Sparizioni senza fine

Orsetta Bellani, Rivista Emma (Foto: O.B.)

Enrique Chávez Ortega è stato identificato pochi mesi dopo il ritrovamento del suo cadavere. La famiglia l’ha riconosciuto grazie a un tatuaggio, ai vestiti che portava e a una bandana legata alla gamba. La procura generale dello stato di Veracruz (Fiscalía General del Estado de Veracruz, Messico) aveva trovato il suo cadavere smembrato nel febbraio 2017, in un campo di sterminio che l’organizzazione criminale de Los Zetas – un gruppo formato da ex militari di élite – aveva installato in un ranch chiamato La Gallera nel comune di Tihuatlán.

Veracruz è uno degli stati più violenti del Messico, paese che dalla fine del 2006 vive una forte crisi umanitaria causata dalla militarizzazione lanciata dall’ex presidente Felipe Calderón con il pretesto di combattere le organizzazioni criminali, che in più occasioni si sono in realtà dimostrate alleate di poliziotti e militari nella gestione dei traffici illeciti.

In questi quattordici anni, si sono registrati più di trecentomila morti e ottantaquattromila desaparecidos, in maggioranza civili che non avevano rapporti con il crimine organizzato. Alcune di queste persone sono rimaste uccise in mezzo al fuoco incrociato, altre sono state confuse con membri di diverse organizzazioni criminali. C’è chi è stato sequestrato a scopo estorsivo, o obbligato a lavorare per la criminalità organizzata, come sicari o braccianti nei campi di marijuana o papavero da oppio; le donne spesso sono vittime di tratta o sono obbligate al lavoro domestico o sessuale. Non c’è una spiegazione univoca e chiara, non sempre si sa perchè spariscano i desaparecidos.

Affianco al cadavere di Enrique Chávez Ortega la procura di Veracruz ha trovato altri cinque corpi, e il collettivo Familiares en Búsqueda María Herrera de Poza Rica – di cui fanno parte circa centocinquanta famiglie di desaparecidos, che più delle autorità sono impegnate nella ricerca dei loro cari – ha pubblicato sul suo sito web le foto dei vestiti e dei tatuaggi dei cadaveri, nella speranza che qualcuno li identificasse.

Il ranch La Gallera. Foto: Orsetta Bellani

Le chiamate delle famiglie di Xavier, Carlos Enrique, Blanca Rosario, Luis Enrique e José Luis sono arrivate nel 2019. Le donne del collettivo le hanno accompagnate alla procura, dove per paura non erano ancora andate. Lì hanno sporto denuncia per la sparizione dei loro famigliari e consegnato un campione di DNA, per permettere alle autorità di metterlo a confronto con il profilo genetico dei cadaveri e cercare di accertare la parentela.

Il 6 febbraio 2021, le autorità messicane hanno consegnato alle cinque famiglie i resti dei loro cari. Li hanno seppelliti nel cimitero, mettendo così fine al “lutto sospeso” che la sparizione di un famigliare causa in chi non smette di aspettarlo. “La giornata di oggi ci ha risvegliato molti sentimenti contrastanti, perché abbiamo la certezza che i nostri famigliari tornano a casa”, ha scritto su Facebook il collettivo. “Il dolore causato dall’assenza si è trasformato in un momento in cui abbiamo potuto abbracciarli nuovamente. Non nel modo in cui avremmo voluto, ma ora almeno abbiamo un luogo in cui piangerli”.

COLLETTIVI AUTORGANIZZATI

Il periodo più duro per i veracruzani è stato durante l’amministrazione dell’ex governatore Javier Duarte, che ora si trova in carcere per riciclaggio di denaro e associazione per delinquere. La popolazione la considera una vittoria a metà: Javier Duarte non è ancora stato processato per sparizione forzata, malgrado la procura abbia aperto circa duecento inchieste su casi di sparizione forzata presumibilmente commessi dalla polizia statale durante i suoi sei anni di governo (2010-2016).

È stato proprio durante gli anni dell’amministrazione di Duarte che i Los Zetas sono entrati in possesso de La Gallera, il ranch di sei ettari che presto è stato trasformato in un campo di sterminio in cui le persone sequestrate dal gruppo criminale erano torturate, uccise e cremate.

Non è l’unico cimitero clandestino di Veracruz, stato in cui si trova la fossa comune più grande del Messico: Colinas de Santa Fe. Li Solecito, un altro collettivo di famigliari, ha trovato duecentonovantotto crani e ventiduemilacinquecento resti umani. Li ha rinvenuti il collettivo perchè le autorità messicane non cercano i desaparecidos, né vivi né morti, e le loro famiglie si vedono obbligate a organizzarsi per farlo.

I collettivi di famigliari, presenti in buona parte del territorio messicano, perlustrano innanzitutto gli ospedali e le carceri, sperando di trovare i loro parenti vivi, ma organizzano anche brigate per entrare in zone in cui pensano possano esserci delle fosse comuni. Le scavano con picconi e pale, con l’amara speranza di incontrare i resti dei loro cari e dare loro sepoltura. Le brigate sono accompagnate dai periti della procura, che per legge sono gli unici autorizzati a raccogliere i resti ossei e che, tuttavia, senza la pressione delle famiglie non scavano le fosse clandestine.

Collettivi di genitori di desaparecidos cercano i resti dei loro cari nel ranch La Gallera. Foto: Orsetta Bellani

È iniziato tutto nel 2011, quando migliaia di persone che sono state vittime di violenza hanno partecipato alle carovane del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità. Hanno viaggiato per tutto il Messico e per la prima volta hanno parlato pubblicamente delle violenze vissute sulla propria pelle. “Allora abbiamo capito che questo movimento era un mezzo e non un fine, e abbiamo deciso di creare un’associazione incentrata unicamente sulla ricerca dei nostri famigliari”, racconta Juan Carlos Trujillo, che ha quattro fratelli desaparecidos. “A poco a poco, ci siamo resi conto che la giustizia in Messico non esiste, che il sistema non funziona o funziona solo per
alcuni”.

CAMPI DI CONCENTRAMENTO, FORNI CREMATORI, FOSSE COMUNI

Dopo aver fondato Familiares en Búsqueda Maria Herrera, Juan Carlos Trujillo ha attraversato mezzo paese per tessere la Rete di Legami Nazionali, di cui oggi fanno parte piu di cinquanta collettivi di famigliari di desaparecidos di diverse regioni del Messico.

Da tempo il collettivo riceveva notizie sull’esistenza di un ranch sospetto. “Andate a cercare alla Gallera”, diceva la gente di Tihuatlán. Alcuni affermavano di aver visto persone nude fuggire da li. Era il primo febbraio 2017 quando la procura generale dello stato di Veracruz, accompagnata da alcune donne di Familiares en Búsqueda Maria Herrera, decise di entrare alla Gallera. Trovò una casa di due piani con sei stanze, circondata dalle erbacce, e tre fosse clandestine con il corpo di Enrique Chávez Ortega e delle altre cinque persone i cui resti sono stati consegnati ai famigliari lo scorso febbraio.

“Vedere tutto ciò, i corpi smembrati, mi ha sconvolto la vita”, ricorda Maricel Torres Melo, il cui figlio adolescente è stato fatto sparire dalla polizia intermunicipale una sera che era uscito a cenare con alcuni amici. “Vedere la casa, le impronte delle mani sulle pareti, il sangue in terra e ossa buttate ovunque”. A lato della casa trovarono un grande forno, forse inizialmente costruito per fare mattoni, e subito intuirono che era stato utilizzato dagli Zetas per cremare i cadaveri. “Quando abbiamo visto il forno, la nostra mente ha iniziato a volare”, dice Maricel.

Il forno crematorio del ranch La Gallera. Foto: Orsetta Bellani

Il collettivo di madri è tornato a La Gallera meno di due mesi dopo e ha trovato il cranio di un bambino. Le donne sono tornate altre otto volte al ranch, portando con sé picconi, pale e setacci per scavare fosse e setacciare la cenere mescolata con i frammenti ossei che trovavano intorno al forno. Mentre lavoravano, gridavano tutte insieme: “Perchè vivi se li sono portati via, vivi li vogliamo”. Si facevano forza. Non è facile quando ti trovi in un campo di sterminio. Quando pensi che tuo figlio è stato portato li, chiuso in una stanza, torturato, assassinato e bruciato in un forno. E tuo figlio è solo uno studente, un contadino o un maestro. E se anche fosse un criminale, se lo meriterebbe? Si merita sua madre di doverlo cercare in una fossa comune? Di dover setacciare cenere pensando che possa contenere i resti cremati di suo figlio?

Le donne di Familiares en Búsqueda Maria Herrera de Poza Rica sono tornate alla Gallera in varie occasioni perché non si fidavano del lavoro della procura. Infatti, malgrado quest’ultima avesse gi  setacciato la zona, ogni volta che sono tornate hanno trovato nuovi resti. In totale sono stati trovati due crani e circa milleduecento frammenti ossei, alcuni così piccoli che non è stato possibile prendere il campione di DNA per procedere all’identificazione.

Articolo pubblicato sulla rivista Emma nel settembre 2021.

Carovana delle persone in cammino: il Messico è sempre più un imbuto

Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)

Ricardo ha capito che doveva abbandonare l’Honduras a fine ottobre 2021 quando, a pochi isolati da casa sua, un’amica transgender è stata uccisa. Da tempo l’omofobia che si respirava nel suo quartiere gli faceva paura, e la mancanza di lavoro lo tormentava. Ricardo non ci ha pensato due volte: ha preso le sue cose e si è messo in cammino verso Nord. Sapeva che pochi giorni dopo da Tapachula, una città che si trova sulla frontiera meridionale del Messico, sarebbe partita una “carovana di migranti”, come si definisce la strategia dei migranti che consiste in viaggiare in grandi gruppi e alla luce del sole per sentirsi più sicuri. Per raggiungere Tapachula e gli altri membri della carovana, Ricardo ha dovuto attraversare Honduras e Guatemala in autobus, e passare illegalmente la frontiera messicana.

La “Carovana per la giustizia, la dignità e la libertà del popolo migrante in cammino” ha percorso una ventina di chilometri al giorno per più di 50 giorni, a volte sotto il sole cocente del tropico, altre volte sotto la pioggia. I migranti, soprattutto provenienti dall’America Centrale, ma anche da Haiti e Cuba, hanno dormito nelle piazze dei paesi che attraversavano, o ai bordi delle strade. In alcune occasioni parroci, Comuni o la popolazione hanno portato loro acqua, viveri e disinfettante per curarsi le vesciche, ma spesso nessuno si è avvicinato. 

Dopo cinque settimane di cammino, la carovana è arrivata a Città del Messico, dove le autorità hanno offerto ai migranti un visto umanitario. Alcune famiglie hanno deciso di rimanere, ma la maggior parte ha preferito continuare il suo viaggio verso gli Stati Uniti. Durante i 1.130 chilometri che ha percorso, la “Carovana per la giustizia, la dignità e la libertà del popolo migrante in cammino” si è sfilata e riorganizzata. Alcune persone che ne facevano parte, come Ricardo, si sono staccate e hanno continuato il viaggio verso Nord da sole, e allo stesso tempo persone nuove si sono aggiunte strada facendo.

Quando è partita, la carovana era composta principalmente da migranti che da mesi erano bloccati a Tapachula in attesa di ricevere una risposta alla loro richiesta di asilo. Questo perché nel 2021 la Comisión Mexicana de Ayuda a Refugiados (Comar) ha ricevuto più di 131mila domande, registrando un aumento del 300% rispetto all’anno precedente, e non è stata in grado di processarle tutte. Un gruppo di migranti ha quindi deciso di lasciare la città in carovana per uscire da quella che considerano come una prigione a cielo aperto e, allo stesso tempo, per rendere visibile la loro situazione all’opinione pubblica nazionale e internazionale. 

Il Messico è sempre più una specie di imbuto perché durante lo scorso anno il flusso di migranti verso gli Stati Uniti è triplicato, contemporaneamente all’inasprimento della politica migratoria del governo messicano. Il risultato è che molte persone arrivano in Messico senza riuscire poi a trovare un’uscita verso Nord. L’aumento dei flussi migratori è determinato soprattutto dalla crisi economica causata dalla pandemia, dagli uragani che hanno colpito l’America Centrale nell’autunno 2020, dal terremoto e la crisi sociale scatenata dall’omicidio del presidente di Haiti, oltre che dall’illusione che l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca avrebbe portato ad una svolta nelle politiche migratorie statunitensi. 

Da ottobre 2020 a ottobre 2021, 1,7 milioni di migranti sono stati fermati dalle autorità sulla frontiera meridionale statunitense, e anche dall’altra parte del confine si è registrato un record: nessun governo messicano ha fermato tanti migranti in un anno come quello di López Obrador. Il presidente progressista è arrivato a schierare 14mila effettivi della Guardia Nazionale sulla frontiera meridionale messicana con il proposito esplicito di bloccare i migranti, a seguito delle minacce dell’ex presidente Usa Donald Trump di aumentare i dazi delle importazioni messicane del 5% se non avesse impedito ai migranti di arrivare alla frontiera meridionale statunitense.

Le violenze della Guardia Nazionale contro la popolazione migrante sono state molte, dai tentativi di bloccare le carovane -facendo muro con scudi e manganelli- alle sparatorie contro i veicoli che li trasportano, che hanno causato anche dei morti. D’altra parte, in più di un’occasione i migranti sono stati vittime di incidenti stradali. A novembre, 12 migranti sono morti carbonizzati all’interno di due automobili dopo un incidente, ma il più grave è avvenuto il 9 dicembre, quando in Chiapas si è ribaltato un camion su cui 166 migranti viaggiavano ammassati. Nell’incidente sono morte 56 persone, schiacciate dai loro compagni di viaggio. 

Il fatto che, prima di ribaltarsi, il camion sia passato davanti a tre posti di blocco senza essere mai stato fermato fa sospettare della possibilità che le autorità stessero insabbiando il traffico di persone. Si tratta di un’attività molto lucrativa: i migranti avevano pagato quasi 10mila euro per essere trasportati dal Chiapas al Texas. “La causa profonda di incidenti come questo è l’inasprimento delle politiche migratorie. I trafficanti vedono aumentare il loro beneficio economico e le reti di traffico di persone si rafforzano”, spiega Rita Robles di Alianza Americas, Ong che lavora con migranti di origine latina negli Stati Uniti.

Carmen tira fuori dalla borsa alcuni fogli che le ha consegnato un tribunale del Salvador. “Un tribunale mi da ragione, non ho solo la mia parola”, dice mentre mostra i documenti. Si trattava della denuncia contro il suo ex compagno e alcuni suoi amici che fanno parte di una gang. “Sono venuti a casa mia dicendo che mi davano quindici giorni per tornare con lui, se non lo avessi fatto mia figlia di sette anni ne avrebbe pagato le conseguenze”. Malgrado la paura Carmen non ha perso lucidità: il giorno dopo ha preso sua figlia e una valigia e si è incamminata verso gli Stati Uniti.

“Devo stare lontana dall’Honduras per proteggere mia figlia. Ci sono molte persone nella carovana che, come me, stanno fuggendo da qualcosa o da qualcuno”, racconta Carmen mentre la bambina gioca con un’amica nel campo da basket del paese di Acacoyagua, nel Chiapas. Da lì mancano circa 3mila chilometri alla frontiera con gli Stati Uniti. Se riuscirà a raggiungerla, a Carmen toccherà aspettare lì fino a sei mesi. Questo perché dal 6 dicembre 2021 è entrato nuovamente in vigore il Migrant Protection Protocols (MPP), un programma del governo statunitense che obbliga i richiedenti asilo ad aspettare la risposta in Messico.

Il programma è stato creato da Trump e negli anni scorsi circa 70mila migranti sono rimasti bloccati sulla frontiera settentrionale messicana in attesa della risposta alla loro richiesta d’asilo da parte di una corte statunitense. La cancellazione del Migrant Protection Protocols è stata una delle promesse di campagna di Biden, che allora lo definì “inumano”, ma ad agosto scorso un tribunale federale del Texas ha ordinato che tornasse in vigore. 

Secondo Rita Robles di Alianza Americas, la riattivazione del Migrant Protection Protocols mette in luce l’esistenza di un problema di sovranità del Messico. “Il programma è imposto arbitrariamente da un tribunale statunitense e il Messico non è obbligato a riattivarlo; lo ha accettato nuovamente perché gli Stati Uniti hanno donato dei vaccini”. 

“La sua amministrazione ha preso la decisione di normalizzare ed ampliare una politica crudele di dissuasione, che fallisce nell’affrontare le cause di fondo della migrazione”, ha scritto a dicembre un gruppo di parlamentari democratici al presidente. In risposta, il 30 dicembre Biden ha chiesto alla Corte Suprema, che è composta in maggioranza da giudici repubblicani, di cancellare nuovamente il Migrant Protection Protocols. Carmen teme che le gang del Salvador abbiano contatti in Messico e che questi la possano trovare. Sa che solo una volta raggiunti gli Stati Uniti, quando arriverà a casa di sua sorella, lei e sua figlia si sentiranno sicure.

Articolo pubblicato su Altreconomia l’11 gennaio 2022: https://altreconomia.it/carovana-delle-persone-in-cammino-il-messico-e-sempre-piu-un-imbuto/