Non c’è pace per la Colombia. E i leader sociali restano nel mirino

Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)

Quando viene alla luce un bambino, in Colombia si sotterra il suo cor- done ombelicale dove è stato par- torito. Quello di Héctor Carabalí Charrupí si trova in un villaggio sulle rive del fiume Tambo, nel Dipartimento del Cauca, e per quanto le minacce di morte che riceve dai gruppi paramilitari lo costringano a vagare da un posto all’altro, il legame con quella terra è indissolubile. Già da ragazzino, Héctor Carabalí Charrupí partecipava alle lotte della sua comunità in difesa del territorio, minacciato dalla costruzione di una diga e dall’estrazione mineraria. In età più avanzata, ha fondato il Coordinamento nazionale di organizzazioni e comunità afrodiscendenti (Conafro), che è parte del movimento Marcha Patriotica, e l’associazione di vittime del conflitto armato Renacer siglo XXI.

Non è facile essere un militante politico in Colombia, il Paese latinoamericano più pericoloso per i leader sociali: secondo le Nazioni Unite, ne sono stati uccisi più di 420 dal 2016, anno in cui il governo e la guerriglia delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc-Ep) hanno firmato degli accordi di pace per mettere fine a un conflitto che durava da una cinquantina d’anni. “Speravamo che con quella firma il conflitto sarebbe gradualmente diminuito, invece la situazione è peggiorata. Noi che facciamo parte delle comunità contadine, indigene e nere viviamo in mezzo al fuoco incrociato. Il partito Centro Democratico (fondato dell’ex presidente di estrema destra Álvaro Uribe, ndr), che da sempre è stato contrario a negoziare con le Farc, oggi è al governo e non sta rispettando gli accordi di pace firmati -dice Héctor Carabalí Charrupí-. Ad esempio, il governo non sta garantendo la sicurezza degli ex combattenti e dalla firma degli accordi di pace, nel 2016, ne sono stati uccisi più di 270. In pochi casi il governo ha rispettato la promessa di finanziare i progetti creati dagli ex guerriglieri per potersi reinserire nella vita civile con un lavoro dignitoso. Senza quello, è facile per loro pensare che l’unica opzione sia imbracciare di nuovo le armi”. Nel 2019 alcuni tra gli ex comandanti più in vista della guerriglia, che per anni erano stati seduti ai tavoli dei negoziati, hanno ripreso in mano i fucili e fondato gruppi chiamati “Dissidenze delle Farc”. Operano in zone rurali della Colombia, dove proliferano anche altri gruppi armati che si finanziano con il narcotraffico.

“Non penso si possa affermare che le Dissidenze delle Farc abbiano un’ideologia politica e, almeno finora, non rispondono a un comando centralizzato”, chiarisce Héctor Carabalí. L’ultima azione delle Dissidenze delle Farc che ha raggiunto le cronache internazionali è avvenuta a fine marzo 2021, quando hanno fatto esplodere un’autobomba davanti al municipio della cittadina di Corinto, nel Cauca, ferendo 43 persone.

La situazione in Colombia è poi esplosa il 28 aprile, a causa di una riforma fiscale che aumentava le tasse in piena crisi economica causata dalla pandemia. La goccia che ha fatto traboccare un vaso che da tempo si stava riempiendo. “La riforma fiscale è stata il detonatore di uno scontento che ha a che vedere con una serie di debiti storici che lo Stato ha con il popolo colombiano: la mancanza di sanità pubblica, di educazione e di infrastrutture, oltre al mancato rispetto degli accordi di pace con le Farc. Il governo non ha saputo sanare le fratture lasciate dal conflitto armato -spiega il militante colombiano-. Per tutto questo la gente è scesa per strada con tanta rabbia, giorno dopo giorno, malgrado la repressione della forza pubblica. Alla fine di una manifestazione, nella città di Cali, un poliziotto ha sparato in testa a un ragazzo del mio villaggio, e sono tante le storie simili. La nostra speranza è che la comunità internazionale posi gli occhi sulla Colombia e su quello che ha fatto e sta facendo il presidente Iván Duque”.

Plaza Bolívar, la piazza principale di Bogotá, durante una protesta nel 2015. Foto: Orsetta Bellani

Héctor Carabalí riconosce l’importanza della solidarietà internazionale e plaude iniziative come la sessione del Tribunale permanente dei popoli, che si è tenuta in Colombia dal 25 al 27 marzo, per giudicare lo Stato colombiano per genocidio politico, impunità e per crimini contro la pace, e la cui sentenza verrà pubblicata a giugno: “Per noi è molto importante denunciare e rendere visibile anche a livello internazionale quel- lo che succede in Colombia, pensiamo che possa aiutare a mitigare la situazione. Vogliamo tessere reti con altri Paesi per condividere esperienze e conoscenze”.


Migliaia di persone in tutto il mondo hanno espresso solidarietà al popolo colombiano, anche attraverso sit in ed eventi pubblici. La repressione della polizia -che ha sparato sui manifestanti facendo precipitare le città colombiane in scenari di guerra- e l’utilizzo di gruppi di civili armati protetti dalle forze dell’ordine è stato oggetto di condanne anche dall’Unione europea. Secondo l’Ong colombiana Istituto per lo sviluppo e la pace (Indepaz), centinaia di persone sono state ferite e 41 sono state uccise dalla polizia.
In Colombia la violenza continua anche nelle zone rurali. La firma degli accordi di pace e l’uscita delle Farc dal conflitto hanno causato un riposizionamento degli attori armati, e alcuni analisti affermano che il conflitto armato colombiano sia più frammentato rispetto a prima del 2016. “In ogni regione operano vari gruppi armati che si finanziano con il narcotraffico, malgrado l’alto numero di militari presenti. Il Cauca, il dipartimento da cui provengo, è la zona in cui vengono uccisi più leader sociali e in cui più massacri avvengono, e ci sono soldati ovunque. Evidentemente mili- tarizzare il territorio con il pretesto di combattere il narcotraffico non è la soluzione -afferma Héctor Carabalí- Il narcotraffico è stato utilizzato in molti Paesi come un pretesto per invadere il territorio e colonizzarlo. Esistono altre forze che stanno avanzando nelle zone rurali, come i mega- progetti estrattivisti delle multinazionali”. Carabalí Charrupí è d’accordo con chi afferma che in Colombia sia stata firmata una pace per il capitalismo, che quando le Farc hanno accettato di “reincorporarsi” nella vita civile e fondare un partito hanno abbandonato territori ricchi di risorse naturali, aprendo così la porta alle corporation interessate a sfruttarle.

“Noi dei movimenti sociali abbiamo appoggiato la firma degli accordi di pace, e lo abbiamo fatto più con il cuore che con la ragione. Prima dell’arrivo delle grandi multinazionali, le zone rurali ricche di risorse naturali sono state completamente militarizzate e non per proteggerle o per proteggere la popolazione. Ma per favorire gli interessi delle grandi società, aprire loro il campo in modo che si possano impadronire di minerali, acqua, biodiversità. Questo viene fatto cercando di mettere a tacere, con la repressione, le comunità che si oppongono all’entrata delle corporation. Il ruolo dei movimenti contadini è continuare a rafforzare il loro processo organizzativo per difendersi da questa invasione; se non esistessero queste regioni sarebbero già totalmente divorate dalle multinazionali”.

L’ottimismo di Héctor Carabalí sulle elezioni presidenziali che si terranno nel maggio 2022 è molto cauto, malgrado in testa ai sondaggi ci sia Gustavo Petro, ex sindaco di Bogotá ed ex membro della guerriglia M19, dopo decenni di presidenti di partiti conservatori. Sarà Gustavo Petro il primo presidente di sinistra della storia colombiana? “L’ex presidente ultraconservatore Álvaro Uribe ha governato per molto tempo e ha creato una struttura che gli ha permesso di mantenere il suo partito al potere. Se il popolo colombiano, noi dei movimenti popolari, riuscissimo a unirci intorno a un’iniziativa progressista che promuova gli interessi del popolo, potrebbe essere che il partito di Uribe non riesca a vincere. Pero non so se sarà possibile -dice Carabalí Charrupí-. Ci sono vari candidati alternativi e se non riescono a mettersi d’accordo e scegliere un candidato unico, sarà molto difficile vincere contro il partito di Uribe”.

Articolo pubblicato sulla rivista Altreconomia nel giugno 2021.

«Estamos hartos de represión, de falta de salud, de educación…»

Orsetta Bellani, El Gara (Foto: O.B.)

Cuando era niño, Héctor Carabalí Charrupí buscaba entrar en las reuniones de los adultos de su comunidad en el Municipio de Buenos Aires, a orillas del río Timba, en el Departamento del Cauca. Con el tiempo fue líder juvenil, maestro y fundó la Coordinación Nacional de Organizaciones y Comunidades Afrodescendientes (CONAFRO), que es parte del movimiento Marcha Patriótica, y la asociación de víctimas Renacer Siglo XXI.

Un currículum peligroso en Colombia, el país de América Latina donde más líderes sociales son asesinados. De acuerdo con las ONU, han matado a más de 420 desde 2016, año en que se firmaron los acuerdos de paz entre el Gobierno y las FARC-EP.

Ha recibido amenazas desde 2008, ha sido víctima de dos atentados y le ha tocado desplazarse sin parar, pues en el país sudamericano es difícil encontrar un lugar donde un líder social pueda sentirse a salvo.

«Esperábamos que con la firma del acuerdo de paz el conflicto iba a ir desescalando poco a poco, pero, por contra, la situación empeoró. El Centro Democrático [fundado por el ex presidente ultraderechista Álvaro Uribe], que desde el principio se opuso a las negociaciones con las FARC, está al gobierno y no está cumpliendo lo pactado. Las comunidades campesinas, indígenas y negras seguimos en medio del fuego cruzado», afirma.

El 28 de abril, una reforma tributaria que incrementaba los impuestos en plena crisis económica causada por la pandemia ha desatado una ola de protestas en todo el país que aún no termina. Día tras día, la gente que sale a las calles para protestar ha ido aumentado. El Estado ha respondido con la misma brutalidad que emplea en los combates con los grupos armados en las zonas rurales.

En los videos difundidos en las redes sociales se ve a policías y civiles armados disparar en contra manifestantes, las céntricas calles de las ciudades convertidas en zonas de guerra, a madres llorando la muerte de sus hijos a manos de la policía. Centenares de manifestantes han sido heridos o desaparecidos y, de acuerdo con el Instituto para el Desarrollo o la Paz (INDEPAZ), 43 han sido asesinados hasta la fecha.

Policía Nacional de Colombia durante una marcha en 2015 en Bogotá. Foto: Orsetta Bellani

La reforma tributaria parece ser la gota que derramó un vaso que se iba llenando desde hace tiempo. ¿A qué se debe tanto descontento?

La reforma tributaria fue el detonante de un descontento que tiene que ver con una serie de deudas históricas que el establecimiento tiene con el pueblo colombiano: falta de salud, educación e infraestructuras, además del incumplimiento de los acuerdos de paz, que no cerraron las brechas dejadas por el conflicto. Por todo esto la gente está volcada en las calles enardecida. Además, estamos hartos de la represión de la Fuerza Pública. Un muchacho que vi nacer en mi aldea fue asesinado la semana pasada en Cali; al salir de la marcha un policía lo increpó, él le contestó y luego el policía le disparó todos los tiros de su pistola en su cabeza. Convocamos a la comunidad internacional a fijar los ojos en lo que está haciendo el gobierno en cabeza del presidente Iván Duque.

Mirando a las zonas rurales, la firma de los acuerdos de paz y la salida de las FARC-EP del conflicto causaron un reposicionamiento de los actores armados. ¿Asistimos a una fragmentación del conflicto armado?

En cada región hay muchos grupos alzados en armas, que se financian con el narcotráfico. Donde hay más presencia militar, hay más de estos grupos. El Departamento del Cauca, de donde vengo, tiene el primer lugar en asesinato de líderes sociales, el primer lugar en masacres y hay soldados en todos lados. Militarizar el territorio con el pretexto del combate al narcotráfico no es la solución.

¿O sea que el combate al narcotráfico sería sólo un pretexto?

El narcotráfico se ha utilizado en muchos países como un pretexto para invadir el territorio y colonizarlo. Hay otras fuerzas que están avanzando en las zonas rurales, como los megaproyectos extractivistas de las transnacionales.

Algunos analistas sostienen que en Colombia se firmó una paz para el capitalismo, que la salida de las FARC-EP de territorios ricos en recursos naturales abrió la puerta a la entrada de las grandes corporaciones, interesadas en explotarlos.

Sí, esto ha pasado. Cuando los sectores populares apoyamos la firma de los acuerdos, lo hicimos más con el corazón que con la razón. Antes de la llegada de las grandes empresas, estas zonas fueron completamente militarizadas y no precisamente para cuidarlas: en el norte del Departamento del Cauca, hay cantidades de militares y es justo donde a diario hay asesinatos y persecuciones. Lo que vemos es que la Fuerza Pública no está para cuidar a la población.

¿Y para que está entonces?

Para cuidar los intereses de las transnacionales, o sea, para abrirles el campo para que se puedan apoderar de los recursos naturales..

¿Cómo se prepararon los pueblos que viven las zonas rurales, en su mayoría indígenas y negros, para defenderse de esta embestida?

El papel de las comunidades es seguir reforzando sus procesos organizativos. Si no hubiese consejos comunitarios y organizaciones campesinas, estas zonas ya estarían totalmente devoradas por las transnacionales. Por esto nuestras comunidades están resistiendo, y por eso a diario están matando gente.

Los acuerdos de paz establecen que el Gobierno apoye la reincorporación a la vida civil de los y las exguerrilleros. ¿Qué tanto ha cumplido el Gobierno con este compromiso?

El Gobierno no fue capaz de garantizar la seguridad de los excombatientes y ya son 276 los que han sido asesinados. Tampoco cumplió con la promesa de apoyar los proyectos productivos que los excombatientes impulsaron para poderse reincorporar a la vida civil con un trabajo digno. Te pongo un ejemplo: cerca de mi comunidad está el Espacio Territorial de Capacitación y Reincorporación (ETCR) de La Elvira, una aldea construida para las y los excombatientes del Bloque Alfonso Cano de las FARC-EP. Allí empezaron con un proyecto productivo de transformación de café, pero cuando los grupos armados empezaron a matar a los excombatientes, quienes estaban a cargo del proyecto se tuvieron que ir y lo dejaron tirado.

El Espacio Territorial de Capacitación y Reincorporación de Icononzo, Departamento de Tolima, donde viven unos centenares de ex combatientes de las Farc. Foto: Orsetta Bellani

Algunos excombatientes han pasado a formar parte de las llamadas «disidencias de las FARC». ¿Están coordinadas, responden a algún tipo de mando central?

Las «disidencias» retomaron las armas porque este gobierno no cumplió con su palabra, que es la implementación del acuerdo de paz. No creo se pueda afirmar que tengan una ideología política, lo que se dice es que se están refundando y que tal vez en algún momento se consoliden o se unifiquen, tal vez en el futuro tendrán una postura más política. Esto todavía no está ocurriendo y en algunas comunidades han asesinado a líderes sociales. Las «disidencias de las FARC» se están disputando un poder y un territorio con el gobierno y no están ahí solas: el gobierno las necesita para que haya un enemigo interno para seguir justificando su guerra, el negocio de armas y el despojo de la tierra a campesinos, indígenas y negros que estamos asentados en los territorios.

Durante décadas, Colombia ha elegido presidentes conservadores. El expresidente ultraderechista Álvaro Uribe tiene tanto poder que pudo «poner» a dos presidentes. El próximo año habrá elecciones presidenciales y Gustavo Petro, ex alcalde de Bogotá y ex guerrillero del M-19, lidera las encuestas. ¿Será Petro el primer presidente de izquierda de la historia de Colombia?

Álvaro Uribe gobernó durante mucho tiempo y diseñó una estructura que le ha permitido mantenerse en el poder. Si el pueblo colombiano, los movimientos populares, nos juntáramos alrededor de una iniciativa progresista que reúna los intereses del pueblo, podría ser que el partido de Uribe no llegase a ganar. Pero hasta el momento yo no lo veo claro. Hay varios candidatos alternativos pero si no se juntan alrededor de una iniciativa que sea de un candidato único, va a ser muy difícil competirle a Uribe por el poder de maniobra que tiene.

Entrevista publicada en El Gara el 12.05.2021.