión sus vehículos han tenido accidentes en la carretera.
En noviembre doce personas murieron calcinadas en el interior de dos camionetas tras un choque en Chiapas. Pero el accidente más grave ocurrió el pasado 9 de diciembre, en Tuxtla Gutiérrez (Chiapas), donde volcó un camión en el que viajaban hacinados 166 migrantes, en su mayoría guatemaltecos.
Murieron 56, muchos de ellos aplastados por sus propios compañeros de viaje. Antes de volcar, el camión había pasado junto a tres retenes policiales, pero nadie lo detuvo para revisarlo, lo que levantó la sospecha de la posibilidad de que las autoridades estuvieran encubriendo el tráfico de personas. Se trata de un negocio muy lucrativo: los migrantes habían pagado casi 10 mil euros para ser trasladados desde Chiapas hasta Texas. «Las causas más profundas de accidentes como estos tienen que ver con el recrudecimiento de la política migratoria: está probado que a mayor fortalecimiento de la política de rechazo de personas migrantes, más se fortalecen las redes de tráfico de personas, pues aumenta el beneficio económico», afirma Rita Robles de la ONG Alianza Américas.

«Quédate en México»
Carmen saca de su bolso unos papeles que le entregó un juzgado de El Salvador. «Un tribunal me avala, no tengo sólo mi palabra», dice mientras muestra los documentos. Se trata de la denuncia contra su expareja y unos amigos suyos pandilleros. «Fueron a mi casa diciendo que me daban quince días para que volviera con él, en caso contrario la iba a pagar mi hija de siete años», relata. El miedo no le hizo perder la lucidez. Al día siguiente, Carmen agarró su hija y una maleta y puso rumbo a Estados Unidos. «Tengo que estar lejos de allá para proteger a mi hija. Hay bastantes personas en la caravana que venimos así, huyendo de algo o de alguien», cuenta Carmen, mientras su hija juega con una amiga en la cancha de fútbol del pueblo de Acacoyagua, en Chiapas.

Faltan más de 3.000 kilómetros para llegar a la frontera con Estados Unidos. Aunque llegue hasta allí, a Carmen le tocará pasar un tiempo en alguna ciudad fronteriza de México porque el 6 de diciembre entró nuevamente en vigor el «Quédate en México» (MPP – Migrant Protection Protocols, por sus siglas en inglés), un programa del Gobierno estadounidense que obliga a los solicitantes de asilo a esperar la resolución a su petición en México, donde se pueden tener que quedar hasta seis meses.

El programa fue creado por Trump y ha dejado a unos 70.000 migrantes varados en la frontera norte de México a la espera de la respuesta de una corte estadounidense. Su cancelación fue una de las promesas electorales
de Biden, que lo ha calificado de «inhumano», pero un tribunal federal de Texas ha ordenado su reimplantación.«La reinstalación de ‘Quédate en México’ ha sido impuesta de forma arbitraria por un tribunal de Estados Unidos y, por jurisdicción no tendríamos que atenderla, es una cuestión de soberanía. Nos regalaron vacunas y bajo ese compromiso lo aceptamos otra vez», afirma Rita Robles.

Carmen tiene miedo de que las pandillas de El Salvador tengan contactos en México para mandarla buscar, y teme la peligrosidad de las ciudades fronterizas del norte del país. Sabe que sólo una vez en Estados Unidos, cuando llegue a casa de su hermana, ella y su hija se sentirán seguras.

Artículo publicado en El Gara el 27.12.2021.

Carovane migranti: il “muro” degli Usa in Guatemala e le prossime scelte di Biden

Orsetta Bellani, Altreconomia

Quarantotto ore bloccati in una strada che porta a Città del Guatemala. Di giorno sotto il sole cocente, di notte dormendo sull’asfalto. E poi sono arrivate le minacce, i gas lacrimogeni, i manganelli. Gli autobus del rimpatrio diretti in Honduras.

È successo a circa 6mila migranti honduregni, famiglie intere che sabato 16 gennaio 2021 sono entrate in Guatemala in “carovana”, come si definisce la strategia dei migranti, inaugurata nel 2018, che consiste nel muoversi verso gli Stati Uniti in grandi gruppi per rendere il viaggio più sicuro e fare maggiore pressione sulle autorità.

I migranti si erano messi d’accordo su Facebook per partire venerdì 15 mattina dalla città honduregna di San Pedro Sula, fino al 2015 considerata il centro più pericoloso del mondo. Fuggono da un Paese in cui circa la metà della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà, le maras –cioè le gang criminali- terrorizzano la popolazione, la pandemia ha portato alla perdita di più di mezzo milione di posti di lavoro e, lo scorso novembre, gli uragani Eta e Iota hanno causato gravi danni a circa il 70% della popolazione. 

La “carovana migrante” aveva percorso solo 230 chilometri -ne mancavano ancora 4mila alla frontiera statunitense- quando si è scontrata con una barriera di 3mila soldati e poliziotti guatemaltechi, che dopo due giorni di negoziazioni li ha caricati ed espulsi. Forse alcuni di loro proveranno nuovamente ad intraprendere il viaggio verso nord in piccoli gruppi, forse fra pochi giorni organizzeranno una nuova carovana. 

“Al governo guatemalteco in verità non importa se i migranti honduregni transitano sul suo territorio; il fatto è che non è un governo che si comanda da solo, ma viene comandato dagli Stati Uniti”, spiega Olga Sánchez Martínez, fondatrice della struttura di ricezione per migranti Albergue Jesús el Buen Pastor di Tapachula, che ho incontrato a ottobre sulla frontiera tra Guatemala e Messico.
Secondo la religiosa, gli Stati Uniti minacciano di strozzare economicamente il Guatemala, che risponde accettando la funzione di “gendarme” della politica migratoria statunitense. 

Se Joe Biden rispetterà le sue promesse, a partire dal 20 gennaio, con il suo insediamento, questa dovrebbe cambiare profondamente. “Biden ha promesso di smontare completamente la politica migratoria dell’amministrazione Trump. Alcuni cambiamenti sono relativamente facili e si faranno con una semplice firma, altri richiedono processi più lunghi”, riflette Helena Olea, direttrice di Alianza Américas, una rete di organizzazioni di migranti latinoamericani negli Stati Uniti. 

“Sono anche state annunciate iniziative legislative che ci sembrano positive, come un progetto di legge per la regolarizzazione migratoria delle undici milioni di persone che vivono negli Stati Uniti senza permesso di soggiorno, e alcuni cambiamenti delle politiche per i richiedenti asilo”. Ma non è prevista, continua Helena Olea, nessuna deroga alla chiusura totale delle frontiere stabilita all’inizio della pandemia per i richiedenti asilo, che ora vengono immediatamente espulsi dal Paese.

“Questa volta non mi sono unito alla carovana perché ho un problema in famiglia”, scrive in chat David, un ventenne honduregno a cui l’uragano Eta ha portato via la casa. L’avevo incontrato nell’ottobre scorso a Tecún Umán, città guatemalteca al confine con il Messico, durante la prima “carovana migrante” fermata dall’esercito guatemalteco. Fino a quel momento, le autorità del Paese centroamericano avevano lasciato transitare senza restrizione i cittadini honduregni, soprattutto a causa di un accordo di libera circolazione tra Honduras, Guatemala, El Salvador e Nicaragua chiamato “Centroamerica-4”, che il Guatemala ha “congelato” in nome delle misure sanitarie per prevenire la diffusione del Covid-19.

Quando nell’ottobre 2020 ho conosciuto David, il giovane si spostava con altri migranti sul confine tra Guatemala e Messico. Sapeva che quelli che erano rimasti indietro, nella coda della carovana, venivano poco a poco rimpatriati in Honduras, e che a Tecún Umán non sarebbe arrivato un numero sufficiente di migranti da poter vincere la resistenza della autorità migratorie messicane sul ponte internazionale che porta alla città di Tapachula. 

La prima volta era successo nell’ottobre 2018, quando circa 7mila centroamericani entrarono in Messico tra spintoni e gas lacrimogeni, e da lì attraversarono tutto il Paese a piedi senza che le autorità li molestassero. Quattromila chilometri che separano il clima tropicale di Tapachula da quello desertico di Tijuana, città che si trova sul confine con gli Stati Uniti. Alcuni riuscirono poi ad aggirare il muro che divide i due Paesi ed entrarono in piccoli gruppi nel Paese nordamericano, altri sono rimasti bloccati in Messico. 

A quell’epoca il muro si trovava al suo posto, sul confine statunitense. Le cose sono cambiate dal maggio 2019 quando, a causa delle minacce di Donald Trump di aumentare del 5% i dazi sulle importazioni messicane se il suo governo non avesse frenato “il flusso dei migranti irregolari”, il presidente Andrés Manuel López Obrador ha militarizzato ulteriormente la frontiera meridionale messicana e aumentato del 63% le deportazioni di migranti centroamericani, che solo nel primo anno sono arrivate a 124mila. 

Le minacce di Trump hanno fatto quindi “scendere” il muro fino alla frontiera meridionale messicana, e nel gennaio 2020 la Guardia nazionale ha caricato e arrestato i membri della “carovana migrante”. Mesi dopo, con il pretesto delle misure sanitarie di prevenzione al Covid-19, l’esternalizzazione delle frontiere statunitensi si è spinta sempre più a sud e ha raggiunto il Guatemala, dove il “muro di Trump” si è frantumato e moltiplicato in numerosi posti di blocco, in cui gli honduregni vengono fermati e deportati.

“Mi consegnerò alle autorità guatemalteche perché mi rimandino in Honduras”, mi ha detto David quando in ottobre l’ho incontrato sul confine con il Messico. “Non ho soldi e non conosco bene il Messico, che è un Paese grandissimo, senza carovana è troppo pericoloso viaggiare. Già una volta la polizia di frontiera messicana mi ha fermato e imprigionato per due mesi. Non so se ci riproverò in futuro, ora anche il Guatemala è diventato un ostacolo e non so se ha senso continuare a provarci in carovana. Forse è meglio migrare in piccoli gruppi”. A metà gennaio 2021 David assicura però che se a febbraio ci fosse una nuova “carovana migrante” non perderà l’occasione. Dice che non ha alternative alla migrazione.

Articolo pubblicato da Altreconomia il 20 gennaio 2021: https://altreconomia.it/carovane-migranti-il-muro-degli-usa-in-guatemala-e-le-prossime-scelte-di-biden/