Non c’è pace per la Colombia. E i leader sociali restano nel mirino

Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)

Quando viene alla luce un bambino, in Colombia si sotterra il suo cor- done ombelicale dove è stato par- torito. Quello di Héctor Carabalí Charrupí si trova in un villaggio sulle rive del fiume Tambo, nel Dipartimento del Cauca, e per quanto le minacce di morte che riceve dai gruppi paramilitari lo costringano a vagare da un posto all’altro, il legame con quella terra è indissolubile. Già da ragazzino, Héctor Carabalí Charrupí partecipava alle lotte della sua comunità in difesa del territorio, minacciato dalla costruzione di una diga e dall’estrazione mineraria. In età più avanzata, ha fondato il Coordinamento nazionale di organizzazioni e comunità afrodiscendenti (Conafro), che è parte del movimento Marcha Patriotica, e l’associazione di vittime del conflitto armato Renacer siglo XXI.

Non è facile essere un militante politico in Colombia, il Paese latinoamericano più pericoloso per i leader sociali: secondo le Nazioni Unite, ne sono stati uccisi più di 420 dal 2016, anno in cui il governo e la guerriglia delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc-Ep) hanno firmato degli accordi di pace per mettere fine a un conflitto che durava da una cinquantina d’anni. “Speravamo che con quella firma il conflitto sarebbe gradualmente diminuito, invece la situazione è peggiorata. Noi che facciamo parte delle comunità contadine, indigene e nere viviamo in mezzo al fuoco incrociato. Il partito Centro Democratico (fondato dell’ex presidente di estrema destra Álvaro Uribe, ndr), che da sempre è stato contrario a negoziare con le Farc, oggi è al governo e non sta rispettando gli accordi di pace firmati -dice Héctor Carabalí Charrupí-. Ad esempio, il governo non sta garantendo la sicurezza degli ex combattenti e dalla firma degli accordi di pace, nel 2016, ne sono stati uccisi più di 270. In pochi casi il governo ha rispettato la promessa di finanziare i progetti creati dagli ex guerriglieri per potersi reinserire nella vita civile con un lavoro dignitoso. Senza quello, è facile per loro pensare che l’unica opzione sia imbracciare di nuovo le armi”. Nel 2019 alcuni tra gli ex comandanti più in vista della guerriglia, che per anni erano stati seduti ai tavoli dei negoziati, hanno ripreso in mano i fucili e fondato gruppi chiamati “Dissidenze delle Farc”. Operano in zone rurali della Colombia, dove proliferano anche altri gruppi armati che si finanziano con il narcotraffico.

“Non penso si possa affermare che le Dissidenze delle Farc abbiano un’ideologia politica e, almeno finora, non rispondono a un comando centralizzato”, chiarisce Héctor Carabalí. L’ultima azione delle Dissidenze delle Farc che ha raggiunto le cronache internazionali è avvenuta a fine marzo 2021, quando hanno fatto esplodere un’autobomba davanti al municipio della cittadina di Corinto, nel Cauca, ferendo 43 persone.

La situazione in Colombia è poi esplosa il 28 aprile, a causa di una riforma fiscale che aumentava le tasse in piena crisi economica causata dalla pandemia. La goccia che ha fatto traboccare un vaso che da tempo si stava riempiendo. “La riforma fiscale è stata il detonatore di uno scontento che ha a che vedere con una serie di debiti storici che lo Stato ha con il popolo colombiano: la mancanza di sanità pubblica, di educazione e di infrastrutture, oltre al mancato rispetto degli accordi di pace con le Farc. Il governo non ha saputo sanare le fratture lasciate dal conflitto armato -spiega il militante colombiano-. Per tutto questo la gente è scesa per strada con tanta rabbia, giorno dopo giorno, malgrado la repressione della forza pubblica. Alla fine di una manifestazione, nella città di Cali, un poliziotto ha sparato in testa a un ragazzo del mio villaggio, e sono tante le storie simili. La nostra speranza è che la comunità internazionale posi gli occhi sulla Colombia e su quello che ha fatto e sta facendo il presidente Iván Duque”.

Plaza Bolívar, la piazza principale di Bogotá, durante una protesta nel 2015. Foto: Orsetta Bellani

Héctor Carabalí riconosce l’importanza della solidarietà internazionale e plaude iniziative come la sessione del Tribunale permanente dei popoli, che si è tenuta in Colombia dal 25 al 27 marzo, per giudicare lo Stato colombiano per genocidio politico, impunità e per crimini contro la pace, e la cui sentenza verrà pubblicata a giugno: “Per noi è molto importante denunciare e rendere visibile anche a livello internazionale quel- lo che succede in Colombia, pensiamo che possa aiutare a mitigare la situazione. Vogliamo tessere reti con altri Paesi per condividere esperienze e conoscenze”.


Migliaia di persone in tutto il mondo hanno espresso solidarietà al popolo colombiano, anche attraverso sit in ed eventi pubblici. La repressione della polizia -che ha sparato sui manifestanti facendo precipitare le città colombiane in scenari di guerra- e l’utilizzo di gruppi di civili armati protetti dalle forze dell’ordine è stato oggetto di condanne anche dall’Unione europea. Secondo l’Ong colombiana Istituto per lo sviluppo e la pace (Indepaz), centinaia di persone sono state ferite e 41 sono state uccise dalla polizia.
In Colombia la violenza continua anche nelle zone rurali. La firma degli accordi di pace e l’uscita delle Farc dal conflitto hanno causato un riposizionamento degli attori armati, e alcuni analisti affermano che il conflitto armato colombiano sia più frammentato rispetto a prima del 2016. “In ogni regione operano vari gruppi armati che si finanziano con il narcotraffico, malgrado l’alto numero di militari presenti. Il Cauca, il dipartimento da cui provengo, è la zona in cui vengono uccisi più leader sociali e in cui più massacri avvengono, e ci sono soldati ovunque. Evidentemente mili- tarizzare il territorio con il pretesto di combattere il narcotraffico non è la soluzione -afferma Héctor Carabalí- Il narcotraffico è stato utilizzato in molti Paesi come un pretesto per invadere il territorio e colonizzarlo. Esistono altre forze che stanno avanzando nelle zone rurali, come i mega- progetti estrattivisti delle multinazionali”. Carabalí Charrupí è d’accordo con chi afferma che in Colombia sia stata firmata una pace per il capitalismo, che quando le Farc hanno accettato di “reincorporarsi” nella vita civile e fondare un partito hanno abbandonato territori ricchi di risorse naturali, aprendo così la porta alle corporation interessate a sfruttarle.

“Noi dei movimenti sociali abbiamo appoggiato la firma degli accordi di pace, e lo abbiamo fatto più con il cuore che con la ragione. Prima dell’arrivo delle grandi multinazionali, le zone rurali ricche di risorse naturali sono state completamente militarizzate e non per proteggerle o per proteggere la popolazione. Ma per favorire gli interessi delle grandi società, aprire loro il campo in modo che si possano impadronire di minerali, acqua, biodiversità. Questo viene fatto cercando di mettere a tacere, con la repressione, le comunità che si oppongono all’entrata delle corporation. Il ruolo dei movimenti contadini è continuare a rafforzare il loro processo organizzativo per difendersi da questa invasione; se non esistessero queste regioni sarebbero già totalmente divorate dalle multinazionali”.

L’ottimismo di Héctor Carabalí sulle elezioni presidenziali che si terranno nel maggio 2022 è molto cauto, malgrado in testa ai sondaggi ci sia Gustavo Petro, ex sindaco di Bogotá ed ex membro della guerriglia M19, dopo decenni di presidenti di partiti conservatori. Sarà Gustavo Petro il primo presidente di sinistra della storia colombiana? “L’ex presidente ultraconservatore Álvaro Uribe ha governato per molto tempo e ha creato una struttura che gli ha permesso di mantenere il suo partito al potere. Se il popolo colombiano, noi dei movimenti popolari, riuscissimo a unirci intorno a un’iniziativa progressista che promuova gli interessi del popolo, potrebbe essere che il partito di Uribe non riesca a vincere. Pero non so se sarà possibile -dice Carabalí Charrupí-. Ci sono vari candidati alternativi e se non riescono a mettersi d’accordo e scegliere un candidato unico, sarà molto difficile vincere contro il partito di Uribe”.

Articolo pubblicato sulla rivista Altreconomia nel giugno 2021.

Il “Viaggio per la vita” degli zapatisti in Europa: una bomba nella depressione collettiva

Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)

Sette zapatisti sono in viaggio verso l’Europa: quattro donne, due uomini e una donna trans. Sono partiti all’inizio di maggio da Isla Mujeres, in Messico, su un veliero con equipaggio tedesco che hanno ribattezzato “La Montaña”. L’11 giugno hanno toccato terra nelle isole portoghesi Azzorre e tra qualche giorno arriveranno nel porto spagnolo di Vigo. Sono miliziane e comandanti dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln), o lavorano nei settori sanitario, educativo e di comunicazione di quest’organizzazione, che nel Sud del Messico ha costruito un sistema di governo e di vita totalmente autonomo dallo Stato. Gli zapatisti vengono dai boschi o dalla giungla del Chiapas e non hanno nessuna esperienza di navigazione, ma hanno comunque deciso di intraprendere un viaggio che, soprattutto in questo momento storico, sembra un po’ una follia. O un sogno.

“Più che navigare, ‘La Montaña’ sembra ballare sul mare. Come in un lungo e appassionato bacio, si è staccata dal porto e si è diretta verso una meta incerta, piena di sfide, scommesse, minacce e non pochi contrattempi”, scrivono i subcomandanti Galeano e Moisés. Il viaggio dell’Ezln è una “conquista al contrario”, questa volta concordata. Il veliero sta attraversando lo stesso Atlantico che, secoli fa, veniva solcato da imbarcazioni che tornavano in Spagna con le ricchezze delle Americhe. È “una montagna che naviga a controcorrente della storia”, e trasporta persone che non sono state schiacciate dall’invasione di 500 anni fa.

“E voi come fate a mangiare se non avete la milpa (sistema di coltivazione di mais, fagioli e zucca molto comune in Messico, ndr)? E come fa il vento a sapere che stiamo andando in quella direzione? E dove dorme il mare quando ha sonno?”. “La Montaña” solca l’oceano con la stessa lentezza con cui si muove la rivoluzione zapatista. “Lento, però avanzo”, si legge in un celebre mural che si trova in territorio ribelle, e raffigura una lumaca con un passamontagna.

Il resto della delegazione dei popoli indigeni messicani arriverà in Europa in aereo e conterà più di un centinaio di persone. La maggior parte saranno zapatiste, ma ci saranno anche zapatisti e membri del Congresso nazionale indigeno e del Fronte dei popoli in difesa della terra e dell’acqua. Attraverseranno più di 30 Paesi europei, dove incontreranno collettivi e organizzazioni “in basso e a sinistra”: movimenti in difesa della terra e del territorio, comitati, assemblee femministe, collettivi di migranti, antifascisti, LGBT+, internazionalisti e altri.

“La delegazione incontrerà chi ci ha invitati per parlare delle nostre e delle loro storie, di dolori, rabbie, successi e fallimenti”, spiegano i due subcomandanti della delegazione. Sarà uno scambio reciproco, per imparare gli uni dagli altri e costruire reti globali di ribellione. Ancora non esiste un programma del “Viaggio per la vita”, così è stata battezzata questa iniziativa. Quel che è sicuro è che si terrà un incontro di femminismi e dissidenze sessuali il 10 e 11 luglio nella Zad di Notre Dame des Landes, in Francia, e che a Madrid è previsto un incontro europeo di lotte per il 13 agosto, in occasione del cinquecentesimo anniversario dell’entrata del conquistador Hernán Cortés a Tenochtitlan, capitale dell’impero azteca.

“Il percorso politico dell’Ezln è molto vicino alle mie idee: un modello di vita autogestionario, al di fuori delle imposizioni dello Stato. Spero di incontrarli per conoscere il loro progetto di vita contro questo capitalismo che ci sta schiacciando”, dice Maria Vittoria Pigollo del laboratorio anarchico Perla nera di Alessandria. Con altre associazioni e collettivi piemontesi, lo spazio occupato alessandrino ha creato il Collettivo Basso Piemonte dal basso, che ha presentato all’Ezln una proposta di attività da svolgersi nel suo territorio. Lo stesso hanno fatto decine di realtà di tutta Italia e delle isole che fanno parte della libera assemblea Pensando e praticando autonomia zapatista (Lapaz), lo spazio politico che sta organizzando il tour zapatista nel nostro Paese e che, a sua volta, si articola con altre organizzazioni a livello europeo.

Tutto è iniziato nell’ottobre 2020, quando l’Ezln ha annunciato il suo viaggio e ha proposto ai collettivi europei di partecipare alla sua organizzazione. Molti si sono chiesti: sono matti? Come entreranno in Europa più di cento persone con passaporto messicano, se si permette l’ingresso solo ai cittadini comunitari? Come si potranno organizzare eventi se siamo in piena pandemia? “Per noi la proposta zapatista è stata un’ancora di salvezza. Ci ha dato una grande speranza il fatto che tanti compagni dall’altra parte del mondo sfidassero le difficoltà di questo momento storico”, dice Roberta Cucciari del Coordinamentu sardu po s’arricida de is zapatistas po su 2021. Il coordinamento Sardigna Zapatista ha proposto alla delegazione indigena alcuni eventi culturali come un concerto dei cori sociali dell’isola in sardo e in tsotsil, una delle lingue parlate dagli zapatisti-, ma anche tavoli di discussione per condividere esperienze e raccontare il passato coloniale e le lotte attuali sarde, tra cui quella contro le basi militari che occupano 24mila ettari dell’isola. “Probabilmente in Sardegna non avevamo mai avuto un momento così carico di entusiasmo, in cui associazioni, collettivi e comitati sono in dialogo costante. Ne siamo riconoscenti all‘Ezln”, afferma Roberta Cucciari.

E se uno degli scopi non dichiarati del viaggio zapatista fosse proprio promuovere l’organizzazione collettiva, paralizzata dalla pandemia? La proposta dell’Ezln è stata una bomba che ha scosso la depressione collettiva di quel periodo: organizzare un “Viaggio per la vita” proprio mentre si è circondati da tanta morte. Quando “La Montaña” arriverà al porto di Vigo, non sarà né un uomo né una donna la prima persona a sbarcare, ma Marijose, una donna trans che è stata miliziana zapatista e ha lavorato nel settore sanitario e in quello educativo dell’organizzazione. Una scelta che secondo l’Ezln rappresenta “uno schiaffo a tutta la sinistra etero patriarcale”.

Marijose ha istruzioni chiare su quello che dovrà dire una volta sbarcata in Spagna: “A nome delle donne, dei bambini, degli uomini, degli anziani e, naturalmente, degli otroas (termine che l’Ezln usa per definire le persone transgender, ndr) zapatisti, dichiaro che il nome di questa terra che i suoi nativi ora chiamano ‘Europa’, d’ora in poi si chiamerà: Slumil K’ajxemk’op, che significa ‘Terra Indomita’, o ‘Terra che non si rassegna, che non cede’. E così sarà conosciuta dalla gente del posto e dai forestieri finché qui ci sarà qualcuno che non si arrende, non si vende e non cede”.

I collettivi spagnoli stanno organizzando un evento di accoglienza alla delegazione zapatista, la cui data esatta di arrivo non è ancora chiara. E se La “Montaña” non potesse attraccare nel porto di Vigo? “Sappiamo che possono avere problemi per entrare, ma non stiamo neanche prendendo in considerazione la possibilità che non entrino”, dice Lola Sepúlveda dei collettivi Cedoz e Retiemble di Madrid.

Articolo pubblicato da Altreconomia il 15.06.2021: https://altreconomia.it/il-viaggio-per-la-vita-degli-zapatisti-in-europa-una-bomba-nella-depressione-collettiva/

Il popolo indigeno che resiste al crimine organizzato in Messico

Orsetta Bellani, Altreconomia (Foto: O.B.)

Ora che non deve più governare, Maria Dolores Santa Clara avrà più tempo per passeggiare nei boschi intorno a Cherán, nello Stato messicano del Michoacán. Fino a settembre 2018, quando ha abbandonato il posto nel Consiglio maggiore di governo, le riunioni dell’organo di governo autonomo del popolo indigeno purépecha riempivano le sue giornate, e non aveva molto tempo per godersi la sua pensione da maestra.

Maria Dolores ama camminare nel bosco il mattino presto, quando l’aria è così fresca che pizzica la pelle e il profumo dei pini calma le sue preoccupazioni. Da quando i guardaboschi comunitari hanno iniziato a pattugliarli si sente sicura, ma per un lungo periodo aveva dovuto abbandonare le sue passeggiate mattutine: a partire dal 2008, uomini legati alle organizzazioni criminali Los Caballeros Templarios e La Familia Michoacana occuparono queste montagne, sacre per gli indigeni purépecha di Cherán. Si portavano via gli alberi per vendere la legna nel mercato illegale e, allo stesso tempo, “liberavano spazio” per piantare l’avocado, frutto che genera introiti per circa 150 milioni di euro l’anno e che in questa zona viene chiamato “oro verde”. Il Michoacán è il maggior produttore ed esportatore di avocado del mondo e buona parte della sua linea di produzione e commercializzazione è in mano alle organizzazioni criminali.

Maria Dolores Santa Clara, ex membro del Consiglio maggiore di governo di Cherán. Foto: Orsetta Bellani

Negli anni in cui il crimine organizzato si era installato a Cherán, ogni giorno i suoi abitanti vedevano fino a 200 camion salire e scendere dai monti carichi di legna, e in paese erano diventati frequenti i furti, gli omicidi e le sparizioni. Il 15 aprile del 2011, stanche di veder saccheggiare il loro bosco e di vivere nella paura, un gruppo di donne di Cherán si armarono di bastoni e fermarono un camion pieno di legna, arrestando i suoi occupanti. Le campane della cappella del Calvario iniziarono a suonare e la gente uscì per strada; gli uomini si unirono alla ribellione e iniziò a prendere forma una delle esperienze di autogoverno e autodifesa indigena più solide del Messico, che questo mese festeggia il suo decimo anniversario.

“Ci siamo ribellati per difendere i nostri boschi e per avere sicurezza, in quel momento non pensavamo che avremmo costruito un governo indigeno basato sull’autodeterminazione e sui nostri usi e costumi”, spiega Pedro Chávez Sanchez, ex presidente del Consiglio maggiore di governo. Ricorda che, subito dopo la ribellione delle donne, la gente di Cherán costruì delle barricate nelle tre entrate del paese per bloccare i criminali, e che in assemblea decisero di non lasciar passare neanche i politici e la polizia, considerati collusi con la criminalità organizzata.

Nel novembre 2011, un tribunale messicano ha riconosciuto il diritto dei 18mila abitanti di Cherán a scegliere le proprie autorità secondo gli usi e costumi purépechas, decisione basata sulla Costituzione messicana e su trattati internazionali, come il 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro e la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni dell’Onu. Da allora non ci sono più state votazioni con candidati dei partiti, ma elezioni che rispettano la cultura politica ancestrale degli indigeni della regione. “Abbiamo ripreso le istituzioni che il popolo purépecha utilizzava prima dell’invasione spagnola del XVI secolo, come il Consiglio maggiore di governo”, spiega David Daniel Romero, avvocato originario di Cherán.

Le donne di Cherán si registrano per partecipare alle elezioni nel maggio 2018. La popolazione ha ripreso le istituzioni che i purépecha utilizzavano prima dell’invasione spagnola del XVI secolo, come il Consiglio maggiore di governo. Foto: Orsetta Bellani

Ogni notte, quando il sole si nasconde dietro le montagne e il freddo abbraccia la meseta purépecha, si accendono falò in ogni angolo di Cherán. Lì la gente si riunisce per bere tè o caffè, mangiare dolci e discutere con i vicini. È questo lo spazio in cui si dibattono i problemi della comunità e si fa politica. In tempo di elezioni secondo usi e costumi, i falò propongono all’assemblea che riunisce i quattro quartieri di Cherán una lista di persone che candidano a membri del nuovo Consiglio maggiore di governo, chiamati k’eri in lingua indigena. Sono abitanti della comunità, non politici di professione, e se non rispettano il loro mandato verranno destituiti dall’assemblea popolare.

“Cherán è oggi un paese sicuro ma non è tutto perfetto, facciamo degli errori”, afferma la ex k’eri Maria Dolores Santa Clara. “Però tutti abbiamo chiaro che governare non è un privilegio, ma un servizio alla comunità”. Ho incontrato Maria Dolores nella sede del Consiglio maggiore, che si riunisce nell’ex Municipio di Cherán, edificio che la popolazione insorta ha occupato nel 2011 abbellendolo con murales di Emiliano Zapata e altri eroi della rivoluzione messicana dell’inizio del XX secolo. È un palazzo in stile coloniale che si affaccia sulla bella piazza principale del paese, dove la gente passeggia e mangia tacos nei banchetti ambulanti, gli anziani seduti sulle panchine si godono il tiepido sole della meseta purépecha e i bambini giocano a pallone fino a tarda sera. È una delle conquiste di un popolo che per anni è stato costretto a rispettare il coprifuoco che le organizzazioni criminali imponevano dopo il tramonto, a pagare il pizzo e a vivere costantemente minacciato.

La situazione è cambiata quando la polizia, collusa con la criminalità organizzata, è stata cacciata e sostituita dalla “ronda comunitaria”, un corpo di sicurezza autonomo e comunitario, riconosciuto dallo Stato con la sentenza del novembre 2011. Ne fanno parte una sessantina di abitanti scelti dall’assemblea di Cherán, organo che vigila costantemente il loro lavoro e che può decidere di destituirli se non rispettano il loro giuramento. La “ronda comunitaria” presidia le tre entrate del paese, fermando ogni auto per controllare che non entrino criminali, politici o la propaganda dei loro partiti.

I guardaboschi pattugliano i boschi di Cherán. Foto: Orsetta Bellani

Il pickup si arrampica sulla strada sterrata che taglia il bosco. Il cassone si riempie rapidamente di una polvere gialla e spessa, ma il guardaboschi comunitario non sembra curarsene. Abbracciato al suo fucile AR15 guarda Cherán scomparire dietro di noi, mentre l’alba inizia a colorare il paesaggio. Il suo collega Pedro, che tutti chiamano perrito (cagnolino), porta un’uniforme blu con la bandiera purépecha cucita sulla manica e si regge al bordo del cassone del pickup, che sobbalza per le buche continue.

“Pattugliamo i boschi per impedire che la criminalità organizzata si porti via la legna, ma è da tempo che non ci prova neanche più. Vedi là, dove ci sono degli alberi più piccoli?”, dice indicando una porzione di bosco. “Lì abbiamo riforestato noi”. Ogni mattina, quando escono per pattugliare, i guardaboschi caricano sul loro pickup degli alberelli del vivaio comunitario di Cherán, dove si coltivano circa due milioni e mezzo di esemplari l’anno, e li piantano nelle zone disboscate negli scorsi anni dal crimine organizzato. Secondo una ricerca di María Luisa España ed Omar Champo, a Cherán si sono persi circa novemila ettari di bosco, “che equivalgono al 71% della superfice vegetale che esisteva nel 2006”.

Dalle montagne di Cherán i guardaboschi comunitari osservano le coltivazioni di avogado nella zona circostante il municipio autonomo. Foto: Orsetta Bellani

Circa l’80% è stato riforestato dai guardaboschi comunitari e la differenza tra il territorio di Cherán e quello dei comuni limitrofi è visibile ad occhio nudo: da una parte boschi di conifere, dall’altro lunghe file di monocoltivazioni di avocado che hanno sostituito la milpa, un sistema sinergico di coltivazione molto comune in Messico. A Cherán coltivare avocado è proibito, non solo perché ricorda il tempo in cui i criminali la facevano da padroni ma perché è una pianta che ha bisogno di molta acqua e inaridisce la terra, causando problemi di accesso all’acqua per la popolazione.

Le fonti di reddito di quelli che vengono comunemente chiamati narcos vanno quindi molto oltre il narcotraffico. Secondo il ministero dell’Agricoltura messicano, nel 2019 il Michoacán ha prodotto 1.725.000 tonnellate di avocado, circa il 76% della produzione nazionale, e il governatore Silvano Aureoles ha affermato che la metà dei 200mila ettari di coltivazioni di “oro verde” finiscono per arricchire la criminalità organizzata.
Gli Stati Uniti sono i principali importatori dell’avocado messicano, un frutto sempre più presente anche sulle tavole europee; soprattutto in Spagna, Francia e Olanda, che tra il 2015 e il 2016 ha aumentato le sue importazioni dal Messico del 284%.

Articolo pubblicato da Altreconomia nell’aprile 2021: https://altreconomia.it/il-popolo-indigeno-che-resiste-al-crimine-organizzato-in-messico/

Ramadan in Chiapas tra Corano e tortillas

Orsetta Bellani, Il Venerdì (Foto: O.B.)

L’imam Ibrahim Chechev non ha la barba ma il volto glabro degli indigeni maya tsotsiles. Porta gli occhiali da vista e un cappellino pakistano chiamato kufi. Recita il Corano in arabo, insieme a un gruppo di uomini seduti a gambe incrociate sul tappeto che copre il Centro Religioso Ahmadiyya di San Cristóbal de Las Casas, nel sud del Messico. Alcune donne portano un velo con motivi arabi, altre hanno coperto il capo con lo scialle tipico delle indigene di questa regione. Recitano il Corano con gli uomini, ma sono divisi una tenda bianca che taglia in due la stanza.

Alla fine della preghiera, un giovane stende una tovaglia sul pavimento e posa dei piatti pieni di frutta: arance, banane, papaya. Il sole è tramontato e il digiuno del primo giorno di Ramadan si può rompere, in un rituale che avverrà tutte le sere fino al 12 maggio, quando nascerà la luna nuova e il mese di purificazione terminerà.

I fedeli mangiano la frutta e, più tardi, una zuppa marocchina chiamata harira, che qui si prepara con peperoncino e si accompagna con tortillas. Mentre si cena, la lingua della preghiera viene sostituita dal maya tsotsil, inframezzato da esclamazioni arabe come “inshallah”.

Preghiera nel primo giorno di Ramadán nel Centro Religioso della comunità Ahmadiyya di San Cristóbal de Las Casas. Foto: Orsetta Bellani

L’Islam unisce circa 1 miliardo e 800 milioni di persone e, contrariamente a quanto si pensa, solo un quinto sono arabi. Quella di San Cristóbal de Las Casas, che si trova nello Stato del Chiapas, è la comunità musulmana più grande del Messico. Conta con circa 700 fedeli, in grandissima parte indigeni, ed è in crescita costante. In 10 anni è aumentata di circa 7 volte, grazie anche al “nomadismo religioso” caratteristico di questa regione, dove è comune che una persona cambi di credo varie volte durante la vita.

La famiglia dell’imam Ibrahim Chechev è stata fra le prime in città a convertirsi all’Islam, negli anni ’90. Allora Ibrahim si chiamava Anastasio Gómez Gómez ed era un adolescente stanco della violenza all’interno della sua famiglia.

“La cosa che più mi ha colpito dell’Islam è la sua attenzione verso la libertà delle donne. Infatti, quando ci siamo convertiti mio padre ha smesso di maltrattare mia madre”, assicura l’imam. “Allah dice chiaramente che davanti ai suoi occhi siamo tutti uguali e che le donne non sono inferiori agli uomini. Il modo in cui vengono trattate in certi paesi, come l’Arabia Saudita, non ha nulla a che vedere con il messaggio dell’Islam, è un’interpretazione errata del Corano”.

In varie occasioni Ibrahim Chechev ha viaggiato alla Mecca, e gli è sembrato un regalo unico che gli ha dato la vita. “È una grande emozione vedere tanti fratelli camminare intorno alla ka’ba; una moltitudine di persone di diverse classi sociali, etnie e paesi, e ti rendi conto che l’Islam è un’unica religione universale”.

Una storia andalusa

Le altre correnti dell’Islam considerano eretici gli Ahmadiyya. “Basti pensare che il loro fondatore si considerava un profeta, quando uno dei 5 pilastri dell’Islam afferma che l’ultimo profeta è Maometto”, dice l’emiro Abderrahman.

Siede con le gambe incrociate sul tappeto rosso che copre il pavimento della moschea Imam Malik di San Cristóbal de Las Casas, un edificio grande con un minareto e con volte e piastrelle in stile arabo. Si trova giusto davanti alla sede degli Ahmadiyya, nella periferia della città, in un quartiere in cui convivono chiese di varie professioni: cattoliche, evangeliche presbiteriane, avventiste. A partire dalla fine degli anni ’60, la popolazione del Chiapas si è gradualmente allontanata dalla Chiesa e oggi solo il 54% della popolazione si dichiara cattolica.

Come il cattolicesimo, l’Islam è arrivato in Chiapas dalla Spagna. Si chiamava Aureliano Pérez Yruela, o Nafia, il primo spagnolo musulmano giunto nel 1995 in queste terre boscose, dimenticate dal mondo e dal governo messicano fino all’anno prima, quando l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) insorse in armi sbattendo in faccia al mondo la discriminazione strutturale in cui vivono gli indigeni maya.

Giovane della comunità Ahmadiyya di San Cristóbal de Las Casas durante la preghiera del venerdì. Foto: Orsetta Bellani

Nafia faceva parte del Movimento Mondiale Murabitun, che rifiuta il capitalismo e sogna di ricostruire le comunità autonome dallo Stato che Maometto fondò nella città saudita di Medina. Arrivò in Chiapas con la speranza di incontrare il subcomandante Marcos per proporgli di lavorare insieme alla creazione di un “piano economico e politico di ricostruzione sociale”.

“La lotta per la liberazione dei popoli dev’essere fatta con la bandiera dell’Islam trasformatore”, scrisse nella sua lettera al leader guerrigliero. Il subcomandante Marcos non ha mai incontrato Nafia, che decise comunque di rimanere a San Cristóbal de Las Casas per fondare una comunità musulmana. Oggi è divisa in 4 gruppi e alcuni dei suoi membri si dichiarano simpatizzanti delle idee zapatiste.

L’emiro Abderrahman è spagnolo, e il suo accento andaluso fa eco tra le pareti della moschea Imam Malik. In questo momento è vuota ma, prima della pandemia, nei venerdì di preghiera ospitava una settantina di persone. L’emiro afferma che, più che una fede, l’Islam è una pratica che sviluppa la disciplina. La vita quotidiana delle persone musulmane si deve adattare all’obbligo di pregare cinque volte al giorno e al digiuno durante il Ramadan, attività che rendono l’esistenza più retta e centrata.

“Il Ramadan è un’esperienza straordinaria”, assicura. “È un digiuno che purifica l’organismo e che non pesa molto a chi lo fa, grazie alla sua componente spirituale. Digiunare per Allah non è come digiunare per altri motivi”.

Religioni glocal

Tutti i giorni Aisha Gómez Pérez va al Centro Religioso Ahmadiyya per connettersi a Internet e seguire le lezioni della Facoltà di Storia, che sono online dall’inizio della pandemia. Aisha è indigena maya tsotsil e la sua famiglia si è convertita all’Islam prima che nascesse. Da bambina ha studiato nella madrasa (scuola coranica) che il Movimento Mondiale Murabitun ha aperto a San Cristóbal de Las Casas.

Aisha Gómez Pérez. Foto: Orsetta Bellani

“Durante le preghiere i bambini bianchi, figli dei primi spagnoli arrivati, venivano messi davanti a quelli indigeni, e durante le lezioni venivano trattati meglio dalle maestre”, dice Aisha Gómez Pérez. La sua famiglia le ha raccontato che “gli spagnoli” promuovevano la poligamia maschile e obbligavano le donne a portare sempre il velo. Proibivano inoltre di parlare la lingua tsotsil, portare i vestiti tradizionali indigeni, mangiare tortillas e avere relazioni con persone non musulmane.

Nafia è ricordato da molti tsotsiles come una persona autoritaria che presentava la sua interpretazione dell’Islam come l’unica valida. La prima divisione della comunità islamica di San Cristóbal de Las Casas avvenne alla fine degli anni ’90, proprio a causa dei tentativi da parte dei membri del Movimento Mondiale Murabitun di cancellare l’identità culturale degli indigeni, che fondarono una nuova e più aperta comunità musulmana.

“L’Islam non vuole cancellare le espressioni culturali locali, ed è normale che non sia lo stesso in Cina, in Europa o in Messico. È una religione che fiorisce in modi diversi e acquisisce le peculiarità del posto, il sapore di una cultura”, afferma una donna musulmana di origine spagnola, che vive in Chiapas da quando era una ragazzina. E in Messico, la cena con cui si rompe il Ramadan sa di peperoncino, tortillas e papaya.

Articolo pubblicato da Il Venerdì di Repubblica il 7 maggio 2021.

Carovane migranti: il “muro” degli Usa in Guatemala e le prossime scelte di Biden

Orsetta Bellani, Altreconomia

Quarantotto ore bloccati in una strada che porta a Città del Guatemala. Di giorno sotto il sole cocente, di notte dormendo sull’asfalto. E poi sono arrivate le minacce, i gas lacrimogeni, i manganelli. Gli autobus del rimpatrio diretti in Honduras.

È successo a circa 6mila migranti honduregni, famiglie intere che sabato 16 gennaio 2021 sono entrate in Guatemala in “carovana”, come si definisce la strategia dei migranti, inaugurata nel 2018, che consiste nel muoversi verso gli Stati Uniti in grandi gruppi per rendere il viaggio più sicuro e fare maggiore pressione sulle autorità.

I migranti si erano messi d’accordo su Facebook per partire venerdì 15 mattina dalla città honduregna di San Pedro Sula, fino al 2015 considerata il centro più pericoloso del mondo. Fuggono da un Paese in cui circa la metà della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà, le maras –cioè le gang criminali- terrorizzano la popolazione, la pandemia ha portato alla perdita di più di mezzo milione di posti di lavoro e, lo scorso novembre, gli uragani Eta e Iota hanno causato gravi danni a circa il 70% della popolazione. 

La “carovana migrante” aveva percorso solo 230 chilometri -ne mancavano ancora 4mila alla frontiera statunitense- quando si è scontrata con una barriera di 3mila soldati e poliziotti guatemaltechi, che dopo due giorni di negoziazioni li ha caricati ed espulsi. Forse alcuni di loro proveranno nuovamente ad intraprendere il viaggio verso nord in piccoli gruppi, forse fra pochi giorni organizzeranno una nuova carovana. 

“Al governo guatemalteco in verità non importa se i migranti honduregni transitano sul suo territorio; il fatto è che non è un governo che si comanda da solo, ma viene comandato dagli Stati Uniti”, spiega Olga Sánchez Martínez, fondatrice della struttura di ricezione per migranti Albergue Jesús el Buen Pastor di Tapachula, che ho incontrato a ottobre sulla frontiera tra Guatemala e Messico.
Secondo la religiosa, gli Stati Uniti minacciano di strozzare economicamente il Guatemala, che risponde accettando la funzione di “gendarme” della politica migratoria statunitense. 

Se Joe Biden rispetterà le sue promesse, a partire dal 20 gennaio, con il suo insediamento, questa dovrebbe cambiare profondamente. “Biden ha promesso di smontare completamente la politica migratoria dell’amministrazione Trump. Alcuni cambiamenti sono relativamente facili e si faranno con una semplice firma, altri richiedono processi più lunghi”, riflette Helena Olea, direttrice di Alianza Américas, una rete di organizzazioni di migranti latinoamericani negli Stati Uniti. 

“Sono anche state annunciate iniziative legislative che ci sembrano positive, come un progetto di legge per la regolarizzazione migratoria delle undici milioni di persone che vivono negli Stati Uniti senza permesso di soggiorno, e alcuni cambiamenti delle politiche per i richiedenti asilo”. Ma non è prevista, continua Helena Olea, nessuna deroga alla chiusura totale delle frontiere stabilita all’inizio della pandemia per i richiedenti asilo, che ora vengono immediatamente espulsi dal Paese.

“Questa volta non mi sono unito alla carovana perché ho un problema in famiglia”, scrive in chat David, un ventenne honduregno a cui l’uragano Eta ha portato via la casa. L’avevo incontrato nell’ottobre scorso a Tecún Umán, città guatemalteca al confine con il Messico, durante la prima “carovana migrante” fermata dall’esercito guatemalteco. Fino a quel momento, le autorità del Paese centroamericano avevano lasciato transitare senza restrizione i cittadini honduregni, soprattutto a causa di un accordo di libera circolazione tra Honduras, Guatemala, El Salvador e Nicaragua chiamato “Centroamerica-4”, che il Guatemala ha “congelato” in nome delle misure sanitarie per prevenire la diffusione del Covid-19.

Quando nell’ottobre 2020 ho conosciuto David, il giovane si spostava con altri migranti sul confine tra Guatemala e Messico. Sapeva che quelli che erano rimasti indietro, nella coda della carovana, venivano poco a poco rimpatriati in Honduras, e che a Tecún Umán non sarebbe arrivato un numero sufficiente di migranti da poter vincere la resistenza della autorità migratorie messicane sul ponte internazionale che porta alla città di Tapachula. 

La prima volta era successo nell’ottobre 2018, quando circa 7mila centroamericani entrarono in Messico tra spintoni e gas lacrimogeni, e da lì attraversarono tutto il Paese a piedi senza che le autorità li molestassero. Quattromila chilometri che separano il clima tropicale di Tapachula da quello desertico di Tijuana, città che si trova sul confine con gli Stati Uniti. Alcuni riuscirono poi ad aggirare il muro che divide i due Paesi ed entrarono in piccoli gruppi nel Paese nordamericano, altri sono rimasti bloccati in Messico. 

A quell’epoca il muro si trovava al suo posto, sul confine statunitense. Le cose sono cambiate dal maggio 2019 quando, a causa delle minacce di Donald Trump di aumentare del 5% i dazi sulle importazioni messicane se il suo governo non avesse frenato “il flusso dei migranti irregolari”, il presidente Andrés Manuel López Obrador ha militarizzato ulteriormente la frontiera meridionale messicana e aumentato del 63% le deportazioni di migranti centroamericani, che solo nel primo anno sono arrivate a 124mila. 

Le minacce di Trump hanno fatto quindi “scendere” il muro fino alla frontiera meridionale messicana, e nel gennaio 2020 la Guardia nazionale ha caricato e arrestato i membri della “carovana migrante”. Mesi dopo, con il pretesto delle misure sanitarie di prevenzione al Covid-19, l’esternalizzazione delle frontiere statunitensi si è spinta sempre più a sud e ha raggiunto il Guatemala, dove il “muro di Trump” si è frantumato e moltiplicato in numerosi posti di blocco, in cui gli honduregni vengono fermati e deportati.

“Mi consegnerò alle autorità guatemalteche perché mi rimandino in Honduras”, mi ha detto David quando in ottobre l’ho incontrato sul confine con il Messico. “Non ho soldi e non conosco bene il Messico, che è un Paese grandissimo, senza carovana è troppo pericoloso viaggiare. Già una volta la polizia di frontiera messicana mi ha fermato e imprigionato per due mesi. Non so se ci riproverò in futuro, ora anche il Guatemala è diventato un ostacolo e non so se ha senso continuare a provarci in carovana. Forse è meglio migrare in piccoli gruppi”. A metà gennaio 2021 David assicura però che se a febbraio ci fosse una nuova “carovana migrante” non perderà l’occasione. Dice che non ha alternative alla migrazione.

Articolo pubblicato da Altreconomia il 20 gennaio 2021: https://altreconomia.it/carovane-migranti-il-muro-degli-usa-in-guatemala-e-le-prossime-scelte-di-biden/

La Coca Cola si beve il Chiapas

Orsetta Bellani, Il Venerdì di Repubblica (Foto: O.B.)

Il j’iloletic, sacerdote indigeno, osserva la fiamma che consuma le candele sul pavimento. Prega sottovoce in maya tsotsil, inginocchiato sugli aghi di pino che coprono come un tappeto la chiesa senza panche.

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Sul virus abbiamo smesso di scherzare

Orsetta Bellani, Edizioni All Around (Foto: O.B.)

Da un po’ di tempo non sentivo Luigi, un amico di Milano, quando ho ricevuto il suo messaggio vocale. Era il 28 febbraio ed ero in Messico, dove vivo. Luigi mi raccontava che negli aerei in cui fa lo steward non c’erano quasi più passeggeri e che l’ipocondria di suo marito era peggiorata, ora che era “legittimata dallo Stato”. Si lamentava della “psicosi totale per il corona virus” e della chiusura del bar dove si faceva la sua birretta serale. La settimana dopo le restrizioni si sono allentate, e Luigi e i suoi amici hanno celebrato un “aperi-virus”. Ho riso tantissimo.

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