Il popolo indigeno che resiste al crimine organizzato in Messico

Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)

Ora che non deve più governare, Maria Dolores Santa Clara avrà più tempo per passeggiare nei boschi intorno a Cherán, nello Stato messicano del Michoacán. Fino a settembre 2018, quando ha abbandonato il posto nel Consiglio maggiore di governo, le riunioni dell’organo di governo autonomo del popolo indigeno purépecha riempivano le sue giornate, e non aveva molto tempo per godersi la sua pensione da maestra.

Maria Dolores ama camminare nel bosco il mattino presto, quando l’aria è così fresca che pizzica la pelle e il profumo dei pini calma le sue preoccupazioni. Da quando i guardaboschi comunitari hanno iniziato a pattugliarli si sente sicura, ma per un lungo periodo aveva dovuto abbandonare le sue passeggiate mattutine: a partire dal 2008, uomini legati alle organizzazioni criminali Los Caballeros Templarios e La Familia Michoacana occuparono queste montagne, sacre per gli indigeni purépecha di Cherán. Si portavano via gli alberi per vendere la legna nel mercato illegale e, allo stesso tempo, “liberavano spazio” per piantare l’avocado, frutto che genera introiti per circa 150 milioni di euro l’anno e che in questa zona viene chiamato “oro verde”. Il Michoacán è il maggior produttore ed esportatore di avocado del mondo e buona parte della sua linea di produzione e commercializzazione è in mano alle organizzazioni criminali.

Maria Dolores Santa Clara, ex membro del Consiglio maggiore di governo di Cherán. Foto: Orsetta Bellani

Negli anni in cui il crimine organizzato si era installato a Cherán, ogni giorno i suoi abitanti vedevano fino a 200 camion salire e scendere dai monti carichi di legna, e in paese erano diventati frequenti i furti, gli omicidi e le sparizioni. Il 15 aprile del 2011, stanche di veder saccheggiare il loro bosco e di vivere nella paura, un gruppo di donne di Cherán si armarono di bastoni e fermarono un camion pieno di legna, arrestando i suoi occupanti. Le campane della cappella del Calvario iniziarono a suonare e la gente uscì per strada; gli uomini si unirono alla ribellione e iniziò a prendere forma una delle esperienze di autogoverno e autodifesa indigena più solide del Messico, che questo mese festeggia il suo decimo anniversario.

“Ci siamo ribellati per difendere i nostri boschi e per avere sicurezza, in quel momento non pensavamo che avremmo costruito un governo indigeno basato sull’autodeterminazione e sui nostri usi e costumi”, spiega Pedro Chávez Sanchez, ex presidente del Consiglio maggiore di governo. Ricorda che, subito dopo la ribellione delle donne, la gente di Cherán costruì delle barricate nelle tre entrate del paese per bloccare i criminali, e che in assemblea decisero di non lasciar passare neanche i politici e la polizia, considerati collusi con la criminalità organizzata.

Nel novembre 2011, un tribunale messicano ha riconosciuto il diritto dei 18mila abitanti di Cherán a scegliere le proprie autorità secondo gli usi e costumi purépechas, decisione basata sulla Costituzione messicana e su trattati internazionali, come il 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro e la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni dell’Onu. Da allora non ci sono più state votazioni con candidati dei partiti, ma elezioni che rispettano la cultura politica ancestrale degli indigeni della regione. “Abbiamo ripreso le istituzioni che il popolo purépecha utilizzava prima dell’invasione spagnola del XVI secolo, come il Consiglio maggiore di governo”, spiega David Daniel Romero, avvocato originario di Cherán.

Le donne di Cherán si registrano per partecipare alle elezioni nel maggio 2018. La popolazione ha ripreso le istituzioni che i purépecha utilizzavano prima dell’invasione spagnola del XVI secolo, come il Consiglio maggiore di governo. Foto: Orsetta Bellani

Ogni notte, quando il sole si nasconde dietro le montagne e il freddo abbraccia la meseta purépecha, si accendono falò in ogni angolo di Cherán. Lì la gente si riunisce per bere tè o caffè, mangiare dolci e discutere con i vicini. È questo lo spazio in cui si dibattono i problemi della comunità e si fa politica. In tempo di elezioni secondo usi e costumi, i falò propongono all’assemblea che riunisce i quattro quartieri di Cherán una lista di persone che candidano a membri del nuovo Consiglio maggiore di governo, chiamati k’eri in lingua indigena. Sono abitanti della comunità, non politici di professione, e se non rispettano il loro mandato verranno destituiti dall’assemblea popolare.

“Cherán è oggi un paese sicuro ma non è tutto perfetto, facciamo degli errori”, afferma la ex k’eri Maria Dolores Santa Clara. “Però tutti abbiamo chiaro che governare non è un privilegio, ma un servizio alla comunità”. Ho incontrato Maria Dolores nella sede del Consiglio maggiore, che si riunisce nell’ex Municipio di Cherán, edificio che la popolazione insorta ha occupato nel 2011 abbellendolo con murales di Emiliano Zapata e altri eroi della rivoluzione messicana dell’inizio del XX secolo. È un palazzo in stile coloniale che si affaccia sulla bella piazza principale del paese, dove la gente passeggia e mangia tacos nei banchetti ambulanti, gli anziani seduti sulle panchine si godono il tiepido sole della meseta purépecha e i bambini giocano a pallone fino a tarda sera. È una delle conquiste di un popolo che per anni è stato costretto a rispettare il coprifuoco che le organizzazioni criminali imponevano dopo il tramonto, a pagare il pizzo e a vivere costantemente minacciato.

La situazione è cambiata quando la polizia, collusa con la criminalità organizzata, è stata cacciata e sostituita dalla “ronda comunitaria”, un corpo di sicurezza autonomo e comunitario, riconosciuto dallo Stato con la sentenza del novembre 2011. Ne fanno parte una sessantina di abitanti scelti dall’assemblea di Cherán, organo che vigila costantemente il loro lavoro e che può decidere di destituirli se non rispettano il loro giuramento. La “ronda comunitaria” presidia le tre entrate del paese, fermando ogni auto per controllare che non entrino criminali, politici o la propaganda dei loro partiti.

I guardaboschi pattugliano i boschi di Cherán. Foto: Orsetta Bellani

Il pickup si arrampica sulla strada sterrata che taglia il bosco. Il cassone si riempie rapidamente di una polvere gialla e spessa, ma il guardaboschi comunitario non sembra curarsene. Abbracciato al suo fucile AR15 guarda Cherán scomparire dietro di noi, mentre l’alba inizia a colorare il paesaggio. Il suo collega Pedro, che tutti chiamano perrito (cagnolino), porta un’uniforme blu con la bandiera purépecha cucita sulla manica e si regge al bordo del cassone del pickup, che sobbalza per le buche continue.

“Pattugliamo i boschi per impedire che la criminalità organizzata si porti via la legna, ma è da tempo che non ci prova neanche più. Vedi là, dove ci sono degli alberi più piccoli?”, dice indicando una porzione di bosco. “Lì abbiamo riforestato noi”. Ogni mattina, quando escono per pattugliare, i guardaboschi caricano sul loro pickup degli alberelli del vivaio comunitario di Cherán, dove si coltivano circa due milioni e mezzo di esemplari l’anno, e li piantano nelle zone disboscate negli scorsi anni dal crimine organizzato. Secondo una ricerca di María Luisa España ed Omar Champo, a Cherán si sono persi circa novemila ettari di bosco, “che equivalgono al 71% della superfice vegetale che esisteva nel 2006”.

Dalle montagne di Cherán i guardaboschi comunitari osservano le coltivazioni di avogado nella zona circostante il municipio autonomo. Foto: Orsetta Bellani

Circa l’80% è stato riforestato dai guardaboschi comunitari e la differenza tra il territorio di Cherán e quello dei comuni limitrofi è visibile ad occhio nudo: da una parte boschi di conifere, dall’altro lunghe file di monocoltivazioni di avocado che hanno sostituito la milpa, un sistema sinergico di coltivazione molto comune in Messico. A Cherán coltivare avocado è proibito, non solo perché ricorda il tempo in cui i criminali la facevano da padroni ma perché è una pianta che ha bisogno di molta acqua e inaridisce la terra, causando problemi di accesso all’acqua per la popolazione.

Le fonti di reddito di quelli che vengono comunemente chiamati narcos vanno quindi molto oltre il narcotraffico. Secondo il ministero dell’Agricoltura messicano, nel 2019 il Michoacán ha prodotto 1.725.000 tonnellate di avocado, circa il 76% della produzione nazionale, e il governatore Silvano Aureoles ha affermato che la metà dei 200mila ettari di coltivazioni di “oro verde” finiscono per arricchire la criminalità organizzata.
Gli Stati Uniti sono i principali importatori dell’avocado messicano, un frutto sempre più presente anche sulle tavole europee; soprattutto in Spagna, Francia e Olanda, che tra il 2015 e il 2016 ha aumentato le sue importazioni dal Messico del 284%.

Articolo pubblicato da Altreconomia nell’aprile 2021: https://altreconomia.it/il-popolo-indigeno-che-resiste-al-crimine-organizzato-in-messico/

Ramadan in Chiapas tra Corano e tortillas

Orsetta Bellani, Il Venerdì (Foto: O.B.)

L’imam Ibrahim Chechev non ha la barba ma il volto glabro degli indigeni maya tsotsiles. Porta gli occhiali da vista e un cappellino pakistano chiamato kufi. Recita il Corano in arabo, insieme a un gruppo di uomini seduti a gambe incrociate sul tappeto che copre il Centro Religioso Ahmadiyya di San Cristóbal de Las Casas, nel sud del Messico. Alcune donne portano un velo con motivi arabi, altre hanno coperto il capo con lo scialle tipico delle indigene di questa regione. Recitano il Corano con gli uomini, ma sono divisi una tenda bianca che taglia in due la stanza.

Alla fine della preghiera, un giovane stende una tovaglia sul pavimento e posa dei piatti pieni di frutta: arance, banane, papaya. Il sole è tramontato e il digiuno del primo giorno di Ramadan si può rompere, in un rituale che avverrà tutte le sere fino al 12 maggio, quando nascerà la luna nuova e il mese di purificazione terminerà.

I fedeli mangiano la frutta e, più tardi, una zuppa marocchina chiamata harira, che qui si prepara con peperoncino e si accompagna con tortillas. Mentre si cena, la lingua della preghiera viene sostituita dal maya tsotsil, inframezzato da esclamazioni arabe come “inshallah”.

Preghiera nel primo giorno di Ramadán nel Centro Religioso della comunità Ahmadiyya di San Cristóbal de Las Casas. Foto: Orsetta Bellani

L’Islam unisce circa 1 miliardo e 800 milioni di persone e, contrariamente a quanto si pensa, solo un quinto sono arabi. Quella di San Cristóbal de Las Casas, che si trova nello Stato del Chiapas, è la comunità musulmana più grande del Messico. Conta con circa 700 fedeli, in grandissima parte indigeni, ed è in crescita costante. In 10 anni è aumentata di circa 7 volte, grazie anche al “nomadismo religioso” caratteristico di questa regione, dove è comune che una persona cambi di credo varie volte durante la vita.

La famiglia dell’imam Ibrahim Chechev è stata fra le prime in città a convertirsi all’Islam, negli anni ’90. Allora Ibrahim si chiamava Anastasio Gómez Gómez ed era un adolescente stanco della violenza all’interno della sua famiglia.

“La cosa che più mi ha colpito dell’Islam è la sua attenzione verso la libertà delle donne. Infatti, quando ci siamo convertiti mio padre ha smesso di maltrattare mia madre”, assicura l’imam. “Allah dice chiaramente che davanti ai suoi occhi siamo tutti uguali e che le donne non sono inferiori agli uomini. Il modo in cui vengono trattate in certi paesi, come l’Arabia Saudita, non ha nulla a che vedere con il messaggio dell’Islam, è un’interpretazione errata del Corano”.

In varie occasioni Ibrahim Chechev ha viaggiato alla Mecca, e gli è sembrato un regalo unico che gli ha dato la vita. “È una grande emozione vedere tanti fratelli camminare intorno alla ka’ba; una moltitudine di persone di diverse classi sociali, etnie e paesi, e ti rendi conto che l’Islam è un’unica religione universale”.

Una storia andalusa

Le altre correnti dell’Islam considerano eretici gli Ahmadiyya. “Basti pensare che il loro fondatore si considerava un profeta, quando uno dei 5 pilastri dell’Islam afferma che l’ultimo profeta è Maometto”, dice l’emiro Abderrahman.

Siede con le gambe incrociate sul tappeto rosso che copre il pavimento della moschea Imam Malik di San Cristóbal de Las Casas, un edificio grande con un minareto e con volte e piastrelle in stile arabo. Si trova giusto davanti alla sede degli Ahmadiyya, nella periferia della città, in un quartiere in cui convivono chiese di varie professioni: cattoliche, evangeliche presbiteriane, avventiste. A partire dalla fine degli anni ’60, la popolazione del Chiapas si è gradualmente allontanata dalla Chiesa e oggi solo il 54% della popolazione si dichiara cattolica.

Come il cattolicesimo, l’Islam è arrivato in Chiapas dalla Spagna. Si chiamava Aureliano Pérez Yruela, o Nafia, il primo spagnolo musulmano giunto nel 1995 in queste terre boscose, dimenticate dal mondo e dal governo messicano fino all’anno prima, quando l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) insorse in armi sbattendo in faccia al mondo la discriminazione strutturale in cui vivono gli indigeni maya.

Giovane della comunità Ahmadiyya di San Cristóbal de Las Casas durante la preghiera del venerdì. Foto: Orsetta Bellani

Nafia faceva parte del Movimento Mondiale Murabitun, che rifiuta il capitalismo e sogna di ricostruire le comunità autonome dallo Stato che Maometto fondò nella città saudita di Medina. Arrivò in Chiapas con la speranza di incontrare il subcomandante Marcos per proporgli di lavorare insieme alla creazione di un “piano economico e politico di ricostruzione sociale”.

“La lotta per la liberazione dei popoli dev’essere fatta con la bandiera dell’Islam trasformatore”, scrisse nella sua lettera al leader guerrigliero. Il subcomandante Marcos non ha mai incontrato Nafia, che decise comunque di rimanere a San Cristóbal de Las Casas per fondare una comunità musulmana. Oggi è divisa in 4 gruppi e alcuni dei suoi membri si dichiarano simpatizzanti delle idee zapatiste.

L’emiro Abderrahman è spagnolo, e il suo accento andaluso fa eco tra le pareti della moschea Imam Malik. In questo momento è vuota ma, prima della pandemia, nei venerdì di preghiera ospitava una settantina di persone. L’emiro afferma che, più che una fede, l’Islam è una pratica che sviluppa la disciplina. La vita quotidiana delle persone musulmane si deve adattare all’obbligo di pregare cinque volte al giorno e al digiuno durante il Ramadan, attività che rendono l’esistenza più retta e centrata.

“Il Ramadan è un’esperienza straordinaria”, assicura. “È un digiuno che purifica l’organismo e che non pesa molto a chi lo fa, grazie alla sua componente spirituale. Digiunare per Allah non è come digiunare per altri motivi”.

Religioni glocal

Tutti i giorni Aisha Gómez Pérez va al Centro Religioso Ahmadiyya per connettersi a Internet e seguire le lezioni della Facoltà di Storia, che sono online dall’inizio della pandemia. Aisha è indigena maya tsotsil e la sua famiglia si è convertita all’Islam prima che nascesse. Da bambina ha studiato nella madrasa (scuola coranica) che il Movimento Mondiale Murabitun ha aperto a San Cristóbal de Las Casas.

Aisha Gómez Pérez. Foto: Orsetta Bellani

“Durante le preghiere i bambini bianchi, figli dei primi spagnoli arrivati, venivano messi davanti a quelli indigeni, e durante le lezioni venivano trattati meglio dalle maestre”, dice Aisha Gómez Pérez. La sua famiglia le ha raccontato che “gli spagnoli” promuovevano la poligamia maschile e obbligavano le donne a portare sempre il velo. Proibivano inoltre di parlare la lingua tsotsil, portare i vestiti tradizionali indigeni, mangiare tortillas e avere relazioni con persone non musulmane.

Nafia è ricordato da molti tsotsiles come una persona autoritaria che presentava la sua interpretazione dell’Islam come l’unica valida. La prima divisione della comunità islamica di San Cristóbal de Las Casas avvenne alla fine degli anni ’90, proprio a causa dei tentativi da parte dei membri del Movimento Mondiale Murabitun di cancellare l’identità culturale degli indigeni, che fondarono una nuova e più aperta comunità musulmana.

“L’Islam non vuole cancellare le espressioni culturali locali, ed è normale che non sia lo stesso in Cina, in Europa o in Messico. È una religione che fiorisce in modi diversi e acquisisce le peculiarità del posto, il sapore di una cultura”, afferma una donna musulmana di origine spagnola, che vive in Chiapas da quando era una ragazzina. E in Messico, la cena con cui si rompe il Ramadan sa di peperoncino, tortillas e papaya.

Articolo pubblicato da Il Venerdì di Repubblica il 7 maggio 2021.