È l’ambra rossa il tesoro del Chiapas

Orsetta Bellani, Il Venerdì (Foto: O.B.)

Dionisio Díaz scava con colpi decisi di martello, facendosi luce con una lampada frontale. “Questa è ambra rossa”, dice, mostrando tra le pietre un pezzo di resina fossilizzata. Nelle viscere di questa montagna del paese di Simojovel, nel Chiapas messicano, si nasconde una fortuna: uno dei tre giacimenti di ambra più grandi del mondo, con quelli del Baltico e della Repubblica Dominicana.

A Simojovel le miniere sono proprietà dei minatori e vengono scavate artigianalmente, con pale e picconi. Malgrado la ricchezza che si nasconde sotto i loro piedi, l’ambra viene venduta a prezzi così bassi che il 93% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.

Dionisio Díaz ricorda che la situazione per lui è migliorata a partire dal 2008, quando arrivarono centinaia di compratori di ambra cinesi e il paese ha cambiato volto. Per essere sicuri di accaparrare l’ambra, gli asiatici offrivano cifre mai viste. Il prezzo della gemma è aumentato di dieci volte e la gente ha aperto miniere dappertutto, anche nel cimitero. Chi più guadagnava dalla presenza dei compratori cinesi erano i minatori, che sono l’anello più debole nella filiera dell’ambra e che diventarono improvvisamente ricchi.

Pezzo di ambra. Foto: Orsetta Bellani

Alcuni investirono in terreni e case, altri sperperarono tutto in alcool e droghe. Le donne attribuivano all’alcolismo l’aumento della violenza domestica e l’incremento dell’insicurezza nelle strade era sotto gli occhi di tutti. Spinti dal malcontento generale, alcuni abitanti fecero pressione sugli asiatici per spingerli a lasciare il paese. I prezzi dell’ambra scesero nuovamente e la vita di Dionisio Díaz e dei suoi colleghi tornò ad essere quella di prima.

L’ambra gialla chiapaneca in Italia soffre la competenza di quella baltica, che ha costi di importazione più bassi e si può vendere a un prezzo inferiore. “Invece l’ambra rossa del Chiapas è unica, e in Italia può essere venduta anche dieci volte più cara rispetto al prezzo di Simojovel”, dice Stefano Calabró, cagliaritano che gestisce un negozio di ambra nella città di San Cristóbal de Las Casas, in Chiapas. “Ma in Italia l’ambra rossa non si trova facilmente perché la gente non la conosce tanto, ed è difficile che sia apprezzata”.

Articolo pubblicato sul Venerdì di Repubblica il 7.10.2022.

Gli indigeni del Chiapas che ribaltano il “paradosso del caffè”

Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)

Nella Selva Lacandona c’è una caffetteria. Si chiama Capeltic, che in maya tseltal significa “il nostro caffè”, e sembra uno di quei bar che si trovano nei centri storici delle grandi città, con foto alle pareti, sedie di alluminio e ombrelloni nel dehor per ripararsi dal sole.

È strano vederla qui, a Chilón, un paese di settemila anime del Chiapas circondato dalla selva e da campi di mais e caffè. A fianco di Capeltic c’è Bats’il Maya, una fabbrica con un magazzino dove arrivano decine di sacchi pieni di grani di caffè in pergamino (ossia ricoperti da una buccia) da tutta la regione.

Cristina Méndez Álvarez, co-direttrice del gruppo di aziende e cooperative di economia solidale Yomol A’tel (yomolatel.org), affonda la mano in uno dei sacchi e mostra i chicchi ricoperti da una buccia gialla: entro poco tempo verranno sbucciati da una macchina, tostati in un forno, macinati,
quindi impacchettati e spediti.

“Abbiamo aperto il nostro impianto qui, nella Selva Norte del Chiapas, malgrado ci avessero consigliato di farlo nel centro del Messico o vicino alla frontiera con gli Stati Uniti, perché i costi logistici e di commercializzazione sarebbero stati molto inferiori -dice la co-direttrice dell’azienda,
formata da circa 360 famiglie indigene maya tseltales-. Abbiamo invece deciso di costruire l’impianto nella selva, malgrado Chilón sia isolato e quasi nessuno arrivi fin qui. Vogliamo stare
vicino ai produttori di caffè, ci piace pensare che possano sentire l’impianto come se fosse loro”.

Foto: Orsetta Bellani

La giovane chiapaneca cammina tra le rumorose macchine di Yomol A’tel, parola che nella lingua
indigena locale significa “insieme lavoriamo, insieme camminiamo e insieme sogniamo”. Il progetto
nasce nel 2001 a partire da una riflessione, che durava da decenni, sul fatto che da sempre le famiglie indigene maya tseltales si limitavano esclusivamente a produrre la materia prima -il caffè- per poi venderlo agli intermediari a prezzi molto bassi. I contadini non avevano un ruolo
negli altri anelli della filiera, che permettono guadagni molto maggiori. Yomol A’tel vuole
rompere questa logica: l’idea è che i produttori che seminano e raccolgono il caffè imparino anche a spolparlo, tostarlo e a preparare un ottimo caffè in tazza, seguendo dei corsi di formazione
nella caffetteria Capeltic. “Seguiamo tutta la filiera: dal campo alla tazza. Sappiamo che ogni suo anello è importante: se il produttore ci manda chicchi di alta qualità, il caffè si rovina se il tostatore esagera con la fiamma. E se il tostatore fa un eccellente lavoro ma il barista non è in grado di estrarre il caffè, il prodotto in tazza sarà cattivo. Le nostre famiglie conoscono tutto il processo: questa è la nostra proposta di qualità”, dice Méndez Álvarez.

Secondo i calcoli di Yomol A’tel, un chilo di caffè in pergamino in chicchi che al produttore viene pagato 70 pesos (poco più di 3,3 euro), una volta venduto in tazza permette di guadagnarne circa 1.500 (71,5 euro). Per questo, il 40% del caffè di Yomol A’tel viene venduto nelle sue caffetterie: la Capeltic di Chilón e quelle di due prestigiose università messicane: l’Iteso di Guadalajara e l’Università Iberoamericana, nelle sue sedi di Città del Messico e Puebla.

“Avere i nostri bar ci permette pagare un prezzo giusto ai produttori, che sono l’anello più impoverito di questa filiera. Noi lo chiamiamo ‘paradosso del caffè’: le famiglie che seminano e
raccolgono questo prodotto, che è biologico, di altissima qualità e apprezzato in tutto il mondo,
vivono sotto la soglia di povertà -spiega Cristina Méndez Álvarez-. Yomol A’tel ridistribuisce la
ricchezza, facendo in modo che non si accumuli in mano di chi gestisce le caffetterie Capeltic”.
Secondo gli esperti, sono vari i fattori che stanno alla base del “paradosso del caffè”. Dalla natura
coloniale del prodotto che, come secoli fa, continua ad essere coltivato da persone indigene per essere esportato verso l’Europa e gli Stati Uniti, all’incapacità dei governi dei Paesi produttori di promuovere politiche per proteggerne la produzione e commercializzazione.

Nell’ultimo anno, il prezzo del caffè è più che raddoppiato. Questo aumento è causato in primo
luogo dagli effetti dei cambiamenti climatici in Brasile, che è il primo produttore mondiale della seconda bevanda più bevuta al mondo dopo l’acqua. Nel 2021, il Paese sudamericano ha dovuto affrontare un lungo periodo di siccità, seguito da una forte gelata, e ha immesso nel mercato 20 milioni sacchi di caffè in meno rispetto all’anno precedente, con un conseguente aumento del suo prezzo.

Ma c’è di più. “Ci sono due grandi mercati del caffè: quello reale, in cui le persone comprano
e vendono il prodotto, e in cui il suo prezzo dipende dalla domanda e dall’offerta, e quello finanziario -spiega Manel Modelo di Impacto café (impactocafe.org), una Ong che accompagna decine di piccoli produttori di caffè in Chiapas-. Quest’anno sono stati prodotti tra i 140 e 170
milioni di sacchi di caffè in tutto il mondo. Nel mercato finanziario si comprano e vendono in quattro o cinque giorni, quello che si fa il resto dell’anno è speculazione pura e semplice”.

Il prezzo del caffè non si decide quindi solo nel mercato reale, ma anche nella borsa di valori di New York, dove in questo momento è alle stelle. Lì operano sei grandi broker che hanno come principali clienti Nescafé, Kraft, Sara Lee e Procter & Gamble, ovvero le multinazionali che commercializzano circa la metà di tutto il caffè mondiale.

Cristina Méndez Álvarez, co-direttrice del gruppo di aziende e cooperative di economia solidale Yomol A’tel. Foto: Orsetta Bellani

L’aumento del prezzo è sicuramente una buona notizia per i produttori, che devono però fare i conti con il fatto che sale e scende da un giorno all’altro. La volatilità crea molta incertezza e difficoltà nello stabilire quale sia il miglior momento per vendere, o fare qualsiasi tipo di proiezione a lungo termine. Per questo, i produttori preferirebbero un prezzo stabile, anche se più basso di quello attuale.

“Magari i prezzi rimanessero alti e stabili, e le famiglie smettessero di vivere alla giornata. Sappiamo che purtroppo presto scenderanno vertiginosamente”, commenta Cristina Méndez Álvarez, mentre mostra un camion pieno di pacchi di caffè con l’etichetta di Capeltic che sta per uscire dal magazzino per essere spediti in tutto il Messico, Stati Uniti e Spagna. “Non dico la quantità di problemi di trasporto che abbiamo, perché in questa strada che già di per sé è piena di curve, buche e rallentatori, spesso ci sono frane e cadono alberi. Ma non ci importa, è un rischio che siamo disposti a prendere per essere coerenti con il nostro tipo di progetto”.

Articolo pubblicato da Altreconomia nelluglio 2022: https://altreconomia.it/gli-indigeni-del-chiapas-che-ribaltano-il-paradosso-del-caffe/

L’incubo di Cancun si chiama sargasso e viene dal mare

Orsetta Bellani, Il Venerdì (Foto: O.B.)

A Gerardo Lugo piace pescare, soprattutto i barracuda. Nei fine settimana va alla spiaggia di Cancun, sulla costa caraibica del Messico, entra con l’acqua fino alle ginocchia e lancia la canna, con la speranza che l’animale dai denti affilati abbocchi. Ma da un paio di mesi, più che pesci Gerardo Lugo pesca sargasso, un’alga che si forma al largo dell’Oceano Atlantico e che rappresenta un bel problema economico per il Messico ed altri paesi affacciati sul Mar dei Caraibi.

I cambiamenti climatici hanno modificato le correnti marine e, da una decina d’anni, nei mesi estivi macchie giganti di sargasso, che al largo dell’Atlantico possono arrivare a misurare 500 km di larghezza, vengono spinte verso i litorali caraibici. A maggio sulle coste messicane ne sono state raccolte più di 60 mila tonnellate e si prevede che questo record nei prossimi mesi possa essere superato.

Il sargasso nella spiaggia di Puerto Morelos. Foto: Orsetta Bellani

Il governo messicano possiede due barconi che “pescano” l’alga in alto mare, raccogliendo fino a 20 tonnellate per viaggio, e ha installato una barriera al largo di alcune tra le spiagge più turistiche della cosiddetta Riviera Maya. Ma serve a molto: il sargasso non dà tregua.

Sul piano economico, la sua più grande vittima è il settore turistico: le prenotazioni nei mesi estivi, quelli in cui i venti e le correnti crescono e con loro l’arrivo dell’alga, sono in picchiata. Nella zona degli hotel di Cancun si teme che nei prossimi anni il celebre mare turchese che piace tanto ai visitatori possa cambiare colore.

“Il mattino presto, delle ruspe passano sulla spiaggia per portare via il sargasso che si accumula durante la notte, e così permettere ai turisti di godersi il mare”, spiega Gerardo Lugo. Una soluzione temporanea, che però da sola non basta per preservare la zona.

Articolo pubblicato sul Venerdì di Repubblica il 12.08.2022.

Sparizioni senza fine

Orsetta Bellani, Rivista Emma (Foto: O.B.)

Enrique Chávez Ortega è stato identificato pochi mesi dopo il ritrovamento del suo cadavere. La famiglia l’ha riconosciuto grazie a un tatuaggio, ai vestiti che portava e a una bandana legata alla gamba. La procura generale dello stato di Veracruz (Fiscalía General del Estado de Veracruz, Messico) aveva trovato il suo cadavere smembrato nel febbraio 2017, in un campo di sterminio che l’organizzazione criminale de Los Zetas – un gruppo formato da ex militari di élite – aveva installato in un ranch chiamato La Gallera nel comune di Tihuatlán.

Veracruz è uno degli stati più violenti del Messico, paese che dalla fine del 2006 vive una forte crisi umanitaria causata dalla militarizzazione lanciata dall’ex presidente Felipe Calderón con il pretesto di combattere le organizzazioni criminali, che in più occasioni si sono in realtà dimostrate alleate di poliziotti e militari nella gestione dei traffici illeciti.

In questi quattordici anni, si sono registrati più di trecentomila morti e ottantaquattromila desaparecidos, in maggioranza civili che non avevano rapporti con il crimine organizzato. Alcune di queste persone sono rimaste uccise in mezzo al fuoco incrociato, altre sono state confuse con membri di diverse organizzazioni criminali. C’è chi è stato sequestrato a scopo estorsivo, o obbligato a lavorare per la criminalità organizzata, come sicari o braccianti nei campi di marijuana o papavero da oppio; le donne spesso sono vittime di tratta o sono obbligate al lavoro domestico o sessuale. Non c’è una spiegazione univoca e chiara, non sempre si sa perchè spariscano i desaparecidos.

Affianco al cadavere di Enrique Chávez Ortega la procura di Veracruz ha trovato altri cinque corpi, e il collettivo Familiares en Búsqueda María Herrera de Poza Rica – di cui fanno parte circa centocinquanta famiglie di desaparecidos, che più delle autorità sono impegnate nella ricerca dei loro cari – ha pubblicato sul suo sito web le foto dei vestiti e dei tatuaggi dei cadaveri, nella speranza che qualcuno li identificasse.

Il ranch La Gallera. Foto: Orsetta Bellani

Le chiamate delle famiglie di Xavier, Carlos Enrique, Blanca Rosario, Luis Enrique e José Luis sono arrivate nel 2019. Le donne del collettivo le hanno accompagnate alla procura, dove per paura non erano ancora andate. Lì hanno sporto denuncia per la sparizione dei loro famigliari e consegnato un campione di DNA, per permettere alle autorità di metterlo a confronto con il profilo genetico dei cadaveri e cercare di accertare la parentela.

Il 6 febbraio 2021, le autorità messicane hanno consegnato alle cinque famiglie i resti dei loro cari. Li hanno seppelliti nel cimitero, mettendo così fine al “lutto sospeso” che la sparizione di un famigliare causa in chi non smette di aspettarlo. “La giornata di oggi ci ha risvegliato molti sentimenti contrastanti, perché abbiamo la certezza che i nostri famigliari tornano a casa”, ha scritto su Facebook il collettivo. “Il dolore causato dall’assenza si è trasformato in un momento in cui abbiamo potuto abbracciarli nuovamente. Non nel modo in cui avremmo voluto, ma ora almeno abbiamo un luogo in cui piangerli”.

COLLETTIVI AUTORGANIZZATI

Il periodo più duro per i veracruzani è stato durante l’amministrazione dell’ex governatore Javier Duarte, che ora si trova in carcere per riciclaggio di denaro e associazione per delinquere. La popolazione la considera una vittoria a metà: Javier Duarte non è ancora stato processato per sparizione forzata, malgrado la procura abbia aperto circa duecento inchieste su casi di sparizione forzata presumibilmente commessi dalla polizia statale durante i suoi sei anni di governo (2010-2016).

È stato proprio durante gli anni dell’amministrazione di Duarte che i Los Zetas sono entrati in possesso de La Gallera, il ranch di sei ettari che presto è stato trasformato in un campo di sterminio in cui le persone sequestrate dal gruppo criminale erano torturate, uccise e cremate.

Non è l’unico cimitero clandestino di Veracruz, stato in cui si trova la fossa comune più grande del Messico: Colinas de Santa Fe. Li Solecito, un altro collettivo di famigliari, ha trovato duecentonovantotto crani e ventiduemilacinquecento resti umani. Li ha rinvenuti il collettivo perchè le autorità messicane non cercano i desaparecidos, né vivi né morti, e le loro famiglie si vedono obbligate a organizzarsi per farlo.

I collettivi di famigliari, presenti in buona parte del territorio messicano, perlustrano innanzitutto gli ospedali e le carceri, sperando di trovare i loro parenti vivi, ma organizzano anche brigate per entrare in zone in cui pensano possano esserci delle fosse comuni. Le scavano con picconi e pale, con l’amara speranza di incontrare i resti dei loro cari e dare loro sepoltura. Le brigate sono accompagnate dai periti della procura, che per legge sono gli unici autorizzati a raccogliere i resti ossei e che, tuttavia, senza la pressione delle famiglie non scavano le fosse clandestine.

Collettivi di genitori di desaparecidos cercano i resti dei loro cari nel ranch La Gallera. Foto: Orsetta Bellani

È iniziato tutto nel 2011, quando migliaia di persone che sono state vittime di violenza hanno partecipato alle carovane del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità. Hanno viaggiato per tutto il Messico e per la prima volta hanno parlato pubblicamente delle violenze vissute sulla propria pelle. “Allora abbiamo capito che questo movimento era un mezzo e non un fine, e abbiamo deciso di creare un’associazione incentrata unicamente sulla ricerca dei nostri famigliari”, racconta Juan Carlos Trujillo, che ha quattro fratelli desaparecidos. “A poco a poco, ci siamo resi conto che la giustizia in Messico non esiste, che il sistema non funziona o funziona solo per
alcuni”.

CAMPI DI CONCENTRAMENTO, FORNI CREMATORI, FOSSE COMUNI

Dopo aver fondato Familiares en Búsqueda Maria Herrera, Juan Carlos Trujillo ha attraversato mezzo paese per tessere la Rete di Legami Nazionali, di cui oggi fanno parte piu di cinquanta collettivi di famigliari di desaparecidos di diverse regioni del Messico.

Da tempo il collettivo riceveva notizie sull’esistenza di un ranch sospetto. “Andate a cercare alla Gallera”, diceva la gente di Tihuatlán. Alcuni affermavano di aver visto persone nude fuggire da li. Era il primo febbraio 2017 quando la procura generale dello stato di Veracruz, accompagnata da alcune donne di Familiares en Búsqueda Maria Herrera, decise di entrare alla Gallera. Trovò una casa di due piani con sei stanze, circondata dalle erbacce, e tre fosse clandestine con il corpo di Enrique Chávez Ortega e delle altre cinque persone i cui resti sono stati consegnati ai famigliari lo scorso febbraio.

“Vedere tutto ciò, i corpi smembrati, mi ha sconvolto la vita”, ricorda Maricel Torres Melo, il cui figlio adolescente è stato fatto sparire dalla polizia intermunicipale una sera che era uscito a cenare con alcuni amici. “Vedere la casa, le impronte delle mani sulle pareti, il sangue in terra e ossa buttate ovunque”. A lato della casa trovarono un grande forno, forse inizialmente costruito per fare mattoni, e subito intuirono che era stato utilizzato dagli Zetas per cremare i cadaveri. “Quando abbiamo visto il forno, la nostra mente ha iniziato a volare”, dice Maricel.

Il forno crematorio del ranch La Gallera. Foto: Orsetta Bellani

Il collettivo di madri è tornato a La Gallera meno di due mesi dopo e ha trovato il cranio di un bambino. Le donne sono tornate altre otto volte al ranch, portando con sé picconi, pale e setacci per scavare fosse e setacciare la cenere mescolata con i frammenti ossei che trovavano intorno al forno. Mentre lavoravano, gridavano tutte insieme: “Perchè vivi se li sono portati via, vivi li vogliamo”. Si facevano forza. Non è facile quando ti trovi in un campo di sterminio. Quando pensi che tuo figlio è stato portato li, chiuso in una stanza, torturato, assassinato e bruciato in un forno. E tuo figlio è solo uno studente, un contadino o un maestro. E se anche fosse un criminale, se lo meriterebbe? Si merita sua madre di doverlo cercare in una fossa comune? Di dover setacciare cenere pensando che possa contenere i resti cremati di suo figlio?

Le donne di Familiares en Búsqueda Maria Herrera de Poza Rica sono tornate alla Gallera in varie occasioni perché non si fidavano del lavoro della procura. Infatti, malgrado quest’ultima avesse gi  setacciato la zona, ogni volta che sono tornate hanno trovato nuovi resti. In totale sono stati trovati due crani e circa milleduecento frammenti ossei, alcuni così piccoli che non è stato possibile prendere il campione di DNA per procedere all’identificazione.

Articolo pubblicato sulla rivista Emma nel settembre 2021.

Carovana delle persone in cammino: il Messico è sempre più un imbuto

Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)

Ricardo ha capito che doveva abbandonare l’Honduras a fine ottobre 2021 quando, a pochi isolati da casa sua, un’amica transgender è stata uccisa. Da tempo l’omofobia che si respirava nel suo quartiere gli faceva paura, e la mancanza di lavoro lo tormentava. Ricardo non ci ha pensato due volte: ha preso le sue cose e si è messo in cammino verso Nord. Sapeva che pochi giorni dopo da Tapachula, una città che si trova sulla frontiera meridionale del Messico, sarebbe partita una “carovana di migranti”, come si definisce la strategia dei migranti che consiste in viaggiare in grandi gruppi e alla luce del sole per sentirsi più sicuri. Per raggiungere Tapachula e gli altri membri della carovana, Ricardo ha dovuto attraversare Honduras e Guatemala in autobus, e passare illegalmente la frontiera messicana.

La “Carovana per la giustizia, la dignità e la libertà del popolo migrante in cammino” ha percorso una ventina di chilometri al giorno per più di 50 giorni, a volte sotto il sole cocente del tropico, altre volte sotto la pioggia. I migranti, soprattutto provenienti dall’America Centrale, ma anche da Haiti e Cuba, hanno dormito nelle piazze dei paesi che attraversavano, o ai bordi delle strade. In alcune occasioni parroci, Comuni o la popolazione hanno portato loro acqua, viveri e disinfettante per curarsi le vesciche, ma spesso nessuno si è avvicinato. 

Dopo cinque settimane di cammino, la carovana è arrivata a Città del Messico, dove le autorità hanno offerto ai migranti un visto umanitario. Alcune famiglie hanno deciso di rimanere, ma la maggior parte ha preferito continuare il suo viaggio verso gli Stati Uniti. Durante i 1.130 chilometri che ha percorso, la “Carovana per la giustizia, la dignità e la libertà del popolo migrante in cammino” si è sfilata e riorganizzata. Alcune persone che ne facevano parte, come Ricardo, si sono staccate e hanno continuato il viaggio verso Nord da sole, e allo stesso tempo persone nuove si sono aggiunte strada facendo.

Quando è partita, la carovana era composta principalmente da migranti che da mesi erano bloccati a Tapachula in attesa di ricevere una risposta alla loro richiesta di asilo. Questo perché nel 2021 la Comisión Mexicana de Ayuda a Refugiados (Comar) ha ricevuto più di 131mila domande, registrando un aumento del 300% rispetto all’anno precedente, e non è stata in grado di processarle tutte. Un gruppo di migranti ha quindi deciso di lasciare la città in carovana per uscire da quella che considerano come una prigione a cielo aperto e, allo stesso tempo, per rendere visibile la loro situazione all’opinione pubblica nazionale e internazionale. 

Il Messico è sempre più una specie di imbuto perché durante lo scorso anno il flusso di migranti verso gli Stati Uniti è triplicato, contemporaneamente all’inasprimento della politica migratoria del governo messicano. Il risultato è che molte persone arrivano in Messico senza riuscire poi a trovare un’uscita verso Nord. L’aumento dei flussi migratori è determinato soprattutto dalla crisi economica causata dalla pandemia, dagli uragani che hanno colpito l’America Centrale nell’autunno 2020, dal terremoto e la crisi sociale scatenata dall’omicidio del presidente di Haiti, oltre che dall’illusione che l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca avrebbe portato ad una svolta nelle politiche migratorie statunitensi. 

Da ottobre 2020 a ottobre 2021, 1,7 milioni di migranti sono stati fermati dalle autorità sulla frontiera meridionale statunitense, e anche dall’altra parte del confine si è registrato un record: nessun governo messicano ha fermato tanti migranti in un anno come quello di López Obrador. Il presidente progressista è arrivato a schierare 14mila effettivi della Guardia Nazionale sulla frontiera meridionale messicana con il proposito esplicito di bloccare i migranti, a seguito delle minacce dell’ex presidente Usa Donald Trump di aumentare i dazi delle importazioni messicane del 5% se non avesse impedito ai migranti di arrivare alla frontiera meridionale statunitense.

Le violenze della Guardia Nazionale contro la popolazione migrante sono state molte, dai tentativi di bloccare le carovane -facendo muro con scudi e manganelli- alle sparatorie contro i veicoli che li trasportano, che hanno causato anche dei morti. D’altra parte, in più di un’occasione i migranti sono stati vittime di incidenti stradali. A novembre, 12 migranti sono morti carbonizzati all’interno di due automobili dopo un incidente, ma il più grave è avvenuto il 9 dicembre, quando in Chiapas si è ribaltato un camion su cui 166 migranti viaggiavano ammassati. Nell’incidente sono morte 56 persone, schiacciate dai loro compagni di viaggio. 

Il fatto che, prima di ribaltarsi, il camion sia passato davanti a tre posti di blocco senza essere mai stato fermato fa sospettare della possibilità che le autorità stessero insabbiando il traffico di persone. Si tratta di un’attività molto lucrativa: i migranti avevano pagato quasi 10mila euro per essere trasportati dal Chiapas al Texas. “La causa profonda di incidenti come questo è l’inasprimento delle politiche migratorie. I trafficanti vedono aumentare il loro beneficio economico e le reti di traffico di persone si rafforzano”, spiega Rita Robles di Alianza Americas, Ong che lavora con migranti di origine latina negli Stati Uniti.

Carmen tira fuori dalla borsa alcuni fogli che le ha consegnato un tribunale del Salvador. “Un tribunale mi da ragione, non ho solo la mia parola”, dice mentre mostra i documenti. Si trattava della denuncia contro il suo ex compagno e alcuni suoi amici che fanno parte di una gang. “Sono venuti a casa mia dicendo che mi davano quindici giorni per tornare con lui, se non lo avessi fatto mia figlia di sette anni ne avrebbe pagato le conseguenze”. Malgrado la paura Carmen non ha perso lucidità: il giorno dopo ha preso sua figlia e una valigia e si è incamminata verso gli Stati Uniti.

“Devo stare lontana dall’Honduras per proteggere mia figlia. Ci sono molte persone nella carovana che, come me, stanno fuggendo da qualcosa o da qualcuno”, racconta Carmen mentre la bambina gioca con un’amica nel campo da basket del paese di Acacoyagua, nel Chiapas. Da lì mancano circa 3mila chilometri alla frontiera con gli Stati Uniti. Se riuscirà a raggiungerla, a Carmen toccherà aspettare lì fino a sei mesi. Questo perché dal 6 dicembre 2021 è entrato nuovamente in vigore il Migrant Protection Protocols (MPP), un programma del governo statunitense che obbliga i richiedenti asilo ad aspettare la risposta in Messico.

Il programma è stato creato da Trump e negli anni scorsi circa 70mila migranti sono rimasti bloccati sulla frontiera settentrionale messicana in attesa della risposta alla loro richiesta d’asilo da parte di una corte statunitense. La cancellazione del Migrant Protection Protocols è stata una delle promesse di campagna di Biden, che allora lo definì “inumano”, ma ad agosto scorso un tribunale federale del Texas ha ordinato che tornasse in vigore. 

Secondo Rita Robles di Alianza Americas, la riattivazione del Migrant Protection Protocols mette in luce l’esistenza di un problema di sovranità del Messico. “Il programma è imposto arbitrariamente da un tribunale statunitense e il Messico non è obbligato a riattivarlo; lo ha accettato nuovamente perché gli Stati Uniti hanno donato dei vaccini”. 

“La sua amministrazione ha preso la decisione di normalizzare ed ampliare una politica crudele di dissuasione, che fallisce nell’affrontare le cause di fondo della migrazione”, ha scritto a dicembre un gruppo di parlamentari democratici al presidente. In risposta, il 30 dicembre Biden ha chiesto alla Corte Suprema, che è composta in maggioranza da giudici repubblicani, di cancellare nuovamente il Migrant Protection Protocols. Carmen teme che le gang del Salvador abbiano contatti in Messico e che questi la possano trovare. Sa che solo una volta raggiunti gli Stati Uniti, quando arriverà a casa di sua sorella, lei e sua figlia si sentiranno sicure.

Articolo pubblicato su Altreconomia l’11 gennaio 2022: https://altreconomia.it/carovana-delle-persone-in-cammino-il-messico-e-sempre-piu-un-imbuto/

Il movimento in Messico che chiede giustizia per la violenza di Stato

Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)

Un’autostrada che taglia in due un bosco di pini. Una manifestazione che da Cuernavaca si dirige a Città del Messico: 80 chilometri in salita, camminando sull’asfalto sotto un sole intermittente con la speranza di essere ricevuti nella capitale dal presidente Andrés Manuel López Obrador. Era il gennaio del 2020 e il Movimento per la pace con giustizia e dignità (Mpjd) riuniva nuovamente migliaia di vittime della militarizzazione che il governo messicano ha portato avanti dal 2006 con la scusa di combattere la criminalità organizzata, e che ha causato
più di 90mila desaparecidos, 340mila sfollati e ha portato a una media di 10 femminicidi al giorno.

Quella mobilitazione è stata una tappa fondamentale verso la celebrazione, avvenuta il primo agosto 2021, di una consultazione popolare in cui si chiedeva alla popolazione messicana se fosse d’accordo con la possibilità di intraprendere un processo per fare luce sulle violazioni dei diritti umani avvenute nel passato. Molti dimostranti scesi in strada nel gennaio 2020 avevano già manifestato nove anni prima, quando le carovane del Mpjd viaggiarono per tutto il Messico e negli Stati Uniti per chiedere la fine di quella che il governo aveva battezzato come “guerra al narcotraffico”.

Per la prima volta, le vittime della militarizzazione si incontravano e condividevano esperienze, parlavano pubblicamente del loro dolore e si organizzavano per chiedere verità e giustizia. “Non ho partecipato alle manifestazioni del 2011, ma questa volta ho deciso di venire e chiedere giustizia per tutte quelle persone che, come me, hanno perso un figlio. È la cosa peggiore che può succedere nella vita”, aveva dichiarato Magdalena
Puente González, una manifestante che avevamo incontrato nel gennaio dello scorso anno mentre la manifestazione partiva da Cuernavaca. Si era incamminata con i suoi sandali lungo l’autostrada che porta a Città del Messico, dietro uno striscione che diceva “verità, giustizia, pace”.

Manifestazione del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità, che nel gennaio 2020 ha camminato 80 km tra Cuernavaca e Città del Messico. Foto: Orsetta Bellani

López Obrador aveva deciso di non ricevere i dimostranti arrivati nella capitale, il 26 gennaio 2020. Appena eletto, nel 2018, aveva promesso di accogliere la proposta del Mpjd e altre organizzazioni sociali sulla possibilità di creare in Messico dei meccanismi di giustizia transizionale, che sono strumenti giuridici straordinari volti ad affiancare la giustizia ordinaria quando questa riceve un numero così grande di denunce di violazioni dei diritti umani da non essere in grado di processarle.

L’obiettivo della giustizia transizionale è accompagnare un Paese che è appena uscito da un conflitto o da una dittatura verso la riconciliazione della sua società fornendo verità, giustizia, riparazioni e garanzie di non ripetizione alle vittime della violenza. Si considerano meccanismi di giustizia transizionale, ad esempio, le commissioni della verità o i tribunali speciali che giudicano i crimini di guerra, come quello che è stato creato
in seguito al genocidio in Ruanda o alla guerra nella ex Yugoslavia.

“Non si può parlare di pace e riconciliazione senza fare luce su quanto successo nel passato”, afferma
Jacobo Dayán, ricercatore dell’Università iberoamericana ed esperto in giustizia transizionale. “La logica del governo è invece cercare la risoluzione di alcuni casi emblematici e mediatici, come Ayotzinapa, ma non sta affrontando, come aveva promesso, il problema delle violazioni dei diritti umani in modo sistemico. López Obrador l’ha ripetuto più volte: non vuole giudicare i crimini del passato ma perdonarli”.

“Sono d’accordo con il punto finale”, ha affermato il presidente progressista, rievocando il nome di una “legge d’impunità” argentina che prevedeva il congelamento dei processi riguardanti le sparizioni forzate avvenute durante la dittatura militare. Malgrado sia a favore di dimenticare il passato, durante la sua campagna elettorale López Obrador aveva promesso una consultazione popolare per permettere alla popolazione di
decidere se fosse o meno d’accordo sulla possibilità di processare gli ex presidenti per i loro crimini.

Le violazioni dei diritti umani -che durante il governo di López Obrador sono continuate, come sono continuate la militarizzazione e l’impunità- furono allora presentate come un problema superato. La consultazione del primo agosto è stata la prima nella storia del Messico. I suoi promotori -un gruppo di cittadini vicini al presidente- hanno affermato anche di voler convocare un “capitolo Messico” del Tribunale permanente dei popoli, un tribunale popolare e di coscienza fondato a Bologna nel 1979. In realtà era già stato aperto, tra il 2011 e il 2014, raccogliendo migliaia di testimonianze di persone sopravvissute al conflitto messicano.

La domanda della consultazione del primo agosto non si riferiva esplicitamente alla possibilità di processare gli ex presidenti, ma è stata così generica da lasciare spazio a varie interpretazioni, la più comune è che si riferisse alla possibilità di creare una commissione della verità o altri meccanismi di giustizia transizionale. “Non ho partecipato alla consultazione perché secondo me bisognerebbe piuttosto irrobustire la giustizia ordinaria, visto che in Messico esiste un grande problema di impunità”, afferma Jorge Verástegui González, familiare di due persone scomparse, e ricorda che, nel 92% dei casi, a seguito di un delitto non vengono neanche aperte le
indagini. “E poi non credo che la giustizia transizionale funzionerebbe in Messico; anche se venissero creati dei buoni meccanismi giuridici, sono sicuro che non ci sarebbe la volontà politica per farli funzionare”.

Molti pensano che la consultazione sia stata superflua, visto che la procura è tenuta a investigare i crimini e le violazioni dei diritti umani. “Questo è vero, ma la Suprema corte di giustizia ha riconosciuto che non esistono canali istituzionali che possono dare risposta a una quantità così grande di richieste di verità e giustizia. Per questo si apre, con la consultazione, la possibilità di stabilire dei meccanismi straordinari di giustizia”, afferma
Daniela Malpica dell’organizzazione Justicia Transicional MX.

Solo il 7% dell’elettorato ha partecipato alla consultazione e il 98% ha votato “Sì”. Per alcuni è stato un fallimento e uno spreco di soldi pubblici, altri considerano che sette milioni di persone che chiedono di fornire verità e giustizia alle vittime sono comunque tante, e che il governo dovrebbe prestare loro ascolto. “Inizia una nuova tappa contro l’impunità in cui le vittime saranno poste al centro”, ha affermato Mario Delgado, presidente
di Morena (partito al governo, ndr) e ha promesso non solo di creare una commissione della verità e un tribunale del popolo, ma anche una commissione contro l’impunità dei crimini economici del neoliberismo.

Femministe protestano a San Cristóbal de Las Casas a seguito del femminicidio della studentessa di medicina Mariana Sánchez, febbraio 2021. Foto: Orsetta Bellani

“Non credo che l’esecutivo manterrà la sua promessa, se avesse voluto creare una commissione della verità l’avrebbe già fatto. Tra l’altro l’implementazione di meccanismi di giustizia transizionale è stata una delle sue promesse durante la campagna elettorale”, sostiene Daniela Malpica.

Inaspettatamente, la consultazione popolare è stata appoggiata dall’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln), che questo autunno si trova in Europa, con una delegazione di più di 160 persone, per conoscere movimenti sociali e lotte di tutto il continente. “Bisogna partecipare alla consultazione, non
guardando quelli che stanno in alto ma volgendo lo sguardo alle vittime. Vi invitiamo a organizzarvi
perché, forse senza saperlo, potreste essere le future vittime”, ha scritto il subcomandante Moisés in un comunicato.

L’Ezln è andato oltre la convocazione alle urne e ha organizzato assemblee in 756 villaggi indigeni, in cui si è dibattuto di crimini di Stato e impunità, e si è votato a favore di fornire verità e giustizia alle vittime della violenza. Gli indigeni zapatisti sono andati al di là della giornata elettorale e hanno fatto propria la consultazione, che hanno convertito in una piattaforma a favore di una campagna nazionale per la verità e la giustizia, che prenderà forma nei prossimi mesi e a cui si sono unite già varie organizzazioni messicane.

Artículo pubblicato dal mensile Altreconomia nell’ottobre 2021: https://altreconomia.it/il-movimento-in-messico-che-chiede-giustizia-per-la-violenza-di-stato/

La guerra sporca contro l’EZLN

Orsetta Bellani, Sicilia Libertaria (Foto: O.B.)

Proprio mentre in Europa la Gira per la Vita iniziava il suo cammino, in Chiapas veniva attaccato l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). Due membri della Giunta di Buon Governo del Caracol di Patria Nueva sono stati fatti sparire l’11 settembre scorso, tre giorni prima che una delegazione di più 160 basi d’appoggio zapatiste sbarcasse a Vienna, da dove s’irradierà in piccoli gruppi per tutto il continente. Un sequestro che la Comandacia General del EZLN considera come un tentativo di “sabotaggio” della Gira per la Vita.

Le persone solidali con lo zapatismo, in Messico e in Europa, si sono subito mobilitate per denunciare il crimine e, dopo più di una settimana di prigionia, i due zapatisti sono stati liberati.  Poi, il 24 settembre, si sono svolte manifestazioni in solidarietà con l’EZLN in una sessantina di città in tutto il mondo, anche in Italia, per chiedere la fine della guerra irregolare contro le comunità del Chiapas.

Manifestazione contro gli attacchi all’EZLN a Città del Messico, 24 settembre 2021. Foto: Orsetta Bellani

È una guerra che non riguarda solo l’EZLN: la violenza colpisce anche altre organizzazioni indigene chiapaneche: a luglio l’ex presidente de Las Abejas di Acteal è stato ucciso da un sicario, e alcune famiglie che sono parte dell’organizzazione sono state sfollate. In municipi come Chenalhó, Pantelhó, Aldama, Chalchihuitán e Chilón, la popolazione civile soffre la violenza di gruppi armati che fanno parte della criminalità organizzata e hanno l’appoggio dei sindaci.

“Il Chiapas è sull’orlo di una guerra civile, come scrive l’EZLN nel suo ultimo comunicato”, ha detto al microfono un uomo alla fine della manifestazione che il 24 settembre ha sfilato nelle vie centrali di Città del Messico. “Diciamo alla Comandancia General del EZLN che non sono soli., che siamo al loro fianco in questa lotta contro il capitalismo e contro il patriarcato”.

I due zapatisti sequestrati si chiamano Sebastián Nuñez Pérez e José Antonio Sánchez e stavano viaggiando in un veicolo che è stato presto rintracciato nel villaggio “7 de Febrero”, nel municipio chiapaneco di Ocosingo, dove si trova la sede della Organización Regional de Cafeticultores de Ocosingo (ORCAO). Si tratta di un’organizzazione di produttori di caffè che fino alla fine degli anni ’90 era vicina allo zapatismo, ma si è poi alleata con il governo. Secondo l’EZLN, l’ORCAO è un gruppo politico-militare di tipo paramilitare, come si definiscono i gruppi armati che fanno il “lavoro sporco” al posto dell’esercito e che in Messico operano in totale impunità.

Negli ultimi 20 anni, l’ORCAO ha minacciato le basi d’appoggio dell’EZLN, ha realizzato attacchi con armi da fuoco, machetes e pietre, ha sfollato famiglie intere, distrutto una casa dove venivano accolti militanti internazionalisti, ha invaso terreni coltivati e rubato i raccolti delle comunità autonome. Dall’estate 2020, gli attacchi sono stati particolarmente intensi e frequenti, soprattutto contro le comunità autonome Nuevo San Gregorio e Moisés Gandhi, dove l’ORCAO ha saccheggiato e incendiato due magazzini di caffè zapatista e ha poi sequestrato e torturato il base d’appoggio dell’EZLN Féliz López Hernández. Aggressioni armate sono state registrate anche nel gennaio 2021 e, in uno dei villaggi sotto influenza dell’ORCAO, mesi dopo sono stati sequestrati due membri dell’organizzazione di diritti umani Frayba, che da sempre accompagna le comunità indigene chiapaneche.

Secondo la Giunta di Buon Governo del Caracol di Patria Nueva, di cui i due zapatisti sequestrati fanno parte, i soldi che l’ORCAO ha ricevuto dal governo per costruire una scuola sono stati investiti in armi.

“L’ORCAO compra uniformi, attrezzature ed armi con il denaro che riceve dai programmi sociali del governo. Si tiene una parte dei soldi e l’altra la distribuisce tra i funzionari del governo. Con queste armi sparano tutte le notti alla comunità zapatista di Moisés Gandhi”, scrive il subcomandante insurgente Galeano in un comunicato che è stato pubblicato il 19 settembre, subito dopo la liberazione dei suoi compagni Sebastián e José Antonio.

Manifestazione contro gli attacchi all’EZLN a Città del Messico, 24 settembre 2021. Foto: Orsetta Bellani

Nel testo intitolato “Il Chiapas sull’orlo di una guerra civile”, il subcomandante zapatista accusa il governatore chiapaneco, Rutilio Escandón, di destabilizzare la regione finanziando gruppi di tipo paramilitare in varie zone del Chiapas, permettendo loro di operare nella totale impunità, alleandosi con il crimine organizzato e sabotando la Gira per la Vita in Europa, con la finalità di provocare una reazione dell’EZLN.

“Prenderemo le misure pertinenti per fare in modo che si applichi la giustizia nei confronti dei criminali dell’ORCAO e dei funzionari che li proteggono”, scrivono gli zapatisti nel loro comunicato. E concludono, taglienti: “È tutto. La prossima volta non ci saranno comunicati. Nel senso che non ci saranno parole, ma fatti”.

Articolo pubblicato su Sicilia Libertaria nell’ottobre 2021.

Il “Viaggio per la vita” degli zapatisti in Europa: una bomba nella depressione collettiva

Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)

Sette zapatisti sono in viaggio verso l’Europa: quattro donne, due uomini e una donna trans. Sono partiti all’inizio di maggio da Isla Mujeres, in Messico, su un veliero con equipaggio tedesco che hanno ribattezzato “La Montaña”. L’11 giugno hanno toccato terra nelle isole portoghesi Azzorre e tra qualche giorno arriveranno nel porto spagnolo di Vigo. Sono miliziane e comandanti dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln), o lavorano nei settori sanitario, educativo e di comunicazione di quest’organizzazione, che nel Sud del Messico ha costruito un sistema di governo e di vita totalmente autonomo dallo Stato. Gli zapatisti vengono dai boschi o dalla giungla del Chiapas e non hanno nessuna esperienza di navigazione, ma hanno comunque deciso di intraprendere un viaggio che, soprattutto in questo momento storico, sembra un po’ una follia. O un sogno.

“Più che navigare, ‘La Montaña’ sembra ballare sul mare. Come in un lungo e appassionato bacio, si è staccata dal porto e si è diretta verso una meta incerta, piena di sfide, scommesse, minacce e non pochi contrattempi”, scrivono i subcomandanti Galeano e Moisés. Il viaggio dell’Ezln è una “conquista al contrario”, questa volta concordata. Il veliero sta attraversando lo stesso Atlantico che, secoli fa, veniva solcato da imbarcazioni che tornavano in Spagna con le ricchezze delle Americhe. È “una montagna che naviga a controcorrente della storia”, e trasporta persone che non sono state schiacciate dall’invasione di 500 anni fa.

“E voi come fate a mangiare se non avete la milpa (sistema di coltivazione di mais, fagioli e zucca molto comune in Messico, ndr)? E come fa il vento a sapere che stiamo andando in quella direzione? E dove dorme il mare quando ha sonno?”. “La Montaña” solca l’oceano con la stessa lentezza con cui si muove la rivoluzione zapatista. “Lento, però avanzo”, si legge in un celebre mural che si trova in territorio ribelle, e raffigura una lumaca con un passamontagna.

Il resto della delegazione dei popoli indigeni messicani arriverà in Europa in aereo e conterà più di un centinaio di persone. La maggior parte saranno zapatiste, ma ci saranno anche zapatisti e membri del Congresso nazionale indigeno e del Fronte dei popoli in difesa della terra e dell’acqua. Attraverseranno più di 30 Paesi europei, dove incontreranno collettivi e organizzazioni “in basso e a sinistra”: movimenti in difesa della terra e del territorio, comitati, assemblee femministe, collettivi di migranti, antifascisti, LGBT+, internazionalisti e altri.

“La delegazione incontrerà chi ci ha invitati per parlare delle nostre e delle loro storie, di dolori, rabbie, successi e fallimenti”, spiegano i due subcomandanti della delegazione. Sarà uno scambio reciproco, per imparare gli uni dagli altri e costruire reti globali di ribellione. Ancora non esiste un programma del “Viaggio per la vita”, così è stata battezzata questa iniziativa. Quel che è sicuro è che si terrà un incontro di femminismi e dissidenze sessuali il 10 e 11 luglio nella Zad di Notre Dame des Landes, in Francia, e che a Madrid è previsto un incontro europeo di lotte per il 13 agosto, in occasione del cinquecentesimo anniversario dell’entrata del conquistador Hernán Cortés a Tenochtitlan, capitale dell’impero azteca.

“Il percorso politico dell’Ezln è molto vicino alle mie idee: un modello di vita autogestionario, al di fuori delle imposizioni dello Stato. Spero di incontrarli per conoscere il loro progetto di vita contro questo capitalismo che ci sta schiacciando”, dice Maria Vittoria Pigollo del laboratorio anarchico Perla nera di Alessandria. Con altre associazioni e collettivi piemontesi, lo spazio occupato alessandrino ha creato il Collettivo Basso Piemonte dal basso, che ha presentato all’Ezln una proposta di attività da svolgersi nel suo territorio. Lo stesso hanno fatto decine di realtà di tutta Italia e delle isole che fanno parte della libera assemblea Pensando e praticando autonomia zapatista (Lapaz), lo spazio politico che sta organizzando il tour zapatista nel nostro Paese e che, a sua volta, si articola con altre organizzazioni a livello europeo.

Tutto è iniziato nell’ottobre 2020, quando l’Ezln ha annunciato il suo viaggio e ha proposto ai collettivi europei di partecipare alla sua organizzazione. Molti si sono chiesti: sono matti? Come entreranno in Europa più di cento persone con passaporto messicano, se si permette l’ingresso solo ai cittadini comunitari? Come si potranno organizzare eventi se siamo in piena pandemia? “Per noi la proposta zapatista è stata un’ancora di salvezza. Ci ha dato una grande speranza il fatto che tanti compagni dall’altra parte del mondo sfidassero le difficoltà di questo momento storico”, dice Roberta Cucciari del Coordinamentu sardu po s’arricida de is zapatistas po su 2021. Il coordinamento Sardigna Zapatista ha proposto alla delegazione indigena alcuni eventi culturali come un concerto dei cori sociali dell’isola in sardo e in tsotsil, una delle lingue parlate dagli zapatisti-, ma anche tavoli di discussione per condividere esperienze e raccontare il passato coloniale e le lotte attuali sarde, tra cui quella contro le basi militari che occupano 24mila ettari dell’isola. “Probabilmente in Sardegna non avevamo mai avuto un momento così carico di entusiasmo, in cui associazioni, collettivi e comitati sono in dialogo costante. Ne siamo riconoscenti all‘Ezln”, afferma Roberta Cucciari.

E se uno degli scopi non dichiarati del viaggio zapatista fosse proprio promuovere l’organizzazione collettiva, paralizzata dalla pandemia? La proposta dell’Ezln è stata una bomba che ha scosso la depressione collettiva di quel periodo: organizzare un “Viaggio per la vita” proprio mentre si è circondati da tanta morte. Quando “La Montaña” arriverà al porto di Vigo, non sarà né un uomo né una donna la prima persona a sbarcare, ma Marijose, una donna trans che è stata miliziana zapatista e ha lavorato nel settore sanitario e in quello educativo dell’organizzazione. Una scelta che secondo l’Ezln rappresenta “uno schiaffo a tutta la sinistra etero patriarcale”.

Marijose ha istruzioni chiare su quello che dovrà dire una volta sbarcata in Spagna: “A nome delle donne, dei bambini, degli uomini, degli anziani e, naturalmente, degli otroas (termine che l’Ezln usa per definire le persone transgender, ndr) zapatisti, dichiaro che il nome di questa terra che i suoi nativi ora chiamano ‘Europa’, d’ora in poi si chiamerà: Slumil K’ajxemk’op, che significa ‘Terra Indomita’, o ‘Terra che non si rassegna, che non cede’. E così sarà conosciuta dalla gente del posto e dai forestieri finché qui ci sarà qualcuno che non si arrende, non si vende e non cede”.

I collettivi spagnoli stanno organizzando un evento di accoglienza alla delegazione zapatista, la cui data esatta di arrivo non è ancora chiara. E se La “Montaña” non potesse attraccare nel porto di Vigo? “Sappiamo che possono avere problemi per entrare, ma non stiamo neanche prendendo in considerazione la possibilità che non entrino”, dice Lola Sepúlveda dei collettivi Cedoz e Retiemble di Madrid.

Articolo pubblicato da Altreconomia il 15.06.2021: https://altreconomia.it/il-viaggio-per-la-vita-degli-zapatisti-in-europa-una-bomba-nella-depressione-collettiva/

Il popolo indigeno che resiste al crimine organizzato in Messico

Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)

Ora che non deve più governare, Maria Dolores Santa Clara avrà più tempo per passeggiare nei boschi intorno a Cherán, nello Stato messicano del Michoacán. Fino a settembre 2018, quando ha abbandonato il posto nel Consiglio maggiore di governo, le riunioni dell’organo di governo autonomo del popolo indigeno purépecha riempivano le sue giornate, e non aveva molto tempo per godersi la sua pensione da maestra.

Maria Dolores ama camminare nel bosco il mattino presto, quando l’aria è così fresca che pizzica la pelle e il profumo dei pini calma le sue preoccupazioni. Da quando i guardaboschi comunitari hanno iniziato a pattugliarli si sente sicura, ma per un lungo periodo aveva dovuto abbandonare le sue passeggiate mattutine: a partire dal 2008, uomini legati alle organizzazioni criminali Los Caballeros Templarios e La Familia Michoacana occuparono queste montagne, sacre per gli indigeni purépecha di Cherán. Si portavano via gli alberi per vendere la legna nel mercato illegale e, allo stesso tempo, “liberavano spazio” per piantare l’avocado, frutto che genera introiti per circa 150 milioni di euro l’anno e che in questa zona viene chiamato “oro verde”. Il Michoacán è il maggior produttore ed esportatore di avocado del mondo e buona parte della sua linea di produzione e commercializzazione è in mano alle organizzazioni criminali.

Maria Dolores Santa Clara, ex membro del Consiglio maggiore di governo di Cherán. Foto: Orsetta Bellani

Negli anni in cui il crimine organizzato si era installato a Cherán, ogni giorno i suoi abitanti vedevano fino a 200 camion salire e scendere dai monti carichi di legna, e in paese erano diventati frequenti i furti, gli omicidi e le sparizioni. Il 15 aprile del 2011, stanche di veder saccheggiare il loro bosco e di vivere nella paura, un gruppo di donne di Cherán si armarono di bastoni e fermarono un camion pieno di legna, arrestando i suoi occupanti. Le campane della cappella del Calvario iniziarono a suonare e la gente uscì per strada; gli uomini si unirono alla ribellione e iniziò a prendere forma una delle esperienze di autogoverno e autodifesa indigena più solide del Messico, che questo mese festeggia il suo decimo anniversario.

“Ci siamo ribellati per difendere i nostri boschi e per avere sicurezza, in quel momento non pensavamo che avremmo costruito un governo indigeno basato sull’autodeterminazione e sui nostri usi e costumi”, spiega Pedro Chávez Sanchez, ex presidente del Consiglio maggiore di governo. Ricorda che, subito dopo la ribellione delle donne, la gente di Cherán costruì delle barricate nelle tre entrate del paese per bloccare i criminali, e che in assemblea decisero di non lasciar passare neanche i politici e la polizia, considerati collusi con la criminalità organizzata.

Nel novembre 2011, un tribunale messicano ha riconosciuto il diritto dei 18mila abitanti di Cherán a scegliere le proprie autorità secondo gli usi e costumi purépechas, decisione basata sulla Costituzione messicana e su trattati internazionali, come il 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro e la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni dell’Onu. Da allora non ci sono più state votazioni con candidati dei partiti, ma elezioni che rispettano la cultura politica ancestrale degli indigeni della regione. “Abbiamo ripreso le istituzioni che il popolo purépecha utilizzava prima dell’invasione spagnola del XVI secolo, come il Consiglio maggiore di governo”, spiega David Daniel Romero, avvocato originario di Cherán.

Le donne di Cherán si registrano per partecipare alle elezioni nel maggio 2018. La popolazione ha ripreso le istituzioni che i purépecha utilizzavano prima dell’invasione spagnola del XVI secolo, come il Consiglio maggiore di governo. Foto: Orsetta Bellani

Ogni notte, quando il sole si nasconde dietro le montagne e il freddo abbraccia la meseta purépecha, si accendono falò in ogni angolo di Cherán. Lì la gente si riunisce per bere tè o caffè, mangiare dolci e discutere con i vicini. È questo lo spazio in cui si dibattono i problemi della comunità e si fa politica. In tempo di elezioni secondo usi e costumi, i falò propongono all’assemblea che riunisce i quattro quartieri di Cherán una lista di persone che candidano a membri del nuovo Consiglio maggiore di governo, chiamati k’eri in lingua indigena. Sono abitanti della comunità, non politici di professione, e se non rispettano il loro mandato verranno destituiti dall’assemblea popolare.

“Cherán è oggi un paese sicuro ma non è tutto perfetto, facciamo degli errori”, afferma la ex k’eri Maria Dolores Santa Clara. “Però tutti abbiamo chiaro che governare non è un privilegio, ma un servizio alla comunità”. Ho incontrato Maria Dolores nella sede del Consiglio maggiore, che si riunisce nell’ex Municipio di Cherán, edificio che la popolazione insorta ha occupato nel 2011 abbellendolo con murales di Emiliano Zapata e altri eroi della rivoluzione messicana dell’inizio del XX secolo. È un palazzo in stile coloniale che si affaccia sulla bella piazza principale del paese, dove la gente passeggia e mangia tacos nei banchetti ambulanti, gli anziani seduti sulle panchine si godono il tiepido sole della meseta purépecha e i bambini giocano a pallone fino a tarda sera. È una delle conquiste di un popolo che per anni è stato costretto a rispettare il coprifuoco che le organizzazioni criminali imponevano dopo il tramonto, a pagare il pizzo e a vivere costantemente minacciato.

La situazione è cambiata quando la polizia, collusa con la criminalità organizzata, è stata cacciata e sostituita dalla “ronda comunitaria”, un corpo di sicurezza autonomo e comunitario, riconosciuto dallo Stato con la sentenza del novembre 2011. Ne fanno parte una sessantina di abitanti scelti dall’assemblea di Cherán, organo che vigila costantemente il loro lavoro e che può decidere di destituirli se non rispettano il loro giuramento. La “ronda comunitaria” presidia le tre entrate del paese, fermando ogni auto per controllare che non entrino criminali, politici o la propaganda dei loro partiti.

I guardaboschi pattugliano i boschi di Cherán. Foto: Orsetta Bellani

Il pickup si arrampica sulla strada sterrata che taglia il bosco. Il cassone si riempie rapidamente di una polvere gialla e spessa, ma il guardaboschi comunitario non sembra curarsene. Abbracciato al suo fucile AR15 guarda Cherán scomparire dietro di noi, mentre l’alba inizia a colorare il paesaggio. Il suo collega Pedro, che tutti chiamano perrito (cagnolino), porta un’uniforme blu con la bandiera purépecha cucita sulla manica e si regge al bordo del cassone del pickup, che sobbalza per le buche continue.

“Pattugliamo i boschi per impedire che la criminalità organizzata si porti via la legna, ma è da tempo che non ci prova neanche più. Vedi là, dove ci sono degli alberi più piccoli?”, dice indicando una porzione di bosco. “Lì abbiamo riforestato noi”. Ogni mattina, quando escono per pattugliare, i guardaboschi caricano sul loro pickup degli alberelli del vivaio comunitario di Cherán, dove si coltivano circa due milioni e mezzo di esemplari l’anno, e li piantano nelle zone disboscate negli scorsi anni dal crimine organizzato. Secondo una ricerca di María Luisa España ed Omar Champo, a Cherán si sono persi circa novemila ettari di bosco, “che equivalgono al 71% della superfice vegetale che esisteva nel 2006”.

Dalle montagne di Cherán i guardaboschi comunitari osservano le coltivazioni di avogado nella zona circostante il municipio autonomo. Foto: Orsetta Bellani

Circa l’80% è stato riforestato dai guardaboschi comunitari e la differenza tra il territorio di Cherán e quello dei comuni limitrofi è visibile ad occhio nudo: da una parte boschi di conifere, dall’altro lunghe file di monocoltivazioni di avocado che hanno sostituito la milpa, un sistema sinergico di coltivazione molto comune in Messico. A Cherán coltivare avocado è proibito, non solo perché ricorda il tempo in cui i criminali la facevano da padroni ma perché è una pianta che ha bisogno di molta acqua e inaridisce la terra, causando problemi di accesso all’acqua per la popolazione.

Le fonti di reddito di quelli che vengono comunemente chiamati narcos vanno quindi molto oltre il narcotraffico. Secondo il ministero dell’Agricoltura messicano, nel 2019 il Michoacán ha prodotto 1.725.000 tonnellate di avocado, circa il 76% della produzione nazionale, e il governatore Silvano Aureoles ha affermato che la metà dei 200mila ettari di coltivazioni di “oro verde” finiscono per arricchire la criminalità organizzata.
Gli Stati Uniti sono i principali importatori dell’avocado messicano, un frutto sempre più presente anche sulle tavole europee; soprattutto in Spagna, Francia e Olanda, che tra il 2015 e il 2016 ha aumentato le sue importazioni dal Messico del 284%.

Articolo pubblicato da Altreconomia nell’aprile 2021: https://altreconomia.it/il-popolo-indigeno-che-resiste-al-crimine-organizzato-in-messico/

Continuano gli attacchi paramilitari all’EZLN. Sono parte di una guerra globale contro i popoli e le donne

Orsetta Bellani, Sicilia Libertaria (Foto: O.B.)

A una donna zapatista del villaggio Moisés Gandhi, nel meridionale Stato del Chiapas, viene voglia di piangere ogni volta che vede la sua casa “ferita da colpi di arma da fuoco”. Un’altra vive con la sensazione che il suo compagno “sia già morto”, ucciso dalle parole di un membro dell’Organización Regional de Cafeticultores de Ocosingo (ORCAO), un gruppo armato di tipo paramilitare, che ha minacciato di ucciderlo ed appendergli le interiora al collo.

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