È l’ambra rossa il tesoro del Chiapas

Orsetta Bellani, Il Venerdì (Foto: O.B.)

Dionisio Díaz scava con colpi decisi di martello, facendosi luce con una lampada frontale. “Questa è ambra rossa”, dice, mostrando tra le pietre un pezzo di resina fossilizzata. Nelle viscere di questa montagna del paese di Simojovel, nel Chiapas messicano, si nasconde una fortuna: uno dei tre giacimenti di ambra più grandi del mondo, con quelli del Baltico e della Repubblica Dominicana.

A Simojovel le miniere sono proprietà dei minatori e vengono scavate artigianalmente, con pale e picconi. Malgrado la ricchezza che si nasconde sotto i loro piedi, l’ambra viene venduta a prezzi così bassi che il 93% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.

Dionisio Díaz ricorda che la situazione per lui è migliorata a partire dal 2008, quando arrivarono centinaia di compratori di ambra cinesi e il paese ha cambiato volto. Per essere sicuri di accaparrare l’ambra, gli asiatici offrivano cifre mai viste. Il prezzo della gemma è aumentato di dieci volte e la gente ha aperto miniere dappertutto, anche nel cimitero. Chi più guadagnava dalla presenza dei compratori cinesi erano i minatori, che sono l’anello più debole nella filiera dell’ambra e che diventarono improvvisamente ricchi.

Pezzo di ambra. Foto: Orsetta Bellani

Alcuni investirono in terreni e case, altri sperperarono tutto in alcool e droghe. Le donne attribuivano all’alcolismo l’aumento della violenza domestica e l’incremento dell’insicurezza nelle strade era sotto gli occhi di tutti. Spinti dal malcontento generale, alcuni abitanti fecero pressione sugli asiatici per spingerli a lasciare il paese. I prezzi dell’ambra scesero nuovamente e la vita di Dionisio Díaz e dei suoi colleghi tornò ad essere quella di prima.

L’ambra gialla chiapaneca in Italia soffre la competenza di quella baltica, che ha costi di importazione più bassi e si può vendere a un prezzo inferiore. “Invece l’ambra rossa del Chiapas è unica, e in Italia può essere venduta anche dieci volte più cara rispetto al prezzo di Simojovel”, dice Stefano Calabró, cagliaritano che gestisce un negozio di ambra nella città di San Cristóbal de Las Casas, in Chiapas. “Ma in Italia l’ambra rossa non si trova facilmente perché la gente non la conosce tanto, ed è difficile che sia apprezzata”.

Articolo pubblicato sul Venerdì di Repubblica il 7.10.2022.

Gli indigeni del Chiapas che ribaltano il “paradosso del caffè”

Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)

Nella Selva Lacandona c’è una caffetteria. Si chiama Capeltic, che in maya tseltal significa “il nostro caffè”, e sembra uno di quei bar che si trovano nei centri storici delle grandi città, con foto alle pareti, sedie di alluminio e ombrelloni nel dehor per ripararsi dal sole.

È strano vederla qui, a Chilón, un paese di settemila anime del Chiapas circondato dalla selva e da campi di mais e caffè. A fianco di Capeltic c’è Bats’il Maya, una fabbrica con un magazzino dove arrivano decine di sacchi pieni di grani di caffè in pergamino (ossia ricoperti da una buccia) da tutta la regione.

Cristina Méndez Álvarez, co-direttrice del gruppo di aziende e cooperative di economia solidale Yomol A’tel (yomolatel.org), affonda la mano in uno dei sacchi e mostra i chicchi ricoperti da una buccia gialla: entro poco tempo verranno sbucciati da una macchina, tostati in un forno, macinati,
quindi impacchettati e spediti.

“Abbiamo aperto il nostro impianto qui, nella Selva Norte del Chiapas, malgrado ci avessero consigliato di farlo nel centro del Messico o vicino alla frontiera con gli Stati Uniti, perché i costi logistici e di commercializzazione sarebbero stati molto inferiori -dice la co-direttrice dell’azienda,
formata da circa 360 famiglie indigene maya tseltales-. Abbiamo invece deciso di costruire l’impianto nella selva, malgrado Chilón sia isolato e quasi nessuno arrivi fin qui. Vogliamo stare
vicino ai produttori di caffè, ci piace pensare che possano sentire l’impianto come se fosse loro”.

Foto: Orsetta Bellani

La giovane chiapaneca cammina tra le rumorose macchine di Yomol A’tel, parola che nella lingua
indigena locale significa “insieme lavoriamo, insieme camminiamo e insieme sogniamo”. Il progetto
nasce nel 2001 a partire da una riflessione, che durava da decenni, sul fatto che da sempre le famiglie indigene maya tseltales si limitavano esclusivamente a produrre la materia prima -il caffè- per poi venderlo agli intermediari a prezzi molto bassi. I contadini non avevano un ruolo
negli altri anelli della filiera, che permettono guadagni molto maggiori. Yomol A’tel vuole
rompere questa logica: l’idea è che i produttori che seminano e raccolgono il caffè imparino anche a spolparlo, tostarlo e a preparare un ottimo caffè in tazza, seguendo dei corsi di formazione
nella caffetteria Capeltic. “Seguiamo tutta la filiera: dal campo alla tazza. Sappiamo che ogni suo anello è importante: se il produttore ci manda chicchi di alta qualità, il caffè si rovina se il tostatore esagera con la fiamma. E se il tostatore fa un eccellente lavoro ma il barista non è in grado di estrarre il caffè, il prodotto in tazza sarà cattivo. Le nostre famiglie conoscono tutto il processo: questa è la nostra proposta di qualità”, dice Méndez Álvarez.

Secondo i calcoli di Yomol A’tel, un chilo di caffè in pergamino in chicchi che al produttore viene pagato 70 pesos (poco più di 3,3 euro), una volta venduto in tazza permette di guadagnarne circa 1.500 (71,5 euro). Per questo, il 40% del caffè di Yomol A’tel viene venduto nelle sue caffetterie: la Capeltic di Chilón e quelle di due prestigiose università messicane: l’Iteso di Guadalajara e l’Università Iberoamericana, nelle sue sedi di Città del Messico e Puebla.

“Avere i nostri bar ci permette pagare un prezzo giusto ai produttori, che sono l’anello più impoverito di questa filiera. Noi lo chiamiamo ‘paradosso del caffè’: le famiglie che seminano e
raccolgono questo prodotto, che è biologico, di altissima qualità e apprezzato in tutto il mondo,
vivono sotto la soglia di povertà -spiega Cristina Méndez Álvarez-. Yomol A’tel ridistribuisce la
ricchezza, facendo in modo che non si accumuli in mano di chi gestisce le caffetterie Capeltic”.
Secondo gli esperti, sono vari i fattori che stanno alla base del “paradosso del caffè”. Dalla natura
coloniale del prodotto che, come secoli fa, continua ad essere coltivato da persone indigene per essere esportato verso l’Europa e gli Stati Uniti, all’incapacità dei governi dei Paesi produttori di promuovere politiche per proteggerne la produzione e commercializzazione.

Nell’ultimo anno, il prezzo del caffè è più che raddoppiato. Questo aumento è causato in primo
luogo dagli effetti dei cambiamenti climatici in Brasile, che è il primo produttore mondiale della seconda bevanda più bevuta al mondo dopo l’acqua. Nel 2021, il Paese sudamericano ha dovuto affrontare un lungo periodo di siccità, seguito da una forte gelata, e ha immesso nel mercato 20 milioni sacchi di caffè in meno rispetto all’anno precedente, con un conseguente aumento del suo prezzo.

Ma c’è di più. “Ci sono due grandi mercati del caffè: quello reale, in cui le persone comprano
e vendono il prodotto, e in cui il suo prezzo dipende dalla domanda e dall’offerta, e quello finanziario -spiega Manel Modelo di Impacto café (impactocafe.org), una Ong che accompagna decine di piccoli produttori di caffè in Chiapas-. Quest’anno sono stati prodotti tra i 140 e 170
milioni di sacchi di caffè in tutto il mondo. Nel mercato finanziario si comprano e vendono in quattro o cinque giorni, quello che si fa il resto dell’anno è speculazione pura e semplice”.

Il prezzo del caffè non si decide quindi solo nel mercato reale, ma anche nella borsa di valori di New York, dove in questo momento è alle stelle. Lì operano sei grandi broker che hanno come principali clienti Nescafé, Kraft, Sara Lee e Procter & Gamble, ovvero le multinazionali che commercializzano circa la metà di tutto il caffè mondiale.

Cristina Méndez Álvarez, co-direttrice del gruppo di aziende e cooperative di economia solidale Yomol A’tel. Foto: Orsetta Bellani

L’aumento del prezzo è sicuramente una buona notizia per i produttori, che devono però fare i conti con il fatto che sale e scende da un giorno all’altro. La volatilità crea molta incertezza e difficoltà nello stabilire quale sia il miglior momento per vendere, o fare qualsiasi tipo di proiezione a lungo termine. Per questo, i produttori preferirebbero un prezzo stabile, anche se più basso di quello attuale.

“Magari i prezzi rimanessero alti e stabili, e le famiglie smettessero di vivere alla giornata. Sappiamo che purtroppo presto scenderanno vertiginosamente”, commenta Cristina Méndez Álvarez, mentre mostra un camion pieno di pacchi di caffè con l’etichetta di Capeltic che sta per uscire dal magazzino per essere spediti in tutto il Messico, Stati Uniti e Spagna. “Non dico la quantità di problemi di trasporto che abbiamo, perché in questa strada che già di per sé è piena di curve, buche e rallentatori, spesso ci sono frane e cadono alberi. Ma non ci importa, è un rischio che siamo disposti a prendere per essere coerenti con il nostro tipo di progetto”.

Articolo pubblicato da Altreconomia nelluglio 2022: https://altreconomia.it/gli-indigeni-del-chiapas-che-ribaltano-il-paradosso-del-caffe/

Il movimento in Messico che chiede giustizia per la violenza di Stato

Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)

Un’autostrada che taglia in due un bosco di pini. Una manifestazione che da Cuernavaca si dirige a Città del Messico: 80 chilometri in salita, camminando sull’asfalto sotto un sole intermittente con la speranza di essere ricevuti nella capitale dal presidente Andrés Manuel López Obrador. Era il gennaio del 2020 e il Movimento per la pace con giustizia e dignità (Mpjd) riuniva nuovamente migliaia di vittime della militarizzazione che il governo messicano ha portato avanti dal 2006 con la scusa di combattere la criminalità organizzata, e che ha causato
più di 90mila desaparecidos, 340mila sfollati e ha portato a una media di 10 femminicidi al giorno.

Quella mobilitazione è stata una tappa fondamentale verso la celebrazione, avvenuta il primo agosto 2021, di una consultazione popolare in cui si chiedeva alla popolazione messicana se fosse d’accordo con la possibilità di intraprendere un processo per fare luce sulle violazioni dei diritti umani avvenute nel passato. Molti dimostranti scesi in strada nel gennaio 2020 avevano già manifestato nove anni prima, quando le carovane del Mpjd viaggiarono per tutto il Messico e negli Stati Uniti per chiedere la fine di quella che il governo aveva battezzato come “guerra al narcotraffico”.

Per la prima volta, le vittime della militarizzazione si incontravano e condividevano esperienze, parlavano pubblicamente del loro dolore e si organizzavano per chiedere verità e giustizia. “Non ho partecipato alle manifestazioni del 2011, ma questa volta ho deciso di venire e chiedere giustizia per tutte quelle persone che, come me, hanno perso un figlio. È la cosa peggiore che può succedere nella vita”, aveva dichiarato Magdalena
Puente González, una manifestante che avevamo incontrato nel gennaio dello scorso anno mentre la manifestazione partiva da Cuernavaca. Si era incamminata con i suoi sandali lungo l’autostrada che porta a Città del Messico, dietro uno striscione che diceva “verità, giustizia, pace”.

Manifestazione del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità, che nel gennaio 2020 ha camminato 80 km tra Cuernavaca e Città del Messico. Foto: Orsetta Bellani

López Obrador aveva deciso di non ricevere i dimostranti arrivati nella capitale, il 26 gennaio 2020. Appena eletto, nel 2018, aveva promesso di accogliere la proposta del Mpjd e altre organizzazioni sociali sulla possibilità di creare in Messico dei meccanismi di giustizia transizionale, che sono strumenti giuridici straordinari volti ad affiancare la giustizia ordinaria quando questa riceve un numero così grande di denunce di violazioni dei diritti umani da non essere in grado di processarle.

L’obiettivo della giustizia transizionale è accompagnare un Paese che è appena uscito da un conflitto o da una dittatura verso la riconciliazione della sua società fornendo verità, giustizia, riparazioni e garanzie di non ripetizione alle vittime della violenza. Si considerano meccanismi di giustizia transizionale, ad esempio, le commissioni della verità o i tribunali speciali che giudicano i crimini di guerra, come quello che è stato creato
in seguito al genocidio in Ruanda o alla guerra nella ex Yugoslavia.

“Non si può parlare di pace e riconciliazione senza fare luce su quanto successo nel passato”, afferma
Jacobo Dayán, ricercatore dell’Università iberoamericana ed esperto in giustizia transizionale. “La logica del governo è invece cercare la risoluzione di alcuni casi emblematici e mediatici, come Ayotzinapa, ma non sta affrontando, come aveva promesso, il problema delle violazioni dei diritti umani in modo sistemico. López Obrador l’ha ripetuto più volte: non vuole giudicare i crimini del passato ma perdonarli”.

“Sono d’accordo con il punto finale”, ha affermato il presidente progressista, rievocando il nome di una “legge d’impunità” argentina che prevedeva il congelamento dei processi riguardanti le sparizioni forzate avvenute durante la dittatura militare. Malgrado sia a favore di dimenticare il passato, durante la sua campagna elettorale López Obrador aveva promesso una consultazione popolare per permettere alla popolazione di
decidere se fosse o meno d’accordo sulla possibilità di processare gli ex presidenti per i loro crimini.

Le violazioni dei diritti umani -che durante il governo di López Obrador sono continuate, come sono continuate la militarizzazione e l’impunità- furono allora presentate come un problema superato. La consultazione del primo agosto è stata la prima nella storia del Messico. I suoi promotori -un gruppo di cittadini vicini al presidente- hanno affermato anche di voler convocare un “capitolo Messico” del Tribunale permanente dei popoli, un tribunale popolare e di coscienza fondato a Bologna nel 1979. In realtà era già stato aperto, tra il 2011 e il 2014, raccogliendo migliaia di testimonianze di persone sopravvissute al conflitto messicano.

La domanda della consultazione del primo agosto non si riferiva esplicitamente alla possibilità di processare gli ex presidenti, ma è stata così generica da lasciare spazio a varie interpretazioni, la più comune è che si riferisse alla possibilità di creare una commissione della verità o altri meccanismi di giustizia transizionale. “Non ho partecipato alla consultazione perché secondo me bisognerebbe piuttosto irrobustire la giustizia ordinaria, visto che in Messico esiste un grande problema di impunità”, afferma Jorge Verástegui González, familiare di due persone scomparse, e ricorda che, nel 92% dei casi, a seguito di un delitto non vengono neanche aperte le
indagini. “E poi non credo che la giustizia transizionale funzionerebbe in Messico; anche se venissero creati dei buoni meccanismi giuridici, sono sicuro che non ci sarebbe la volontà politica per farli funzionare”.

Molti pensano che la consultazione sia stata superflua, visto che la procura è tenuta a investigare i crimini e le violazioni dei diritti umani. “Questo è vero, ma la Suprema corte di giustizia ha riconosciuto che non esistono canali istituzionali che possono dare risposta a una quantità così grande di richieste di verità e giustizia. Per questo si apre, con la consultazione, la possibilità di stabilire dei meccanismi straordinari di giustizia”, afferma
Daniela Malpica dell’organizzazione Justicia Transicional MX.

Solo il 7% dell’elettorato ha partecipato alla consultazione e il 98% ha votato “Sì”. Per alcuni è stato un fallimento e uno spreco di soldi pubblici, altri considerano che sette milioni di persone che chiedono di fornire verità e giustizia alle vittime sono comunque tante, e che il governo dovrebbe prestare loro ascolto. “Inizia una nuova tappa contro l’impunità in cui le vittime saranno poste al centro”, ha affermato Mario Delgado, presidente
di Morena (partito al governo, ndr) e ha promesso non solo di creare una commissione della verità e un tribunale del popolo, ma anche una commissione contro l’impunità dei crimini economici del neoliberismo.

Femministe protestano a San Cristóbal de Las Casas a seguito del femminicidio della studentessa di medicina Mariana Sánchez, febbraio 2021. Foto: Orsetta Bellani

“Non credo che l’esecutivo manterrà la sua promessa, se avesse voluto creare una commissione della verità l’avrebbe già fatto. Tra l’altro l’implementazione di meccanismi di giustizia transizionale è stata una delle sue promesse durante la campagna elettorale”, sostiene Daniela Malpica.

Inaspettatamente, la consultazione popolare è stata appoggiata dall’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln), che questo autunno si trova in Europa, con una delegazione di più di 160 persone, per conoscere movimenti sociali e lotte di tutto il continente. “Bisogna partecipare alla consultazione, non
guardando quelli che stanno in alto ma volgendo lo sguardo alle vittime. Vi invitiamo a organizzarvi
perché, forse senza saperlo, potreste essere le future vittime”, ha scritto il subcomandante Moisés in un comunicato.

L’Ezln è andato oltre la convocazione alle urne e ha organizzato assemblee in 756 villaggi indigeni, in cui si è dibattuto di crimini di Stato e impunità, e si è votato a favore di fornire verità e giustizia alle vittime della violenza. Gli indigeni zapatisti sono andati al di là della giornata elettorale e hanno fatto propria la consultazione, che hanno convertito in una piattaforma a favore di una campagna nazionale per la verità e la giustizia, che prenderà forma nei prossimi mesi e a cui si sono unite già varie organizzazioni messicane.

Artículo pubblicato dal mensile Altreconomia nell’ottobre 2021: https://altreconomia.it/il-movimento-in-messico-che-chiede-giustizia-per-la-violenza-di-stato/

La guerra sporca contro l’EZLN

Orsetta Bellani, Sicilia Libertaria (Foto: O.B.)

Proprio mentre in Europa la Gira per la Vita iniziava il suo cammino, in Chiapas veniva attaccato l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). Due membri della Giunta di Buon Governo del Caracol di Patria Nueva sono stati fatti sparire l’11 settembre scorso, tre giorni prima che una delegazione di più 160 basi d’appoggio zapatiste sbarcasse a Vienna, da dove s’irradierà in piccoli gruppi per tutto il continente. Un sequestro che la Comandacia General del EZLN considera come un tentativo di “sabotaggio” della Gira per la Vita.

Le persone solidali con lo zapatismo, in Messico e in Europa, si sono subito mobilitate per denunciare il crimine e, dopo più di una settimana di prigionia, i due zapatisti sono stati liberati.  Poi, il 24 settembre, si sono svolte manifestazioni in solidarietà con l’EZLN in una sessantina di città in tutto il mondo, anche in Italia, per chiedere la fine della guerra irregolare contro le comunità del Chiapas.

Manifestazione contro gli attacchi all’EZLN a Città del Messico, 24 settembre 2021. Foto: Orsetta Bellani

È una guerra che non riguarda solo l’EZLN: la violenza colpisce anche altre organizzazioni indigene chiapaneche: a luglio l’ex presidente de Las Abejas di Acteal è stato ucciso da un sicario, e alcune famiglie che sono parte dell’organizzazione sono state sfollate. In municipi come Chenalhó, Pantelhó, Aldama, Chalchihuitán e Chilón, la popolazione civile soffre la violenza di gruppi armati che fanno parte della criminalità organizzata e hanno l’appoggio dei sindaci.

“Il Chiapas è sull’orlo di una guerra civile, come scrive l’EZLN nel suo ultimo comunicato”, ha detto al microfono un uomo alla fine della manifestazione che il 24 settembre ha sfilato nelle vie centrali di Città del Messico. “Diciamo alla Comandancia General del EZLN che non sono soli., che siamo al loro fianco in questa lotta contro il capitalismo e contro il patriarcato”.

I due zapatisti sequestrati si chiamano Sebastián Nuñez Pérez e José Antonio Sánchez e stavano viaggiando in un veicolo che è stato presto rintracciato nel villaggio “7 de Febrero”, nel municipio chiapaneco di Ocosingo, dove si trova la sede della Organización Regional de Cafeticultores de Ocosingo (ORCAO). Si tratta di un’organizzazione di produttori di caffè che fino alla fine degli anni ’90 era vicina allo zapatismo, ma si è poi alleata con il governo. Secondo l’EZLN, l’ORCAO è un gruppo politico-militare di tipo paramilitare, come si definiscono i gruppi armati che fanno il “lavoro sporco” al posto dell’esercito e che in Messico operano in totale impunità.

Negli ultimi 20 anni, l’ORCAO ha minacciato le basi d’appoggio dell’EZLN, ha realizzato attacchi con armi da fuoco, machetes e pietre, ha sfollato famiglie intere, distrutto una casa dove venivano accolti militanti internazionalisti, ha invaso terreni coltivati e rubato i raccolti delle comunità autonome. Dall’estate 2020, gli attacchi sono stati particolarmente intensi e frequenti, soprattutto contro le comunità autonome Nuevo San Gregorio e Moisés Gandhi, dove l’ORCAO ha saccheggiato e incendiato due magazzini di caffè zapatista e ha poi sequestrato e torturato il base d’appoggio dell’EZLN Féliz López Hernández. Aggressioni armate sono state registrate anche nel gennaio 2021 e, in uno dei villaggi sotto influenza dell’ORCAO, mesi dopo sono stati sequestrati due membri dell’organizzazione di diritti umani Frayba, che da sempre accompagna le comunità indigene chiapaneche.

Secondo la Giunta di Buon Governo del Caracol di Patria Nueva, di cui i due zapatisti sequestrati fanno parte, i soldi che l’ORCAO ha ricevuto dal governo per costruire una scuola sono stati investiti in armi.

“L’ORCAO compra uniformi, attrezzature ed armi con il denaro che riceve dai programmi sociali del governo. Si tiene una parte dei soldi e l’altra la distribuisce tra i funzionari del governo. Con queste armi sparano tutte le notti alla comunità zapatista di Moisés Gandhi”, scrive il subcomandante insurgente Galeano in un comunicato che è stato pubblicato il 19 settembre, subito dopo la liberazione dei suoi compagni Sebastián e José Antonio.

Manifestazione contro gli attacchi all’EZLN a Città del Messico, 24 settembre 2021. Foto: Orsetta Bellani

Nel testo intitolato “Il Chiapas sull’orlo di una guerra civile”, il subcomandante zapatista accusa il governatore chiapaneco, Rutilio Escandón, di destabilizzare la regione finanziando gruppi di tipo paramilitare in varie zone del Chiapas, permettendo loro di operare nella totale impunità, alleandosi con il crimine organizzato e sabotando la Gira per la Vita in Europa, con la finalità di provocare una reazione dell’EZLN.

“Prenderemo le misure pertinenti per fare in modo che si applichi la giustizia nei confronti dei criminali dell’ORCAO e dei funzionari che li proteggono”, scrivono gli zapatisti nel loro comunicato. E concludono, taglienti: “È tutto. La prossima volta non ci saranno comunicati. Nel senso che non ci saranno parole, ma fatti”.

Articolo pubblicato su Sicilia Libertaria nell’ottobre 2021.

Il “Viaggio per la vita” degli zapatisti in Europa: una bomba nella depressione collettiva

Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)

Sette zapatisti sono in viaggio verso l’Europa: quattro donne, due uomini e una donna trans. Sono partiti all’inizio di maggio da Isla Mujeres, in Messico, su un veliero con equipaggio tedesco che hanno ribattezzato “La Montaña”. L’11 giugno hanno toccato terra nelle isole portoghesi Azzorre e tra qualche giorno arriveranno nel porto spagnolo di Vigo. Sono miliziane e comandanti dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln), o lavorano nei settori sanitario, educativo e di comunicazione di quest’organizzazione, che nel Sud del Messico ha costruito un sistema di governo e di vita totalmente autonomo dallo Stato. Gli zapatisti vengono dai boschi o dalla giungla del Chiapas e non hanno nessuna esperienza di navigazione, ma hanno comunque deciso di intraprendere un viaggio che, soprattutto in questo momento storico, sembra un po’ una follia. O un sogno.

“Più che navigare, ‘La Montaña’ sembra ballare sul mare. Come in un lungo e appassionato bacio, si è staccata dal porto e si è diretta verso una meta incerta, piena di sfide, scommesse, minacce e non pochi contrattempi”, scrivono i subcomandanti Galeano e Moisés. Il viaggio dell’Ezln è una “conquista al contrario”, questa volta concordata. Il veliero sta attraversando lo stesso Atlantico che, secoli fa, veniva solcato da imbarcazioni che tornavano in Spagna con le ricchezze delle Americhe. È “una montagna che naviga a controcorrente della storia”, e trasporta persone che non sono state schiacciate dall’invasione di 500 anni fa.

“E voi come fate a mangiare se non avete la milpa (sistema di coltivazione di mais, fagioli e zucca molto comune in Messico, ndr)? E come fa il vento a sapere che stiamo andando in quella direzione? E dove dorme il mare quando ha sonno?”. “La Montaña” solca l’oceano con la stessa lentezza con cui si muove la rivoluzione zapatista. “Lento, però avanzo”, si legge in un celebre mural che si trova in territorio ribelle, e raffigura una lumaca con un passamontagna.

Il resto della delegazione dei popoli indigeni messicani arriverà in Europa in aereo e conterà più di un centinaio di persone. La maggior parte saranno zapatiste, ma ci saranno anche zapatisti e membri del Congresso nazionale indigeno e del Fronte dei popoli in difesa della terra e dell’acqua. Attraverseranno più di 30 Paesi europei, dove incontreranno collettivi e organizzazioni “in basso e a sinistra”: movimenti in difesa della terra e del territorio, comitati, assemblee femministe, collettivi di migranti, antifascisti, LGBT+, internazionalisti e altri.

“La delegazione incontrerà chi ci ha invitati per parlare delle nostre e delle loro storie, di dolori, rabbie, successi e fallimenti”, spiegano i due subcomandanti della delegazione. Sarà uno scambio reciproco, per imparare gli uni dagli altri e costruire reti globali di ribellione. Ancora non esiste un programma del “Viaggio per la vita”, così è stata battezzata questa iniziativa. Quel che è sicuro è che si terrà un incontro di femminismi e dissidenze sessuali il 10 e 11 luglio nella Zad di Notre Dame des Landes, in Francia, e che a Madrid è previsto un incontro europeo di lotte per il 13 agosto, in occasione del cinquecentesimo anniversario dell’entrata del conquistador Hernán Cortés a Tenochtitlan, capitale dell’impero azteca.

“Il percorso politico dell’Ezln è molto vicino alle mie idee: un modello di vita autogestionario, al di fuori delle imposizioni dello Stato. Spero di incontrarli per conoscere il loro progetto di vita contro questo capitalismo che ci sta schiacciando”, dice Maria Vittoria Pigollo del laboratorio anarchico Perla nera di Alessandria. Con altre associazioni e collettivi piemontesi, lo spazio occupato alessandrino ha creato il Collettivo Basso Piemonte dal basso, che ha presentato all’Ezln una proposta di attività da svolgersi nel suo territorio. Lo stesso hanno fatto decine di realtà di tutta Italia e delle isole che fanno parte della libera assemblea Pensando e praticando autonomia zapatista (Lapaz), lo spazio politico che sta organizzando il tour zapatista nel nostro Paese e che, a sua volta, si articola con altre organizzazioni a livello europeo.

Tutto è iniziato nell’ottobre 2020, quando l’Ezln ha annunciato il suo viaggio e ha proposto ai collettivi europei di partecipare alla sua organizzazione. Molti si sono chiesti: sono matti? Come entreranno in Europa più di cento persone con passaporto messicano, se si permette l’ingresso solo ai cittadini comunitari? Come si potranno organizzare eventi se siamo in piena pandemia? “Per noi la proposta zapatista è stata un’ancora di salvezza. Ci ha dato una grande speranza il fatto che tanti compagni dall’altra parte del mondo sfidassero le difficoltà di questo momento storico”, dice Roberta Cucciari del Coordinamentu sardu po s’arricida de is zapatistas po su 2021. Il coordinamento Sardigna Zapatista ha proposto alla delegazione indigena alcuni eventi culturali come un concerto dei cori sociali dell’isola in sardo e in tsotsil, una delle lingue parlate dagli zapatisti-, ma anche tavoli di discussione per condividere esperienze e raccontare il passato coloniale e le lotte attuali sarde, tra cui quella contro le basi militari che occupano 24mila ettari dell’isola. “Probabilmente in Sardegna non avevamo mai avuto un momento così carico di entusiasmo, in cui associazioni, collettivi e comitati sono in dialogo costante. Ne siamo riconoscenti all‘Ezln”, afferma Roberta Cucciari.

E se uno degli scopi non dichiarati del viaggio zapatista fosse proprio promuovere l’organizzazione collettiva, paralizzata dalla pandemia? La proposta dell’Ezln è stata una bomba che ha scosso la depressione collettiva di quel periodo: organizzare un “Viaggio per la vita” proprio mentre si è circondati da tanta morte. Quando “La Montaña” arriverà al porto di Vigo, non sarà né un uomo né una donna la prima persona a sbarcare, ma Marijose, una donna trans che è stata miliziana zapatista e ha lavorato nel settore sanitario e in quello educativo dell’organizzazione. Una scelta che secondo l’Ezln rappresenta “uno schiaffo a tutta la sinistra etero patriarcale”.

Marijose ha istruzioni chiare su quello che dovrà dire una volta sbarcata in Spagna: “A nome delle donne, dei bambini, degli uomini, degli anziani e, naturalmente, degli otroas (termine che l’Ezln usa per definire le persone transgender, ndr) zapatisti, dichiaro che il nome di questa terra che i suoi nativi ora chiamano ‘Europa’, d’ora in poi si chiamerà: Slumil K’ajxemk’op, che significa ‘Terra Indomita’, o ‘Terra che non si rassegna, che non cede’. E così sarà conosciuta dalla gente del posto e dai forestieri finché qui ci sarà qualcuno che non si arrende, non si vende e non cede”.

I collettivi spagnoli stanno organizzando un evento di accoglienza alla delegazione zapatista, la cui data esatta di arrivo non è ancora chiara. E se La “Montaña” non potesse attraccare nel porto di Vigo? “Sappiamo che possono avere problemi per entrare, ma non stiamo neanche prendendo in considerazione la possibilità che non entrino”, dice Lola Sepúlveda dei collettivi Cedoz e Retiemble di Madrid.

Articolo pubblicato da Altreconomia il 15.06.2021: https://altreconomia.it/il-viaggio-per-la-vita-degli-zapatisti-in-europa-una-bomba-nella-depressione-collettiva/

Continuano gli attacchi paramilitari all’EZLN. Sono parte di una guerra globale contro i popoli e le donne

Orsetta Bellani, Sicilia Libertaria (Foto: O.B.)

A una donna zapatista del villaggio Moisés Gandhi, nel meridionale Stato del Chiapas, viene voglia di piangere ogni volta che vede la sua casa “ferita da colpi di arma da fuoco”. Un’altra vive con la sensazione che il suo compagno “sia già morto”, ucciso dalle parole di un membro dell’Organización Regional de Cafeticultores de Ocosingo (ORCAO), un gruppo armato di tipo paramilitare, che ha minacciato di ucciderlo ed appendergli le interiora al collo.

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Messico, pandemia e popoli indigeni. Tra quarantene collettive e processioni religiose

Orsetta Bellani, Arivista (Foto: Isabel Mateos)

Romario Guzmán Montejo si inginocchia e cade sulla strada. Avvicina la mano destra al petto per cercare il dolore che improvvisamente gli ha tolto l’aria; scoprirà che una pallottola della Polizia Municipale di Yajalón gli ha penetrato i polmoni fino a toccargli una vertebra, e che forse non potrà mai più camminare. Romario è frastornato dalle grida, dagli spari, dal sangue che poco a poco colora la sua maglietta. In Chiapas il coronavirus non ha causato solo malati, ma anche feriti da arma da fuoco.

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Nei territori zapatisti del Chiapas durante la pandemia

Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: Isabel Mateos)

Il dottor Joel Heredia guida sulla strada che dalla città di Ocosingo, nello Stato meridionale del Chiapas, in Messico, porta al villaggio di Las Tazas, nel cuore della Selva Lacandona. Porta una mascherina e ha il bagagliaio pieno di brochure sul nuovo Coronavirus che Sadec (Salud y desarrollo comunitario), la ong che ha fondato, ha preparato per i promotores de salud, zapatiste e zapatisti che curano con le erbe e con la medicina occidentale.

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Migliaia di donne da tutto il mondo arrivano in Chiapas per lottare insieme alle zapatiste per i propri diritti

Orsetta Bellani, Animal Político (traduzione: yabastaedibese, foto: O.B.)

Entrando nel Caracol zapatista di Morelia, zona de Tzotz Choj, Chiapas, Angélica Ávila di Fuerzas Unidas por Nuestrxs Desaparecidxs en Nuevo León (FUNDENL) ha sentito una “energia di lotta” molto forte. Con uno zaino sulla spalla è stato accolta da uno striscione che diceva “benvenute donne del mondo”, e poi ha trovato case di legno dipinte con murales colorati, circondati da bosco e prati verdi. Continue reading…