Carovane migranti: il “muro” degli Usa in Guatemala e le prossime scelte di Biden

Orsetta Bellani, Altreconomia

Quarantotto ore bloccati in una strada che porta a Città del Guatemala. Di giorno sotto il sole cocente, di notte dormendo sull’asfalto. E poi sono arrivate le minacce, i gas lacrimogeni, i manganelli. Gli autobus del rimpatrio diretti in Honduras.

È successo a circa 6mila migranti honduregni, famiglie intere che sabato 16 gennaio 2021 sono entrate in Guatemala in “carovana”, come si definisce la strategia dei migranti, inaugurata nel 2018, che consiste nel muoversi verso gli Stati Uniti in grandi gruppi per rendere il viaggio più sicuro e fare maggiore pressione sulle autorità.

I migranti si erano messi d’accordo su Facebook per partire venerdì 15 mattina dalla città honduregna di San Pedro Sula, fino al 2015 considerata il centro più pericoloso del mondo. Fuggono da un Paese in cui circa la metà della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà, le maras –cioè le gang criminali- terrorizzano la popolazione, la pandemia ha portato alla perdita di più di mezzo milione di posti di lavoro e, lo scorso novembre, gli uragani Eta e Iota hanno causato gravi danni a circa il 70% della popolazione. 

La “carovana migrante” aveva percorso solo 230 chilometri -ne mancavano ancora 4mila alla frontiera statunitense- quando si è scontrata con una barriera di 3mila soldati e poliziotti guatemaltechi, che dopo due giorni di negoziazioni li ha caricati ed espulsi. Forse alcuni di loro proveranno nuovamente ad intraprendere il viaggio verso nord in piccoli gruppi, forse fra pochi giorni organizzeranno una nuova carovana. 

“Al governo guatemalteco in verità non importa se i migranti honduregni transitano sul suo territorio; il fatto è che non è un governo che si comanda da solo, ma viene comandato dagli Stati Uniti”, spiega Olga Sánchez Martínez, fondatrice della struttura di ricezione per migranti Albergue Jesús el Buen Pastor di Tapachula, che ho incontrato a ottobre sulla frontiera tra Guatemala e Messico.
Secondo la religiosa, gli Stati Uniti minacciano di strozzare economicamente il Guatemala, che risponde accettando la funzione di “gendarme” della politica migratoria statunitense. 

Se Joe Biden rispetterà le sue promesse, a partire dal 20 gennaio, con il suo insediamento, questa dovrebbe cambiare profondamente. “Biden ha promesso di smontare completamente la politica migratoria dell’amministrazione Trump. Alcuni cambiamenti sono relativamente facili e si faranno con una semplice firma, altri richiedono processi più lunghi”, riflette Helena Olea, direttrice di Alianza Américas, una rete di organizzazioni di migranti latinoamericani negli Stati Uniti. 

“Sono anche state annunciate iniziative legislative che ci sembrano positive, come un progetto di legge per la regolarizzazione migratoria delle undici milioni di persone che vivono negli Stati Uniti senza permesso di soggiorno, e alcuni cambiamenti delle politiche per i richiedenti asilo”. Ma non è prevista, continua Helena Olea, nessuna deroga alla chiusura totale delle frontiere stabilita all’inizio della pandemia per i richiedenti asilo, che ora vengono immediatamente espulsi dal Paese.

“Questa volta non mi sono unito alla carovana perché ho un problema in famiglia”, scrive in chat David, un ventenne honduregno a cui l’uragano Eta ha portato via la casa. L’avevo incontrato nell’ottobre scorso a Tecún Umán, città guatemalteca al confine con il Messico, durante la prima “carovana migrante” fermata dall’esercito guatemalteco. Fino a quel momento, le autorità del Paese centroamericano avevano lasciato transitare senza restrizione i cittadini honduregni, soprattutto a causa di un accordo di libera circolazione tra Honduras, Guatemala, El Salvador e Nicaragua chiamato “Centroamerica-4”, che il Guatemala ha “congelato” in nome delle misure sanitarie per prevenire la diffusione del Covid-19.

Quando nell’ottobre 2020 ho conosciuto David, il giovane si spostava con altri migranti sul confine tra Guatemala e Messico. Sapeva che quelli che erano rimasti indietro, nella coda della carovana, venivano poco a poco rimpatriati in Honduras, e che a Tecún Umán non sarebbe arrivato un numero sufficiente di migranti da poter vincere la resistenza della autorità migratorie messicane sul ponte internazionale che porta alla città di Tapachula. 

La prima volta era successo nell’ottobre 2018, quando circa 7mila centroamericani entrarono in Messico tra spintoni e gas lacrimogeni, e da lì attraversarono tutto il Paese a piedi senza che le autorità li molestassero. Quattromila chilometri che separano il clima tropicale di Tapachula da quello desertico di Tijuana, città che si trova sul confine con gli Stati Uniti. Alcuni riuscirono poi ad aggirare il muro che divide i due Paesi ed entrarono in piccoli gruppi nel Paese nordamericano, altri sono rimasti bloccati in Messico. 

A quell’epoca il muro si trovava al suo posto, sul confine statunitense. Le cose sono cambiate dal maggio 2019 quando, a causa delle minacce di Donald Trump di aumentare del 5% i dazi sulle importazioni messicane se il suo governo non avesse frenato “il flusso dei migranti irregolari”, il presidente Andrés Manuel López Obrador ha militarizzato ulteriormente la frontiera meridionale messicana e aumentato del 63% le deportazioni di migranti centroamericani, che solo nel primo anno sono arrivate a 124mila. 

Le minacce di Trump hanno fatto quindi “scendere” il muro fino alla frontiera meridionale messicana, e nel gennaio 2020 la Guardia nazionale ha caricato e arrestato i membri della “carovana migrante”. Mesi dopo, con il pretesto delle misure sanitarie di prevenzione al Covid-19, l’esternalizzazione delle frontiere statunitensi si è spinta sempre più a sud e ha raggiunto il Guatemala, dove il “muro di Trump” si è frantumato e moltiplicato in numerosi posti di blocco, in cui gli honduregni vengono fermati e deportati.

“Mi consegnerò alle autorità guatemalteche perché mi rimandino in Honduras”, mi ha detto David quando in ottobre l’ho incontrato sul confine con il Messico. “Non ho soldi e non conosco bene il Messico, che è un Paese grandissimo, senza carovana è troppo pericoloso viaggiare. Già una volta la polizia di frontiera messicana mi ha fermato e imprigionato per due mesi. Non so se ci riproverò in futuro, ora anche il Guatemala è diventato un ostacolo e non so se ha senso continuare a provarci in carovana. Forse è meglio migrare in piccoli gruppi”. A metà gennaio 2021 David assicura però che se a febbraio ci fosse una nuova “carovana migrante” non perderà l’occasione. Dice che non ha alternative alla migrazione.

Articolo pubblicato da Altreconomia il 20 gennaio 2021: https://altreconomia.it/carovane-migranti-il-muro-degli-usa-in-guatemala-e-le-prossime-scelte-di-biden/

Due marie per una carovana

Orsetta Bellani, Il Venerdì di Repubblica (Foto: O.B.)

Una arriva da Cuba, l’altra dall’Honduras. Vogliono raggiungere il Messico unendosi a migliaia di migranti in questa prima traversata dell’era covid.

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La caravana migrante que no llegó ni a México

Orsetta Bellani, El Gara (Foto: O.B.)

Las medidas contra el covid-19 fueron tomadas como pretex-to para frenar la primera caravana migrante desde el inicio de la pandemia. Sin embargo, tras el paso de las tormentas tropicales Eta e Iota, salir de Honduras es quizás aún más urgente. Ambos fenómenos meteorológicos han dejado una estela de destrucción.

No salió ninguna “caravana migrante” de San Pedro Sula, en Honduras, el 30 de octubre. Sólo unas 30 personas acudieron a la cita que se convocó en redes sociales en la terminal de autobuses y no sorprende, pues en los grupos de Facebook donde los migrantes centroamericanos se coordinan para organizar su viaje rumbo a los Estados Unidos muchos compartieron sus dudas. No conviene salir pocos días antes de las elecciones norteamericanas – escribieron algunos migrantes – y a causa de las medidas de prevención al Covid19 ahora es aún más difícil que los dejen transitar en Guatemala y México. “Mejor pasar las navidades con la familia y salir a mediados de enero”, concluyeron varios.

Las “caravanas migrantes” son una formula que se inauguró en octubre de 2018, cuando más de 7 mil centroamericanos tocaron a las puertas de México. Se convocaron en redes sociales y no migraron a escondidas, metiéndose a los cerros para hacerse invisibles, pagando a un pollero (traficante) entre 8 y 13 mil dólares según de la comodidad del viaje, con la constante amenaza de ser interceptados por la policía y las organizaciones criminales, que suelen robar, violar, secuestrar y matar a los migrantes.  

Esta vez migraron en masa y a la luz del día. Se fuerza radicó justo en aparecer descaradamente frente a los carros que transitaban en las carreteras y ante las cámaras de los periodistas de todo el mundo; con sus chanclas, sus mochilas, sus cochecitos llenas de bebés y paquetes. Con la dignidad de quien cruza a una frontera porque tiene derecho de irse de su país.

Efectivos de la Guardia Nacional mexicana vigilan a la frontera. Foto: Orsetta Bellani

Aquella vez de hace dos años, los migrantes centroamericanos se congregaron en el puente internacional que divide el poblado guatemalteco de Tecún Umán de la ciudad mexicana de Tapachula, y entre empujones y gases lacrimógenos lograron romper la resistencia de las autoridades mexicanas. Una vez en el país la policía los “escoltó” en su camino, y muchos de ellos llegaron hasta la frontera norte. Algunos cruzaron ilegalmente a Estados Unidos, otros siguen varados en México a la espera de que se resuelvan los trámites de su asilo en el país norteamericano. 

Desde entonces, se sucedieron una decena de caravanas migrantes y el presidente mexicano Andrés Manuel López Obrador anunció una política de “puertas abiertas” que fue más que nada una declaración de intentos, siendo que en la práctica consistió sólo en la entrega de unas 15 mil tarjetas de residente por motivos humanitarios.

Sin embargo, en mayo de 2019 las declaraciones de López Obrador cambiaron de tono: Donald Trump amenazó México con subir del 5% los aranceles a sus importaciones si no detenía «el flujo de inmigrantes indocumentados». En respuesta, el presidente mexicano envió unos 6 mil elementos de la Guardia Nacional a su frontera meridional e incrementó del 63% las deportaciones de centroamericanos, que sólo en el primer año llegaron a 124 mil.

Elmer Antonio Rodríguez decidió sumarse a su primera caravana migrante en enero de 2020, pues no vio otra opción que irse de la ciudad hondureña El Progreso: trabajaba en una ferretería en por unos siete euros la semana y no tenía casa. Tras cruzar la frontera mexicana y caminar once kilómetros, la caravana fue interceptada por la Guardia Nacional. Unas 3 mil personas fueron detenidas y encerradas en las estaciones migratorias, tras ser “agredidas con piedras, toletes y escudos por elementos del Instituto Nacional de Migración y de la Guardia Nacional (GN) a fin impedir su avance”, escribe la gubernamental Comisión Nacional de Derechos Humanos (CNDH) en un comunicado del 29 de octubre de 2020, que destaca la presencia de niños y adolescentes entre las personas agredidas.

Algunos migrantes lograron escapar a la persecución policial. Entre ellos Elmer Antonio Rodríguez, que en unos diez días recorrió todo México para luego lanzarse al desierto que conduce a Estados Unidos. “Caminé una semana entre nopales y rocas, tenía los pies llenos de ampollas. Me agarraron y me regresaron a Honduras”, dice el joven, que intentó la suerte otra vez a principio de octubre pasado, en la que fue la primera caravana desde el comienzo de la pandemia.

Sólo un par de semanas antes Guatemala, país que divide Honduras de México, había abierto sus fronteras después de un cierre de seis meses debido a la pandemia. “En estos meses hubo una baja en los flujos migratorios por el cierre de las fronteras y también por el miedo al contagio de los mismos migrantes”, afirma Marta Sánchez Soler, coordinadora general del Movimiento Migrante Mesoamericano, ong que registró una baja en los flujos migratorios de un 90%. El miedo al contagio sigue entre los migrantes centroamericanos, pero la crisis económica causada por la pandemia es aún más fuerte y los empuja a salir, solos o en caravana, chocando una vez más con las leyes migratorias endurecidas por la pandemia.

“En medio de la emergencia sanitaria actual nuestro deber es garantizar la vida de nuestros ciudadanos ante grupos que pueden vulnerar la seguridad y la vida, por lo que se tomarán las medidas junto con Honduras para contener la violación de las fronteras”, dijo el presidente guatemalteco Alejandro Giammattei el primero de octubre, al enterarse de que miles de hondureños estaban a punto de tocar las puertas de su país.

Cruzar la frontera entre Honduras y Guatemala en realidad fue sencillo para Elmer Antonio Rodríguez y los demás integrantes de la caravana migrante, pero las carreteras guatemaltecas estaban llenas de retenes de policía y militares, donde han sido detenidos y deportados.

A Elmer Antonio le tocó en Tecún Umán, poblado que se encuentra en la frontera con México, justo cuando estaba a punto de cruzar la línea. Lo encontré mientras estaba encapsulado por la policía y el ejército guatemalteco con otros cien migrantes que se habían acercado a una estructura gestionada por religiosos para recibir comida. En ningún momento las autoridades que los cercaban los obligaron a regresarse a Honduras, a subirse a unos autobuses de los que colgaba una manta que decía “retorno voluntario”. Sin embargo, la presión los ganó: tras un día entero encapsulados, sin poderse mover y empapados de lluvia, con la certidumbre de que muchos migrantes que iban atrás ya habían sido deportados y no hubieran podido compactarse en la frontera mexicana para cruzarla en caravana, con las amenazas del gobierno mexicano de encarcelarlos por no respetar las medidas de prevención al Covid19 y con muchos albergues de migrantes – estructuras de apoyo gestionados por religiosos – cerrados a causa de la pandemia, Elmer Antonio y buena parte de sus compañeros aceptaron subirse al autobús que los regresó a su país.

Migrantes hondureños esperan su expulsión frente a la Casa del Migrante de Tecún Umán, Guatemala. Foto: Orsetta Bellani

“Compadres, ¿son humanos ustedes? ¿Comen o no comen?”, gritó Elmer Antonio a los militares, asomado por la ventanilla. “Lo mismo estamos nosotros, pero tenemos que buscarnos la vida porque no tenemos dinero”.

En el pasado las autoridades guatemaltecas nunca habían bloqueado el camino de la caravana de hondureños, también a causa de un acuerdo de libre tránsito llamado Centroamérica-4, firmado por Honduras, Guatemala, El Salvador y Nicaragua. En el caso de la caravana del principio de octubre de 2020, el pretexto utilizado para ignorar los convenios internacionales e impedir el paso de los migrantes ha sido la falta de la prueba PCR. De acuerdo con el Instituto Guatemalteco de Migración, de los aproximadamente 4 mil migrantes que ingresaron al país por la frontera con Honduras, 3.953 han “retornado voluntariamente”.

Los demás se colaron por las mallas no tan estrechas de la frontera meridional de México, que desde Tecún Umán puede ser atravesada cruzando el río Suchiate en balsa, pagando poco más de un euro. Algunos integrantes de la caravana migrante lo lograron, a pesar de los 300 elementos de la Guardia Nacional mexicana desplegados en la orilla del Suchiate. Otros más patrullaban las carreteras internas, que estaban vigiladas también con drones, según declaró el Instituto Mexicano de Migración.

“No es momento de migrar. Quédense en casa, la pandemia no ha terminado”, ha afirmado Mario Adolfo Bucaro Flores, embajador de Guatemala en México, quien apareció brevemente en la frontera al momento de la llegada de la Guardia Nacional.

De acuerdo con muchos analistas, el muro de Trump se está corriendo siempre más al sur debido a las presiones del ejecutivo norteamericano sobre México y sobre los países centroamericanos. “La administración de Guatemala ha cambiado política porque no es un gobierno que se mande, es un gobierno que le mandan”, afirma Olga Sánchez Martínez, fundadora del Albergue Jesús El Buen Pastor del Pobre y el Migrante de Tapachula, en México. “Siempre hemos sido presionados por Estados Unidos, es político lo que está pasando aquí”, incide.

Artículo publicado en El Gara el 19.11.2020.

Madres de migrantes desaparecidos buscan a sus hijos en México

Orsetta Bellani, El Gara (Foto: O.B.)

Desde hace 15 años viajan de Centroamérica en caravana y encontraron a más de 310 migrantes desaparecidos.

La mirada de Erlinda Ramírez no se mueve de la fila de jóvenes de camiseta anaranjada. Caminan arrastrando sus chanclas y observan las fotos que las mujeres de la XV Caravana de Madres Centroamericanas de Migrantes Desaparecidos han puesto en la cancha de baloncesto del penal de Coatzacoalcos, en el sureño Estado de Veracruz. Son imágenes de hombres y mujeres jóvenes, de sus hijos desaparecidos.

Ramírez tiembla y llora, sus nervios no aguantan. Una joven psicóloga le recomienda respirar hondo y su compañera Eva Ramírez, que como ella integra a la caravana, le acaricia un brazo y la tranquiliza: “Por allí tu hijo tiene que venir en las filas”.

Hace más de siete años el joven migró de Honduras a Estados Unidos, pero en el sur de México fue detenido y acusado de asesinato, extorsión y violación. En un primer momento llamaba seguido a su familia desde la cárcel de Coatzacoalcos, pero pronto acabó el dinero que las guardias le arrebataban cada vez que quería hacer o recibir llamadas. Desapareció. A veces Erlinda se pensaba con alas, volando encima de las montañas y de las aguas para alcanzarlo. Otras veces imaginaba hacerse invisible para cruzar la frontera de México y encontrarlo.

Luego una mujer que da clases de yoga adentro de la cárcel de Coatzacoalcos llamó al Movimiento Migrante Mesoamericano – la organización que cada año coordina la Caravana de Madres Centroamericanas de Migrantes Desaparecidos -, quien se encargó de buscar a Erlinda y la invitó a la caravana.

Madres de la caravana enseñan las fotos de sus seres queridos a los migrantes centroamericanos en Coatzacoalcos, Veracruz (Foto: Orsetta Bellani)

Hoy es justo el día de su rencuentro. Parada en la cancha de baloncesto bajo el sol veracruzano del mediodía, Erlinda Ramírez no despega sus ojos de aquella extraña procesión de detenidos, que observan las fotos para eventualmente brindar pistas para encontrarlos. Cuando por fin su mirada encuentra la de su hijo, en un instante se envuelven en un abrazo. Las demás integrantes de la caravana lloran; de felicidad por el rencuentro de su compañera Erlinda, de tristeza porque a ellas todavía no les ha tocado.

Los rostros de sus seres queridos, y de los hijos de otras mujeres que no pudieron emprender el viaje, siguen apareciendo sólo en las fotos plastificadas que ordenaron en la cancha del penal. Son imágenes que cargan todo el tiempo durante la Caravana de Madres Centroamericanas de Migrantes Desaparecidos, formada por unas 40 personas – en su mayoría mujeres – de Guatemala, Honduras, El Salvador y Nicaragua, que en sus propios países integran organizaciones dedicadas a la búsqueda de los migrantes desaparecidos. Llevan las fotos de sus seres queridos colgadas al cuello y no se las quitan ni para comer.

Hasta hoy, las mujeres de la caravana han viajado por quinceava vez por los mismos paisajes que atravesaron sus hijos en su viaje rumbo al norte. Desde el clima tropical de la frontera meridional de México hasta el desierto del Estado de Nuevo León, a un paso de los Estados Unidos.

Los buscan en los albergues de migrantes (gestionados por religiosos que les brindan hospedaje y comida), en las cárceles, en las vías del tren de carga llamado La Bestia, en cuyo techo viajan los migrantes. Van de casa en casa enseñando las fotos de sus seres queridos, o las exponen en las plazas públicas, con la esperanza que los transeúntes los puedan reconocer y brindar una pista. A veces un pequeño detalle puede abrir un camino que lleva a su localización.

Madres centroamericanas enseñan sus fotos casa por casa en Huixtla, Chiapas

La búsqueda con vida de los migrantes desaparecidos comienza antes de la salida de la caravana, cuando el MMM recibe las denuncias de desaparición. El activista Rubén Figueroa sigue sus huellas en México a partir de la última llamada que hicieron a sus familias o del último envío de dinero que recibieron, busca sus nombres en las listas de los detenidos de los penales y en Google, para averiguar si la prensa local los reporta como victimas de algún accidente. Una vez recolectados los indicios, Figueroa viaja por México para buscar a los migrantes centroamericanos desaparecidos. Muchas veces los encuentra: en 15 años el Movimiento Migrante Mesoamericano (MMM) encontró con vida a más de 310 personas. Sus familiares han sido invitados a participar en la caravana para que se pudieran rencontrar.

Este año las madres centroamericanas están acompañadas por activistas internacionalistas como Ongi Etorri Errefuxiatuak, uno de los organizadores de la Caravana Abriendo Fronteras, iniciativa que nació en 2016 y que en julio pasado se dirigió a Andalucía y Ceuta. El colectivo vasco decidió participar junto con el colectivo italiano Carovane Migranti para aprender de la experiencia de sus integrantes y tejer redes de solidaridad y lucha. “Compartimos la concepción estratégica del Movimiento Migrante Mesoamericano sobre la necesidad de crear un movimiento global por el reconocimiento del derecho a migrar y la defensa de los derechos de las personas migrantes, también durante su tránsito hacia los países de destino”, explica Dida Marin Astobieta, activista de Ongi Etorri Errefuxiatuak. “Esta caravana se enfrenta a la negación extrema de estos derechos, desde el secuestro a la desaparición e incluso el asesinato”.

Anita Celaya del Salvador (Foto: Orsetta Bellani)

Para que las denuncias de las mujeres centroamericanas lleguen a Europa, cada año dos integrantes de la Caravana de Madres Centroamericanas están invitadas a participar en la caravana europea, que cada vez se realiza en un país distinto.

En 2019 viajó al Estado Español Ana Enamorado, una mujer hondureña que lleva 7 años sin noticias de su hijo Oscar. Después de su primer viaje con la caravana, Enamorado decidió quedarse en México para trabajar en el MMM y dedicarse completamente a la búsqueda de Oscar. Para ella, la caravana representa un espacio de formación política y de sanación: “cuando una está sola encerrada en casa le parece que no le está pasando a nadie más y no sabe qué hacer con este dolor, pero cuando estás con otras familias aprende que no estás solas”.

Se calcula que entre 80 mil y 120 mil migrantes centroamericanos han desaparecido en México durante su viaje rumbo a Estados Unidos. El MMM asegura que son mucho más y que no aparecen ni siquiera en los informes oficiales: las autoridades suelen mencionar sólo a las 40 mil personas desaparecidas de nacionalidad mexicana. “Qué bueno que me recuerdas!”, dijo la comisionada Nacional de Búsqueda de Desaparecidos Karla Quintana a Ana Enamorado, cuando ésta le señaló la falla del gobierno mexicano.  

“Lo que más importa es sensibilizar a la población civil, siendo que nunca vamos a sensibilizar a las autoridades”, afirma la activista. “Son indolentes y viven de nuestro dolor: se han creado muchas dependencias gubernamentales que de esto viven, generaron buenos salarios de nuestro dolor. Por esto jamás van a hacer nada porque se detenga el problema de las desapariciones”.

Las familias de los migrantes desaparecidos no saben si han sido asesinados por las organizaciones criminales mexicanas- que muchas veces operan en conjunto con las autoridades -, si han sido obligados a trabajar para ellas, si entraron en alguna red de trata de personas o si están vivos y libres, pero por algún motivo han perdido contacto con su familia.

Doña Mari de Honduras (Foto: Orsetta Bellani)

A veces los migrantes dejan de comunicarse con sus seres queridos porque durante el viaje les han robado la cartera donde guardaban los números telefónicos, porque el número cambió, o porque la familia se ha mudado a otra casa. “Muchos migrantes se fueron de Centroamérica cuando era otro mundo: no había electricidad ni celulares, sólo había un teléfono publico a la entrada de la aldea y las calles no tenían nombres”, explica Martha Sánchez Soler, fundadora del MMM.

La violación sexual es otro factor que en muchos casos lleva las migrantes a interrumpir cada contacto con su familia, por la vergüenza que los abusos hicieron nacer en ellas.

“Hay muchas cosas por las cuales no quieren que una madre sepa adónde están. A veces si han sufrido violaciones, o si han hecho algo ilícito y lo han agarrado; tal vez a ellos les da vergüenza que su madre sepa. O si han cambiado de sexo, quizá se sienten mal porque una se va a incomodar”, afirma Hilda Luz Rivera, de El Salvador, al notar unas mujeres transgenero entre las detenidas que observan la foto de su hijo René Wilmaris Ramírez Rivera. “Tal vez se sienten como que ya no tienen familia. Pero para una madre no importa lo que hayan hecho y no hay feo ni delincuente; aunque cometan sus errores, una mamá siempre perdona”.

Integrantes de la caravana procedentes de Guatemala (Foto: Orsetta Bellani)

Erlinda Ramírez no tuvo que perdonar a su hijo, pues está convencida de que no cometió los delitos que se le imputan. Al salir de la cárcel de Coatzacoalcos se siente “descansada”. Su rostro está más relajado, su voz es más firme, ya no tiembla ni llora. Encontró a su hijo en buena salud y sabe que en dos años será otra vez libre y regresará a su casa. Frente a la entrada del penal la esperan las cámaras de los periodistas y su mensaje es para los jóvenes que todavía faltan, y las madres que siguen esperándolos: “Estoy segura de que como apareció mi hijo van a seguir apareciendo los hijos de mis compañeras que están perdidas en este flagelo”.

Artículo publicado en El Gara el 3 de diciembre de 2019.

Así fue el primer día del histórico juicio por la desaparición del niño guatemalteco Marco Antonio Molina Theissen

Javier Estrada Tobar, Nómada

Cinco ancianos arrastran los pies y se quejan del dolor que les provocan las esposas en las manos mientras entran a una sala de la Torre de Tribunales en la que se les acusará de crímenes de lesa humanidad. Hace cuatro décadas pertenecieron a un ejército que infundía terror y ahora están en el ojo de la justicia en el Tribunal C de Mayor Riesgo. Continue reading…

Honduras: JOH toma posesión entre gases lacrimógenos de Pennsylvania

Carlos Dada, El Faro (Foto: Víctor Peña)

Se llegó el 27 de enero. El cielo gris asomó por detrás del cerro Juana Laínez, poco después de las cinco de la mañana, cerrando una noche de ambulancias, de cacerías policiales, de gases lacrimógenos, de gritos y protestas y quemas de llantas y toma de calles y de carreteras. La ondeante silueta de la bandera de Honduras se dibujó en la cima del cerro, que corona Tegucigalpa. Una ciudad militarizada.

Se llegó el 27 de enero, día inevitable en el calendario de un país roto por las elecciones celebradas dos meses antes. Juan Orlando Hernández, el presidente que maniobró de todas las formas posibles para ser reelecto en un país cuya Constitución prohíbe la reelección, tomaba posesión de su segundo periodo.

Se juramentó protegido por miles de uniformados del Ejército, la Policía Militar, la Naval y la Policía Nacional. Montaron tres cordones de seguridad alrededor del Estadio Nacional y dispersaron a los manifestantes arrojando unas latitas del tamaño de una granada denominadas MP-3-CS, fabricadas en un pueblito de Pennsylvania llamado Homer City, made in USA, que liberan gas lacrimógeno durante su vuelo y dejan una estela punzante, irritante, vomitiva. Lanzaron tantas de esas latitas de Pennsylvania que una nube de humo blanco espeso se alzó y se paseó por el centro de Tegucigalpa. Todos los ojos, todas las gargantas sufrieron en el día para festejar la democracia.

A pocas cuadras del estadio, en la colonia Miraflores, el candidato de la Alianza de Oposición a la Dictadura, Salvador Nasralla, hombre de televisión, autoproclamado ganador y a quien al menos la mitad de este país considera víctima de un fraude, encabezaba una de las protestas contra la toma de posesión. Los militares lo obligaron a retroceder: aventaron también latitas de Pennsylvania hacia donde él se encontraba, justo bajo un puente vehicular.

Nasralla trotó, intentando mantener la dignidad mientras se asfixiaba. Hay un video que él mismo tomó, convencido de que la revolución será en Facebook Live. No detuvo nunca la grabación. Se miran las latitas, la nube de humo, el pánico de quienes le acompañan, su carrera hacia atrás. Nasralla boquea y tose. Saca la lengua. Mira a la cámara del teléfono que sostiene con su mano izquierda, asegurándose de que está en el campo visual. Es quien documenta y también el sujeto documentado. Alguien, en la corrida, le entrega una boquilla. Camina, deja caer el brazo y con él la cámara pierde su objetivo. Apenas capta sus piernas meciéndose, al ritmo de su brazo. El candidato se retira gaseado, con los ojos rojos, la garganta seca, agredido directamente por los soldados que pretendió mandar pero acuerpado, auxiliado por sus seguidores. Fin del video, pero no de la jornada.

Mientras, en el estadio

Adentro del estadio, acuerpado por los soldados y en cadena nacional de radio y televisión, el presidente Hernández jura, con la mano sobre una biblia, que todos los días de su segundo periodo pedirá a Dios que lo ilumine para guiar a este, unos de los países más pobres del continente. Promete educación, salud y trabajo. Junto a él, sonriente, el hombre que le colocó la banda presidencial: el presidente del Congreso y dirigente de su propio Partido Nacional, Mauricio Oliva, investigado por la Misión de Apoyo contra la Corrupción y la Impunidad en Honduras (MACCIH), sospechoso de formar parte de la red de enriquecimiento ilícito de diputados que se apropiaron de fondos destinados para obras sociales.

El jefe de la MACCIH, el peruano Juan Jiménez Mayor, no asistió a la toma de posesión en protesta por el descaro de los congresistas afines al presidente que, una semana antes, pretendieron a escondidas decretar una ley que prohíbe a ese organismo creado bajo el manto de la Organización de Estados Americanos (OEA) y a la Fiscalía investigar a funcionarios públicos. El Congreso se retractó solo después del reclamo de la Embajada de Estados Unidos.

No hubo mandatarios que asistieran a la ceremonia, salvo el propio Juan Orlando Hernández. Hace mucho tiempo que no se veía en Centroamérica una juramentación presidencial a la que no asistiera ningún jefe de Estado del istmo. Cancillería de El Salvador dijo que la presidencia hondureña solo invitó al cuerpo diplomático acreditado en Tegucigalpa. Pero la mayoría de las misiones diplomáticas ni siquiera fueron representadas por los embajadores, sino por secretarios o encargados de negocios. Lo mismo la Embajada de Estados Unidos, pero vale aclarar que su encargada de negocios, Heidi Fulton, es desde hace meses la máxima representante en Honduras, pero que es más influyente que todos los embajadores juntos.

“Lo que viene sorprenderá a propios y extraños”, prometía el presidente en su discurso de posesión, después de quitarse y volverse a poner la banda presidencial. El estadio, rellenado por simpatizantes de su partido, políticos, empresarios y los representantes del cuerpo diplomático, era ajeno a la batalla campal que ocurría en el resto de la ciudad. Apenas lograban ver el sobrevuelo de los helicópteros militares que desde el cielo daban instrucciones a la infantería para interceptar a los manifestantes.

Afuera, cuando los gases y las detenciones dispersaron a los manifestantes menos agresivos –adultos y niños–, grupos de jóvenes encapuchados, armados con piedras y palos y con toda la disposición de expresar su descontento aún a costa de enfrentamientos con la autoridad, tomaron el relevo y marcharon por diversos puntos de la ciudad gritando “¡Fuera JOH!”, el canto de la oposición desde los ya lejanos tiempos de campaña. A la guía de los helicópteros respondieron con motociclistas que inspeccionaban el terreno, un kilómetro adelante del núcleo de la marcha. Pero los policías venían atrás.

Intercambiaron gases por piedras, se convirtieron en protagonistas de una ciudad con las calles vacías que policías, taxistas, periodistas, manifestantes, obreros y cuerpos de socorro han aprendido a leer: el humo negro es quema de llantas. El blanco son gases lacrimógenos. Dos días antes, escuché en la radio a un hombre decir: “Yo no sé qué le han echado a este gas, que está más fuerte”.

Así lleva Honduras dos meses. Todos los días. Desde que los hondureños fueron a las urnas a elegir presidente y los dos principales candidatos –Nasralla y Hernández– se proclamaron vencedores. Uno, Nasralla, porque llevaba una considerable ventaja con el recuento de casi el 70 % de los votos, justo cuando se cayó el sistema informático. Otro, Juan Orlando Hernández, porque cuando volvió el sistema él ya había remontado. El proceso fue tan irregular que hasta la OEA –¡la OEA!– dijo que no podía avalar ningún resultado y recomendó que las elecciones se repitieran. Pero el Tribunal Supremo Electoral, controlado por Hernández, lo declaró ganador. Nasralla gritó fraude y decenas de miles de hondureños salieron a las calles a gritar lo mismo.

Desde entonces, casi cuarenta personas han sido asesinadas y los organismos de derechos humanos denuncian detenciones arbitrarias y operaciones dirigidas para acosar, capturar o golpear a sus dirigentes; los periodistas nacionales e internacionales son acosados, amenazados, detenidos o interrogados por policías y militares. El país atraviesa una profunda crisis política generada por la reelección. Si el segundo mandato de Hernández continúa como inicia, no podrá gobernar.

Esta crisis política marcará la historia de Honduras como la marcó el golpe de Estado de 2009. Y mucho tienen en común: las ambiciones de poder de dos presidentes; la determinación de la Fuerza Armada para reprimir a quienes protestan; la intervención estadounidense para determinar el estado de las cosas; y la infructuosa, inútil oposición de la OEA a estas consecuencias: entonces un golpe de Estado, ahora un fraude electoral. En Honduras, democracia es el nombre que reciben cosas que en otros lados se conocen de otra forma: impunidad, corrupción, contubernio, violencia, narcotráfico… Pobreza.

A la ceremonia en el estadio sólo se podía asistir con invitación. Miles llegaron en buses contratados por los organizadores, con un boleto que les daba derecho a un almuerzo. Salieron del estadio antes que el presidente, a hacer cola junto a los camiones de comida, para que les dieran la bolsita con el almuerzo donde les correspondía: los de Olancho, El Paraíso y Danlí en este camión. Después, volvieron a sus pueblos distantes, a seguir siendo pobres.

Por la tarde, las estrechas calles del centro de Tegucigalpa se convirtieron en ratoneras. Las fuerzas de seguridad cazaron a su antojo. Se escucharon otra vez las sirenas, los gritos, los disparos. Se elevaron nuevas cortinas de humo. Humo blanco de Pennsylvania. Uniformados capturaron a jóvenes y los sometieron a macanazos.

El reinstalado presidente Hernández no perdió tiempo para demostrar sus intenciones: si en los últimos meses ha sido desafiado por la calle, hoy la calle pagó. Cantaron durante meses la canción que exige su salida, llamada “JOH, es pa’fuera que vas”, la más popular del país. Pero JOH no se fue. Se quitó la banda presidencial sólo para volvérsela a poner. Puede que hoy no tenga ni legitimidad política ni social. Puede que no tenga gobernabilidad. Pero tiene el poder.

Al caer la noche, se escucharon nuevos estruendos provenientes del cerro Juana Laínez. Desde las inmediaciones de la bandera se elevaron hermosos fuegos artificiales que iluminaron el cielo de Tegucigalpa durante varios minutos. Alguien gastó mucho dinero para celebrar la renovación de la democracia. Se llegó el 27 de enero. JOH se quiere quedar cuatro años más.

Artículo publicado en El Faro el 27.01.2018: https://elfaro.net/es/201801/centroamerica/21412/JOH-toma-posesi%C3%B3n-entre-gases-lacrim%C3%B3genos-de-Pennsylvania.htm

Honduras niega la reelección a su presidente

Carlos Dada, El Faro (Foto: Orsetta Bellani)

Al final de la jornada electoral, cuando el domingo era ya lunes, una y media de la madrugada, el presidente Juan Orlando Hernández se reunió con apenas docenas de simpatizantes que aún lo esperaban en un salón del Hotel Honduras Maya, en Tegucigalpa. Era la segunda vez en cuatro horas que salía a declararse ganador de la elección. De su reelección. El entusiasmo, inclusive el suyo, ya lucía mermado. Pero trató de disimularlo: “Con el 50 % de las actas procesadas, tenemos siete puntos de ventaja”. Sus simpatizantes celebraron. Apenas. A esas alturas ya ni sus más fieles seguidores estaban seguros de lo que les decía. El día les había dado suficiente munición para la duda.

La transmisión televisiva del discurso presidencial fue interrumpida para conectar en vivo con el Tribunal Supremo Electoral (TSE) que a esas horas, 1:45 a.m. del lunes 27 de noviembre, por fin daría sus primeros resultados oficiales. David Matamoros, presidente del cuestionado árbitro electoral, acusado de jugar a favor del presidente Hernández, confirmó una ventaja lo suficientemente significativa como para marcar una tendencia. Con el 57 % de las actas procesadas, el candidato de la Alianza Opositora, Salvador Nasralla, acaparaba el 45.2 % de los votos; el presidente Hernández, el 40,2 %.

Por razones aún no explicadas, Matamoros y los restantes tres magistrados del TSE tardaron demasiado en anunciar lo que ya otros celebraban. Un par de horas antes, harto ya de esperar que los magistrados hicieran su trabajo, Nasralla dio a conocer el recuento de las actas: “Tenemos 45,4 % de los votos. El candidato de la dictadura tiene 40,6. La tendencia no cambia. ¡Soy el nuevo presidente de Honduras!”, dijo Nasralla. El Tribunal Supremo Electoral esas horas no había divulgado ni un solo voto. Cero. Nada. Por primera vez en mucho años, Honduras terminaba el día de las elecciones sin que el Tribunal adelantara resultados, creando una incertidumbre peligrosísima al final de unas elecciones tensas, cuestionadas, delicadas. Muy delicadas. A la 1 de la madrugada, Honduras seguía sin noticias del árbitro electoral.

Aún así, el presidente guatemalteco Jimmy Morales telefoneó al presidente Hernández para felicitarlo por su reelección. Lo hizo sin un solo dato oficial que sustentara su entusiasmo.

La capital, Tegucigalpa, había comenzado a militarizarse horas antes. Desde las 8 de la noche cuando, en un supremo acto de irresponsabilidad, el presidente Hernández se declaró ganador de la elección apenas con datos de sus encuestas a boca de urna. Los rumores inundaron las redes sociales y los mensajes telefónicos: están planificando un golpe de Estado, el Ejército discute qué hará, Juan Orlando está negociando con Mel Zelaya, el presidente decretará el estado de sitio, etc…

Tan absurdos como sonaban, todos circularon de manera viral porque todos eran escenarios creíbles. Cualquier cosa era creíble. Incluso la victoria de Nasralla contra el sistema.

¿Qué pasó en todas las horas de silencio del TSE?

Hubo presión internacional para que el Tribunal hiciera públicos los primeros recuentos, porque su silencio, con dos candidatos autoproclamados, era una bomba de tiempo. Cuando el presidente, a las 2 de la madrugada, salió a proclamarse ganador según sus propias actas, intentaba ya desesperadamente establecer el triunfo –el triunfalismo– como hecho político, aunque para ello mintiera. Las actas, sus actas, eran las mismas que tenía el TSE, las mismas que tenía Salvador Nasralla, las mismas que tenía el tercer candidato en contienda, Luis Zelaya, del Partido Liberal, que ya feliticaba también a Nasralla. ¿Cómo podían esas mismas actas dar al presidente Hernández y su Partido Nacional un resultado distinto?

Por eso, el silencio del TSE bordeaba ya lo delictivo. Ante cámaras, Nasralla denunció lo que ya era un rumor en los círculos políticos hondureños: “Hay dos magistrados que admiten mi triunfo y dos que no quieren reconocerlo”.

Los magistrados salieron y su palabra era tan determinante que los medios de comunicación que abiertamente hicieron campaña por la reelección interrumpieron su autoproclamación y dieron paso a los cuatro magistrados. Apenas habían contado el 57 % de las actas, dijeron. Y eran mayoritariamente urbanas. Faltaba que llegaran los votos de las zonas rurales. Era aún muy poco para proclamar ganador a un candidato que presentaba cinco puntos de ventaja sobre el presidente. Todo eso dijeron. Pero lo que confirmaron fue que Nasralla había dicho la verdad. El presidente, no.

El presidente Hernández envió un audio a sus correligionarios y a los medios de comunicación: “El dato del Tribunal no es concluyente porque únicamente recoge los resultados de las principales ciudades del país, eso representa sólo el 20 % de los votos. El 80 % restante nos favorece a nosotros, así que tenemos que ser cuidadosos, pacientes y llevar el proceso hasta el final”.

Fue un nuevo acto de irresponsabilidad más en una jornada en la que el presidente de la República estuvo a punto de desatar un caos. Pero quien se sorprenda es porque no sabe todo lo que está en juego en esta elección para los sectores más poderosos de Honduras. No se pueden dar el lujo de perder.

Hace dos años, el presidente Hernández logró autorización de la Corte Suprema de Justicia para correr por la reelección aun cuando la Constitución lo prohíbe. Pero lo hizo con el respaldo de empresarios, de su partido, de políticos corruptos acusados de graves delitos, del Ejército, con fondos del Estado y con el apoyo abierto pero cauteloso de Estados Unidos. Ninguno de ellos podía admitir una derrota porque en riesgo están multimillonarios contratos con el Estado, prisión para algunos funcionarios y empresarios, el desmontaje de un contubernio entre la empresa privada y el Estado que es la causa principal de conflictos sociales y de asesinatos de ambientalistas.

Para Estados Unidos, el presidente Hernández es un aliado más confiable que Salvador Nasralla, particularmente porque detrás de él está el expresidente Manuel Zelaya, principal operador de la oposición y hombre cercano al Socialismo del Siglo XXI. Pero incluso la Alianza Opositora cree que Washington ha retirado su apoyo a las intentonas del presidente Hernández para mantenerse en el poder.

“Estamos ante una crisis tremenda porque Juan Orlando no quiere aceptar la derrota”, dice Hugo Noé Pino, exdirector del Instituto Centroamericano de Estudios Fiscales. “En ninguna elección habíamos visto el escenario ante el que estamos ahora”, agrega.

Salvo la representación estadounidense, los demás sectores poderosos de Honduras intentaron –y aún intentan– mantener a Juan Orlando Hernández en Casa Presidencial a toda costa. La elección del domingo era ya irregular con un padrón sin depurar que incluía 30 % de convocados muertos o en el extranjero y nula representación del partido opositor en el TSE. Hernández controla incluso el árbitro de la elección, los medios de comunicación y la institucionalidad del Estado, a la que volcó en la campaña eliminando las fronteras entre el Estado y el partido.

Todas las encuestas, salvo las de la Alianza Opositora, le daban diez puntos de ventaja sobre Salvador Nasralla. Eran sus propias encuestas, de sus medios aliados. No importaba. No se trataba de retratar la intención de voto, sino de establecer un hecho político. De convencer a la gente de que su triunfo era inevitable. Pero la sorpresiva victoria de Salvador Nasralla en las urnas transformó todo el panorama.

Rodolfo Pastor, el hombre a cargo del plan de gobierno de la Alianza, dice que se despidió de los magistrados del TSE a las 3 de la mañana de este lunes 27 de noviembre. “En ese momento ellos hablaban de más de 70 % de las actas procesadas, y la ventaja de nuestro candidato había aumentado a siete puntos. La ventaja es definitiva. Los magistrados usaron otra palabra: irreversible”. ¿Por qué no lo han dicho en público? “Juan Orlando es un hombre muy poderoso y ahora mismo intenta negociar. No quiere reconocer su derrota y, si lo hace, pretende otras cuotas de poder y garantías de amnistía. Pero no tengo idea con quién puede negociar a estas alturas”.

La mañana de este lunes, los principales periódicos hondureños amanecieron con Salvador Nasralla en las portadas. Fueron cautelosos esta vez, e informaron con precisión que el candidato opositor llevaba ventaja. Pero esas portadas enviaban otro mensaje: los sectores más fieles al presidente han comenzado a admitir la posibilidad de una derrota.

A media mañana, sin embargo, cambiaron sus portadas en línea: citando a empresa encuestadora Ingeniería Gerencial, la misma que 24 horas antes daba al presidente Hernández una ventaja de más de diez puntos, El Heraldo tituló: “Se acorta distancia entre Salvador Nasralla y Juan Orlando Hernández”. Era otra maniobra coordinada: el gerente de esa empresa, Arturo Corrales, es un exfuncionario del gobierno de Hernández. Un conspirador político con acceso directo al TSE que, a pesar del probado fracaso de sus proyecciones, tuvo media mañana ante las cámaras de la principal cadena televisiva del país, Televicentro, para sembrar la idea de que el presidente Hernández está remontando la diferencia. Un propagandista maniobrando a última hora. El presidente todavía no se ha rendido.

Artículo publicado en El Faro el 27.11.2017: https://elfaro.net/es/201711/centroamerica/21212/Honduras-niega-la-reelecci%C3%B3n-a-su-presidente.htm

Elecciones en Honduras: mucho más que un simple voto

Giorgio Trucchi, Rel-UITA (Foto: Orsetta Bellani)
 
 
Este 26 de noviembre, el pueblo hondureño está convocado a ejercer nuevamente su derecho al voto para elegir al presidente, 128 diputados al Congreso de Honduras, 20 diputados al Parlacen (Parlamento centroamericano) y 298 alcaldes y vicealcaldes.
 Por primera vez en la historia democrática del país, un presidente buscará reelegirse por un segundo período, y esto a pesar de que la Carta Magna de Honduras lo prohiba tajantemente.

En 2015, la Sala Constitucional de la Corte Suprema de Justicia emitió dos fallos declarando la inaplicabilidad del artículo 239 de la Constitución, que prohíbe la reelección presidencial.

Un año después, cumpliendo las sentencias del máximo poder judicial, el TSE (Tribunal Supremo Electoral) aceptó la inscripción de la candidatura del actual mandatario Juan Orlando Hernández.

Los mismos magistrados electorales rechazaron sucesivamente un recurso presentado por la Convergencia contra el Continuismo, instancia conformada por diferentes organizaciones y sectores sociales, populares, sindicales y estudiantiles que considera dicha candidatura inconstitucional e ilegal.

 

Foto: Orsetta Bellani, noviembre de 2013
 
 
Es así que este domingo, mientras el ambiente se vuelve cada vez más tenso, se multiplican los asesinatos políticos, se cercena el derecho a informar de varios medios internacionales y el partido de gobierno lanza una cacería de brujas contra la supuesta injerencia del gobierno de Venezuela y de «agentes internacionales» para generar el caos en el país, los tres principales candidatos -de un total de nueve- buscarán la presidencia para el período 2018-2022.

Candidatos

Juan Orlando Hernández, candidato del oficialista Partido Nacional, se presenta con una propuesta electoral muy sencilla: continuar por cuatro años más el camino ya emprendido durante su gobierno, cosechar lo que ha sembrado y profundizar las medidas económicas y de seguridad.

En su propuesta de gobierno, Hernández refuerza los ejes temáticos de su primer mandato: generación de empleo (precario), estabilidad macroeconómica, apertura al capital nacional y transnacional con la promoción de las zonas de empleo y desarrollo económico (Zede o ciudad modelo), concesión de bienes comunes y territorios, programas sociales para los sectores más pobres -que en Honduras siguen representando a más del 60% de la población-, control férreo de las instituciones públicas, seguridad, defensa y militarización del territorio.

Sin duda alguna, el actual mandatario es el candidato que, a pesar de roces y tensiones, más representa los intereses del gran capital nacional y transnacional, así como de los «grupos fácticos» que controlan la política y la economía hondureña y de la actual administración norteamericana.

Su principal contrincante será Salvador Nasralla, histriónico conductor de televisión y candidato de la Alianza de Oposición contra la Dictadura que reúne al Partido Libertad y Refundación (Libre), al Partido Innovación y Unidad (Pinu) y a una parte de la base del Partido Anticorrupción (Pac).

En su programa, Nasralla recoge buena parte de las propuestas políticas y sociales que surgen desde los sectores que en su momento se opusieron al golpe de Estado del 2009.

Salud y educación universal y gratuita, viviendas dignas, plan de seguridad comunitaria enfocada en la prevención del delito, lucha contra la corrupción y la impunidad, servicios básicos sometidos a control público, acceso al credito para pequeños y medianos productores, reforma agraria integral, derogación de las leyes que precarizan el trabajo, cercenan derechos de la ciudadanía y ponen en venta bienes comunes y territorios.

Además, se propone velar por el respeto a la igualdad irrestricta de género, impulsar un nuevo pacto fiscal, reducir el costo de los combustibles, indexar el salario mínimo al costo de la canasta básica.

El candidato del Partido Liberal es Luis Zelaya. Con muy pocas posibilidades de ganar la contienda electoral en cuanto no controla el aparato del partido y arrastra las consecuencias de la división interna originada a raíz del golpe de 2009, Zelaya propone fortalecer la institucionalidad, una lucha férrea contra la corrupción y la impunidad, reactivación económica y generación de empleo a través de parques agroindustriales, inversión en educación y salud, entre otros.

 
Foto: Orsetta Bellani, noviembre de 2013
 
 

Mucho más que un voto

Para aquellos sectores de la sociedad hondureña que han sido constantemente y sistemáticamente excluidos y olvidados, la del 26 de noviembre es mucho más que un simple elección de nuevas autoridades públicas.

«El actual gobierno ha venido violentando derechos, cercenando territorios, empobreciendo a la población. Para la Plataforma del Movimiento Social y Popular en Honduras este proceso electoral no significa una votación más, sino que se está definiendo el futuro del pueblo hondureño. De ganar el actual mandatario y candidato ilegal e inconstitucional Juan Orlando Hernández se profundizaría la dictadura que se ha venido instalando durante su mandato, y que ha sido apoyada por los grupos fácticos y por los militares», dijo Miriam Miranda, miembro de la Plataforma.

Para la dirigente garífuna es fundamental que cualquier agenda electoral ponga como eje principal el cambio de modelo económico.

«El modelo neoliberal y extractivista que ha implementado el actual gobierno ha  venido arrebatando y saqueando bienes comunes. Ahora quieren profundizar el mismo modelo con la implementación de las Zede, subastando territorios donde justamente están radicados los pueblos indígenas y las comunidades campesinas. Como Plataforma nos sumamos al llamamiento hecho desde la Convergencia contra el Continuismo para que la gente razone su voto y no contribuya a la continuidad de la dictadura», aseveró Miranda.

La también coordinadora de la Organización Fraternal Negra Hondureña (Ofraneh) dijo que, independientemente de quien será el ganador de esta contienda electoral, la Plataforma del Movimiento Social y Popular en Honduras continuará impulsando una agenda que prevé cambios estructurales a través de la instalación de una asamblea nacional constituyente popular, democrática, incluyente e originaria.

«Vamos a seguir respaldando las luchas territoriales para generar una sociedad diferente. Las comunidades deben seguir preparándose para defender los territorios de este modelo destructivo y avasallante que acaba con la vida de los bienes comunes y las personas. También vamos a seguir exigiendo el cese de la criminalización, persecución e impunidad. Vamos a exigir justicia para nuestra hermana Berta Cáceres y para todas las defensoras y defensores asesinados.

Decimos NO a este proyecto de muerte. Gane quien gane esta es la agenda que vamos a proponer desde los territorios, articulándonos con todos los movimientos sociales que hay en Honduras como el movimiento estudiantil, obrero, campesino, la comunidad LGTBI, las mujeres», concluyó Miranda.

Artículo publicado en Lista Informativa Niguaragua y Más el 23.11.2017: https://nicaraguaymasespanol.blogspot.mx/2017/11/elecciones-en-honduras-mucho-mas-que-un.html

Estados Unidos quiere replicar el ‘Plan Colombia’ en Centroamérica

Revista Semana

Este jueves, en medio de la Conferencia sobre Prosperidad y Seguridad de Centroamérica, Estados Unidos y los países del Triángulo Norte (El Salvador, Guatemala y Honduras) se reunieron para hablar de problemas de inmigración e inseguridad. En el encuentro, el gobierno norteamericano lanzó la propuesta de replicar una estrategia como el “Plan Colombia” en Centroamérica. Continue reading…