Il “Viaggio per la vita” degli zapatisti in Europa: una bomba nella depressione collettiva

Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)

Sette zapatisti sono in viaggio verso l’Europa: quattro donne, due uomini e una donna trans. Sono partiti all’inizio di maggio da Isla Mujeres, in Messico, su un veliero con equipaggio tedesco che hanno ribattezzato “La Montaña”. L’11 giugno hanno toccato terra nelle isole portoghesi Azzorre e tra qualche giorno arriveranno nel porto spagnolo di Vigo. Sono miliziane e comandanti dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln), o lavorano nei settori sanitario, educativo e di comunicazione di quest’organizzazione, che nel Sud del Messico ha costruito un sistema di governo e di vita totalmente autonomo dallo Stato. Gli zapatisti vengono dai boschi o dalla giungla del Chiapas e non hanno nessuna esperienza di navigazione, ma hanno comunque deciso di intraprendere un viaggio che, soprattutto in questo momento storico, sembra un po’ una follia. O un sogno.

“Più che navigare, ‘La Montaña’ sembra ballare sul mare. Come in un lungo e appassionato bacio, si è staccata dal porto e si è diretta verso una meta incerta, piena di sfide, scommesse, minacce e non pochi contrattempi”, scrivono i subcomandanti Galeano e Moisés. Il viaggio dell’Ezln è una “conquista al contrario”, questa volta concordata. Il veliero sta attraversando lo stesso Atlantico che, secoli fa, veniva solcato da imbarcazioni che tornavano in Spagna con le ricchezze delle Americhe. È “una montagna che naviga a controcorrente della storia”, e trasporta persone che non sono state schiacciate dall’invasione di 500 anni fa.

“E voi come fate a mangiare se non avete la milpa (sistema di coltivazione di mais, fagioli e zucca molto comune in Messico, ndr)? E come fa il vento a sapere che stiamo andando in quella direzione? E dove dorme il mare quando ha sonno?”. “La Montaña” solca l’oceano con la stessa lentezza con cui si muove la rivoluzione zapatista. “Lento, però avanzo”, si legge in un celebre mural che si trova in territorio ribelle, e raffigura una lumaca con un passamontagna.

Il resto della delegazione dei popoli indigeni messicani arriverà in Europa in aereo e conterà più di un centinaio di persone. La maggior parte saranno zapatiste, ma ci saranno anche zapatisti e membri del Congresso nazionale indigeno e del Fronte dei popoli in difesa della terra e dell’acqua. Attraverseranno più di 30 Paesi europei, dove incontreranno collettivi e organizzazioni “in basso e a sinistra”: movimenti in difesa della terra e del territorio, comitati, assemblee femministe, collettivi di migranti, antifascisti, LGBT+, internazionalisti e altri.

“La delegazione incontrerà chi ci ha invitati per parlare delle nostre e delle loro storie, di dolori, rabbie, successi e fallimenti”, spiegano i due subcomandanti della delegazione. Sarà uno scambio reciproco, per imparare gli uni dagli altri e costruire reti globali di ribellione. Ancora non esiste un programma del “Viaggio per la vita”, così è stata battezzata questa iniziativa. Quel che è sicuro è che si terrà un incontro di femminismi e dissidenze sessuali il 10 e 11 luglio nella Zad di Notre Dame des Landes, in Francia, e che a Madrid è previsto un incontro europeo di lotte per il 13 agosto, in occasione del cinquecentesimo anniversario dell’entrata del conquistador Hernán Cortés a Tenochtitlan, capitale dell’impero azteca.

“Il percorso politico dell’Ezln è molto vicino alle mie idee: un modello di vita autogestionario, al di fuori delle imposizioni dello Stato. Spero di incontrarli per conoscere il loro progetto di vita contro questo capitalismo che ci sta schiacciando”, dice Maria Vittoria Pigollo del laboratorio anarchico Perla nera di Alessandria. Con altre associazioni e collettivi piemontesi, lo spazio occupato alessandrino ha creato il Collettivo Basso Piemonte dal basso, che ha presentato all’Ezln una proposta di attività da svolgersi nel suo territorio. Lo stesso hanno fatto decine di realtà di tutta Italia e delle isole che fanno parte della libera assemblea Pensando e praticando autonomia zapatista (Lapaz), lo spazio politico che sta organizzando il tour zapatista nel nostro Paese e che, a sua volta, si articola con altre organizzazioni a livello europeo.

Tutto è iniziato nell’ottobre 2020, quando l’Ezln ha annunciato il suo viaggio e ha proposto ai collettivi europei di partecipare alla sua organizzazione. Molti si sono chiesti: sono matti? Come entreranno in Europa più di cento persone con passaporto messicano, se si permette l’ingresso solo ai cittadini comunitari? Come si potranno organizzare eventi se siamo in piena pandemia? “Per noi la proposta zapatista è stata un’ancora di salvezza. Ci ha dato una grande speranza il fatto che tanti compagni dall’altra parte del mondo sfidassero le difficoltà di questo momento storico”, dice Roberta Cucciari del Coordinamentu sardu po s’arricida de is zapatistas po su 2021. Il coordinamento Sardigna Zapatista ha proposto alla delegazione indigena alcuni eventi culturali come un concerto dei cori sociali dell’isola in sardo e in tsotsil, una delle lingue parlate dagli zapatisti-, ma anche tavoli di discussione per condividere esperienze e raccontare il passato coloniale e le lotte attuali sarde, tra cui quella contro le basi militari che occupano 24mila ettari dell’isola. “Probabilmente in Sardegna non avevamo mai avuto un momento così carico di entusiasmo, in cui associazioni, collettivi e comitati sono in dialogo costante. Ne siamo riconoscenti all‘Ezln”, afferma Roberta Cucciari.

E se uno degli scopi non dichiarati del viaggio zapatista fosse proprio promuovere l’organizzazione collettiva, paralizzata dalla pandemia? La proposta dell’Ezln è stata una bomba che ha scosso la depressione collettiva di quel periodo: organizzare un “Viaggio per la vita” proprio mentre si è circondati da tanta morte. Quando “La Montaña” arriverà al porto di Vigo, non sarà né un uomo né una donna la prima persona a sbarcare, ma Marijose, una donna trans che è stata miliziana zapatista e ha lavorato nel settore sanitario e in quello educativo dell’organizzazione. Una scelta che secondo l’Ezln rappresenta “uno schiaffo a tutta la sinistra etero patriarcale”.

Marijose ha istruzioni chiare su quello che dovrà dire una volta sbarcata in Spagna: “A nome delle donne, dei bambini, degli uomini, degli anziani e, naturalmente, degli otroas (termine che l’Ezln usa per definire le persone transgender, ndr) zapatisti, dichiaro che il nome di questa terra che i suoi nativi ora chiamano ‘Europa’, d’ora in poi si chiamerà: Slumil K’ajxemk’op, che significa ‘Terra Indomita’, o ‘Terra che non si rassegna, che non cede’. E così sarà conosciuta dalla gente del posto e dai forestieri finché qui ci sarà qualcuno che non si arrende, non si vende e non cede”.

I collettivi spagnoli stanno organizzando un evento di accoglienza alla delegazione zapatista, la cui data esatta di arrivo non è ancora chiara. E se La “Montaña” non potesse attraccare nel porto di Vigo? “Sappiamo che possono avere problemi per entrare, ma non stiamo neanche prendendo in considerazione la possibilità che non entrino”, dice Lola Sepúlveda dei collettivi Cedoz e Retiemble di Madrid.

Articolo pubblicato da Altreconomia il 15.06.2021: https://altreconomia.it/il-viaggio-per-la-vita-degli-zapatisti-in-europa-una-bomba-nella-depressione-collettiva/

Il popolo indigeno che resiste al crimine organizzato in Messico

Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)

Ora che non deve più governare, Maria Dolores Santa Clara avrà più tempo per passeggiare nei boschi intorno a Cherán, nello Stato messicano del Michoacán. Fino a settembre 2018, quando ha abbandonato il posto nel Consiglio maggiore di governo, le riunioni dell’organo di governo autonomo del popolo indigeno purépecha riempivano le sue giornate, e non aveva molto tempo per godersi la sua pensione da maestra.

Maria Dolores ama camminare nel bosco il mattino presto, quando l’aria è così fresca che pizzica la pelle e il profumo dei pini calma le sue preoccupazioni. Da quando i guardaboschi comunitari hanno iniziato a pattugliarli si sente sicura, ma per un lungo periodo aveva dovuto abbandonare le sue passeggiate mattutine: a partire dal 2008, uomini legati alle organizzazioni criminali Los Caballeros Templarios e La Familia Michoacana occuparono queste montagne, sacre per gli indigeni purépecha di Cherán. Si portavano via gli alberi per vendere la legna nel mercato illegale e, allo stesso tempo, “liberavano spazio” per piantare l’avocado, frutto che genera introiti per circa 150 milioni di euro l’anno e che in questa zona viene chiamato “oro verde”. Il Michoacán è il maggior produttore ed esportatore di avocado del mondo e buona parte della sua linea di produzione e commercializzazione è in mano alle organizzazioni criminali.

Maria Dolores Santa Clara, ex membro del Consiglio maggiore di governo di Cherán. Foto: Orsetta Bellani

Negli anni in cui il crimine organizzato si era installato a Cherán, ogni giorno i suoi abitanti vedevano fino a 200 camion salire e scendere dai monti carichi di legna, e in paese erano diventati frequenti i furti, gli omicidi e le sparizioni. Il 15 aprile del 2011, stanche di veder saccheggiare il loro bosco e di vivere nella paura, un gruppo di donne di Cherán si armarono di bastoni e fermarono un camion pieno di legna, arrestando i suoi occupanti. Le campane della cappella del Calvario iniziarono a suonare e la gente uscì per strada; gli uomini si unirono alla ribellione e iniziò a prendere forma una delle esperienze di autogoverno e autodifesa indigena più solide del Messico, che questo mese festeggia il suo decimo anniversario.

“Ci siamo ribellati per difendere i nostri boschi e per avere sicurezza, in quel momento non pensavamo che avremmo costruito un governo indigeno basato sull’autodeterminazione e sui nostri usi e costumi”, spiega Pedro Chávez Sanchez, ex presidente del Consiglio maggiore di governo. Ricorda che, subito dopo la ribellione delle donne, la gente di Cherán costruì delle barricate nelle tre entrate del paese per bloccare i criminali, e che in assemblea decisero di non lasciar passare neanche i politici e la polizia, considerati collusi con la criminalità organizzata.

Nel novembre 2011, un tribunale messicano ha riconosciuto il diritto dei 18mila abitanti di Cherán a scegliere le proprie autorità secondo gli usi e costumi purépechas, decisione basata sulla Costituzione messicana e su trattati internazionali, come il 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro e la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni dell’Onu. Da allora non ci sono più state votazioni con candidati dei partiti, ma elezioni che rispettano la cultura politica ancestrale degli indigeni della regione. “Abbiamo ripreso le istituzioni che il popolo purépecha utilizzava prima dell’invasione spagnola del XVI secolo, come il Consiglio maggiore di governo”, spiega David Daniel Romero, avvocato originario di Cherán.

Le donne di Cherán si registrano per partecipare alle elezioni nel maggio 2018. La popolazione ha ripreso le istituzioni che i purépecha utilizzavano prima dell’invasione spagnola del XVI secolo, come il Consiglio maggiore di governo. Foto: Orsetta Bellani

Ogni notte, quando il sole si nasconde dietro le montagne e il freddo abbraccia la meseta purépecha, si accendono falò in ogni angolo di Cherán. Lì la gente si riunisce per bere tè o caffè, mangiare dolci e discutere con i vicini. È questo lo spazio in cui si dibattono i problemi della comunità e si fa politica. In tempo di elezioni secondo usi e costumi, i falò propongono all’assemblea che riunisce i quattro quartieri di Cherán una lista di persone che candidano a membri del nuovo Consiglio maggiore di governo, chiamati k’eri in lingua indigena. Sono abitanti della comunità, non politici di professione, e se non rispettano il loro mandato verranno destituiti dall’assemblea popolare.

“Cherán è oggi un paese sicuro ma non è tutto perfetto, facciamo degli errori”, afferma la ex k’eri Maria Dolores Santa Clara. “Però tutti abbiamo chiaro che governare non è un privilegio, ma un servizio alla comunità”. Ho incontrato Maria Dolores nella sede del Consiglio maggiore, che si riunisce nell’ex Municipio di Cherán, edificio che la popolazione insorta ha occupato nel 2011 abbellendolo con murales di Emiliano Zapata e altri eroi della rivoluzione messicana dell’inizio del XX secolo. È un palazzo in stile coloniale che si affaccia sulla bella piazza principale del paese, dove la gente passeggia e mangia tacos nei banchetti ambulanti, gli anziani seduti sulle panchine si godono il tiepido sole della meseta purépecha e i bambini giocano a pallone fino a tarda sera. È una delle conquiste di un popolo che per anni è stato costretto a rispettare il coprifuoco che le organizzazioni criminali imponevano dopo il tramonto, a pagare il pizzo e a vivere costantemente minacciato.

La situazione è cambiata quando la polizia, collusa con la criminalità organizzata, è stata cacciata e sostituita dalla “ronda comunitaria”, un corpo di sicurezza autonomo e comunitario, riconosciuto dallo Stato con la sentenza del novembre 2011. Ne fanno parte una sessantina di abitanti scelti dall’assemblea di Cherán, organo che vigila costantemente il loro lavoro e che può decidere di destituirli se non rispettano il loro giuramento. La “ronda comunitaria” presidia le tre entrate del paese, fermando ogni auto per controllare che non entrino criminali, politici o la propaganda dei loro partiti.

I guardaboschi pattugliano i boschi di Cherán. Foto: Orsetta Bellani

Il pickup si arrampica sulla strada sterrata che taglia il bosco. Il cassone si riempie rapidamente di una polvere gialla e spessa, ma il guardaboschi comunitario non sembra curarsene. Abbracciato al suo fucile AR15 guarda Cherán scomparire dietro di noi, mentre l’alba inizia a colorare il paesaggio. Il suo collega Pedro, che tutti chiamano perrito (cagnolino), porta un’uniforme blu con la bandiera purépecha cucita sulla manica e si regge al bordo del cassone del pickup, che sobbalza per le buche continue.

“Pattugliamo i boschi per impedire che la criminalità organizzata si porti via la legna, ma è da tempo che non ci prova neanche più. Vedi là, dove ci sono degli alberi più piccoli?”, dice indicando una porzione di bosco. “Lì abbiamo riforestato noi”. Ogni mattina, quando escono per pattugliare, i guardaboschi caricano sul loro pickup degli alberelli del vivaio comunitario di Cherán, dove si coltivano circa due milioni e mezzo di esemplari l’anno, e li piantano nelle zone disboscate negli scorsi anni dal crimine organizzato. Secondo una ricerca di María Luisa España ed Omar Champo, a Cherán si sono persi circa novemila ettari di bosco, “che equivalgono al 71% della superfice vegetale che esisteva nel 2006”.

Dalle montagne di Cherán i guardaboschi comunitari osservano le coltivazioni di avogado nella zona circostante il municipio autonomo. Foto: Orsetta Bellani

Circa l’80% è stato riforestato dai guardaboschi comunitari e la differenza tra il territorio di Cherán e quello dei comuni limitrofi è visibile ad occhio nudo: da una parte boschi di conifere, dall’altro lunghe file di monocoltivazioni di avocado che hanno sostituito la milpa, un sistema sinergico di coltivazione molto comune in Messico. A Cherán coltivare avocado è proibito, non solo perché ricorda il tempo in cui i criminali la facevano da padroni ma perché è una pianta che ha bisogno di molta acqua e inaridisce la terra, causando problemi di accesso all’acqua per la popolazione.

Le fonti di reddito di quelli che vengono comunemente chiamati narcos vanno quindi molto oltre il narcotraffico. Secondo il ministero dell’Agricoltura messicano, nel 2019 il Michoacán ha prodotto 1.725.000 tonnellate di avocado, circa il 76% della produzione nazionale, e il governatore Silvano Aureoles ha affermato che la metà dei 200mila ettari di coltivazioni di “oro verde” finiscono per arricchire la criminalità organizzata.
Gli Stati Uniti sono i principali importatori dell’avocado messicano, un frutto sempre più presente anche sulle tavole europee; soprattutto in Spagna, Francia e Olanda, che tra il 2015 e il 2016 ha aumentato le sue importazioni dal Messico del 284%.

Articolo pubblicato da Altreconomia nell’aprile 2021: https://altreconomia.it/il-popolo-indigeno-che-resiste-al-crimine-organizzato-in-messico/

Continuano gli attacchi paramilitari all’EZLN. Sono parte di una guerra globale contro i popoli e le donne

Orsetta Bellani, Sicilia Libertaria (Foto: O.B.)

A una donna zapatista del villaggio Moisés Gandhi, nel meridionale Stato del Chiapas, viene voglia di piangere ogni volta che vede la sua casa “ferita da colpi di arma da fuoco”. Un’altra vive con la sensazione che il suo compagno “sia già morto”, ucciso dalle parole di un membro dell’Organización Regional de Cafeticultores de Ocosingo (ORCAO), un gruppo armato di tipo paramilitare, che ha minacciato di ucciderlo ed appendergli le interiora al collo.

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Messico, pandemia e popoli indigeni. Tra quarantene collettive e processioni religiose

Orsetta Bellani, Arivista (Foto: Isabel Mateos)

Romario Guzmán Montejo si inginocchia e cade sulla strada. Avvicina la mano destra al petto per cercare il dolore che improvvisamente gli ha tolto l’aria; scoprirà che una pallottola della Polizia Municipale di Yajalón gli ha penetrato i polmoni fino a toccargli una vertebra, e che forse non potrà mai più camminare. Romario è frastornato dalle grida, dagli spari, dal sangue che poco a poco colora la sua maglietta. In Chiapas il coronavirus non ha causato solo malati, ma anche feriti da arma da fuoco.

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Nei territori zapatisti del Chiapas durante la pandemia

Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: Isabel Mateos)

Il dottor Joel Heredia guida sulla strada che dalla città di Ocosingo, nello Stato meridionale del Chiapas, in Messico, porta al villaggio di Las Tazas, nel cuore della Selva Lacandona. Porta una mascherina e ha il bagagliaio pieno di brochure sul nuovo Coronavirus che Sadec (Salud y desarrollo comunitario), la ong che ha fondato, ha preparato per i promotores de salud, zapatiste e zapatisti che curano con le erbe e con la medicina occidentale.

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“Sui 43 desaparecidos di Ayotzinapa ci sono 11 filoni d’inchiesta ancora inesplorati”

Orsetta Bellani, Il Fatto Quotidiano (Foto: O.B.)

“Lo Stato ha fatto sparire i nostri figli e lo Stato ci deve dare una risposta”. A dirlo sono i genitori dei 43 studenti della scuola rurale di Ayotzinapa, scomparsi 5 anni fa. Le famiglie domani terranno un corteo a Città del Messico.

La ricostruzione ufficiale è questa: nei pressi di Iguala, i giovani sono stati sequestrati, mentre viaggiavano in autobus, dalla Polizia Municipale e dall’organizzazione criminale Guerreros Unidos, che poi avrebbe bruciato i loro cadaveri nella discarica della città di Cocula.

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La minaccia del nuovo aeroporto di Città del Messico

Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)

Quando ha visto demolire le case dei suoi vicini come fossero castelli di carta, Nieves Rodríguez Hernández ha pensato che non avrebbe permesso alle ruspe di buttar giù anche la sua. Ha deciso di rimanere lì, coltivando la sua terra, malgrado l’autostrada Teotihuacán-Texcoco dovrebbe passarci sopra e già circonda casa sua. Continue reading…

Omicidi di Stato a Oaxaca

Orsetta Bellani, Arivista (Foto: O.B.)

Quando iniziarono a sparare contro il suo pick up, Abraham Ramírez Vásquez aprì la porta e si lasciò rotolare in terra. Si nascose nella vegetazione per qualche minuto, ascoltando gli spari, fino a quando l’automobile dei sicari se ne andò. Continue reading…