Carovane migranti: il “muro” degli Usa in Guatemala e le prossime scelte di Biden

Orsetta Bellani, Altreconomia

Quarantotto ore bloccati in una strada che porta a Città del Guatemala. Di giorno sotto il sole cocente, di notte dormendo sull’asfalto. E poi sono arrivate le minacce, i gas lacrimogeni, i manganelli. Gli autobus del rimpatrio diretti in Honduras.

È successo a circa 6mila migranti honduregni, famiglie intere che sabato 16 gennaio 2021 sono entrate in Guatemala in “carovana”, come si definisce la strategia dei migranti, inaugurata nel 2018, che consiste nel muoversi verso gli Stati Uniti in grandi gruppi per rendere il viaggio più sicuro e fare maggiore pressione sulle autorità.

I migranti si erano messi d’accordo su Facebook per partire venerdì 15 mattina dalla città honduregna di San Pedro Sula, fino al 2015 considerata il centro più pericoloso del mondo. Fuggono da un Paese in cui circa la metà della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà, le maras –cioè le gang criminali- terrorizzano la popolazione, la pandemia ha portato alla perdita di più di mezzo milione di posti di lavoro e, lo scorso novembre, gli uragani Eta e Iota hanno causato gravi danni a circa il 70% della popolazione. 

La “carovana migrante” aveva percorso solo 230 chilometri -ne mancavano ancora 4mila alla frontiera statunitense- quando si è scontrata con una barriera di 3mila soldati e poliziotti guatemaltechi, che dopo due giorni di negoziazioni li ha caricati ed espulsi. Forse alcuni di loro proveranno nuovamente ad intraprendere il viaggio verso nord in piccoli gruppi, forse fra pochi giorni organizzeranno una nuova carovana. 

“Al governo guatemalteco in verità non importa se i migranti honduregni transitano sul suo territorio; il fatto è che non è un governo che si comanda da solo, ma viene comandato dagli Stati Uniti”, spiega Olga Sánchez Martínez, fondatrice della struttura di ricezione per migranti Albergue Jesús el Buen Pastor di Tapachula, che ho incontrato a ottobre sulla frontiera tra Guatemala e Messico.
Secondo la religiosa, gli Stati Uniti minacciano di strozzare economicamente il Guatemala, che risponde accettando la funzione di “gendarme” della politica migratoria statunitense. 

Se Joe Biden rispetterà le sue promesse, a partire dal 20 gennaio, con il suo insediamento, questa dovrebbe cambiare profondamente. “Biden ha promesso di smontare completamente la politica migratoria dell’amministrazione Trump. Alcuni cambiamenti sono relativamente facili e si faranno con una semplice firma, altri richiedono processi più lunghi”, riflette Helena Olea, direttrice di Alianza Américas, una rete di organizzazioni di migranti latinoamericani negli Stati Uniti. 

“Sono anche state annunciate iniziative legislative che ci sembrano positive, come un progetto di legge per la regolarizzazione migratoria delle undici milioni di persone che vivono negli Stati Uniti senza permesso di soggiorno, e alcuni cambiamenti delle politiche per i richiedenti asilo”. Ma non è prevista, continua Helena Olea, nessuna deroga alla chiusura totale delle frontiere stabilita all’inizio della pandemia per i richiedenti asilo, che ora vengono immediatamente espulsi dal Paese.

“Questa volta non mi sono unito alla carovana perché ho un problema in famiglia”, scrive in chat David, un ventenne honduregno a cui l’uragano Eta ha portato via la casa. L’avevo incontrato nell’ottobre scorso a Tecún Umán, città guatemalteca al confine con il Messico, durante la prima “carovana migrante” fermata dall’esercito guatemalteco. Fino a quel momento, le autorità del Paese centroamericano avevano lasciato transitare senza restrizione i cittadini honduregni, soprattutto a causa di un accordo di libera circolazione tra Honduras, Guatemala, El Salvador e Nicaragua chiamato “Centroamerica-4”, che il Guatemala ha “congelato” in nome delle misure sanitarie per prevenire la diffusione del Covid-19.

Quando nell’ottobre 2020 ho conosciuto David, il giovane si spostava con altri migranti sul confine tra Guatemala e Messico. Sapeva che quelli che erano rimasti indietro, nella coda della carovana, venivano poco a poco rimpatriati in Honduras, e che a Tecún Umán non sarebbe arrivato un numero sufficiente di migranti da poter vincere la resistenza della autorità migratorie messicane sul ponte internazionale che porta alla città di Tapachula. 

La prima volta era successo nell’ottobre 2018, quando circa 7mila centroamericani entrarono in Messico tra spintoni e gas lacrimogeni, e da lì attraversarono tutto il Paese a piedi senza che le autorità li molestassero. Quattromila chilometri che separano il clima tropicale di Tapachula da quello desertico di Tijuana, città che si trova sul confine con gli Stati Uniti. Alcuni riuscirono poi ad aggirare il muro che divide i due Paesi ed entrarono in piccoli gruppi nel Paese nordamericano, altri sono rimasti bloccati in Messico. 

A quell’epoca il muro si trovava al suo posto, sul confine statunitense. Le cose sono cambiate dal maggio 2019 quando, a causa delle minacce di Donald Trump di aumentare del 5% i dazi sulle importazioni messicane se il suo governo non avesse frenato “il flusso dei migranti irregolari”, il presidente Andrés Manuel López Obrador ha militarizzato ulteriormente la frontiera meridionale messicana e aumentato del 63% le deportazioni di migranti centroamericani, che solo nel primo anno sono arrivate a 124mila. 

Le minacce di Trump hanno fatto quindi “scendere” il muro fino alla frontiera meridionale messicana, e nel gennaio 2020 la Guardia nazionale ha caricato e arrestato i membri della “carovana migrante”. Mesi dopo, con il pretesto delle misure sanitarie di prevenzione al Covid-19, l’esternalizzazione delle frontiere statunitensi si è spinta sempre più a sud e ha raggiunto il Guatemala, dove il “muro di Trump” si è frantumato e moltiplicato in numerosi posti di blocco, in cui gli honduregni vengono fermati e deportati.

“Mi consegnerò alle autorità guatemalteche perché mi rimandino in Honduras”, mi ha detto David quando in ottobre l’ho incontrato sul confine con il Messico. “Non ho soldi e non conosco bene il Messico, che è un Paese grandissimo, senza carovana è troppo pericoloso viaggiare. Già una volta la polizia di frontiera messicana mi ha fermato e imprigionato per due mesi. Non so se ci riproverò in futuro, ora anche il Guatemala è diventato un ostacolo e non so se ha senso continuare a provarci in carovana. Forse è meglio migrare in piccoli gruppi”. A metà gennaio 2021 David assicura però che se a febbraio ci fosse una nuova “carovana migrante” non perderà l’occasione. Dice che non ha alternative alla migrazione.

Articolo pubblicato da Altreconomia il 20 gennaio 2021: https://altreconomia.it/carovane-migranti-il-muro-degli-usa-in-guatemala-e-le-prossime-scelte-di-biden/

La Coca Cola si beve il Chiapas

Orsetta Bellani, Il Venerdì di Repubblica (Foto: O.B.)

Il j’iloletic, sacerdote indigeno, osserva la fiamma che consuma le candele sul pavimento. Prega sottovoce in maya tsotsil, inginocchiato sugli aghi di pino che coprono come un tappeto la chiesa senza panche.

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Sul virus abbiamo smesso di scherzare

Orsetta Bellani, Edizioni All Around (Foto: O.B.)

Da un po’ di tempo non sentivo Luigi, un amico di Milano, quando ho ricevuto il suo messaggio vocale. Era il 28 febbraio ed ero in Messico, dove vivo. Luigi mi raccontava che negli aerei in cui fa lo steward non c’erano quasi più passeggeri e che l’ipocondria di suo marito era peggiorata, ora che era “legittimata dallo Stato”. Si lamentava della “psicosi totale per il corona virus” e della chiusura del bar dove si faceva la sua birretta serale. La settimana dopo le restrizioni si sono allentate, e Luigi e i suoi amici hanno celebrato un “aperi-virus”. Ho riso tantissimo.

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Le FARC dopo le armi

Orsetta Bellani, Arivista (Foto: O.B.)

Un bambino paffuto sorride nello schermo del cellulare di Jeison Murillo Pachón. È suo figlio. Il piccolo è nato pochi mesi fa nello Spazio Territoriale di Formazione e Reincorporazione (ETCR) “Antonio Nariño”, nel Dipartimento di Tolima (Colombia), uno dei 24 villaggi dove vive una parte degli ex guerriglieri e guerrigliere delle Fuerzas Armadas Revolucionaria de Colombia-Ejército del Pueblo (FARC-EP) dopo aver firmato gli accordi di pace con il governo colombiano e aver consegnato le armi all’ONU.

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“Sui 43 desaparecidos di Ayotzinapa ci sono 11 filoni d’inchiesta ancora inesplorati”

Orsetta Bellani, Il Fatto Quotidiano (Foto: O.B.)

“Lo Stato ha fatto sparire i nostri figli e lo Stato ci deve dare una risposta”. A dirlo sono i genitori dei 43 studenti della scuola rurale di Ayotzinapa, scomparsi 5 anni fa. Le famiglie domani terranno un corteo a Città del Messico.

La ricostruzione ufficiale è questa: nei pressi di Iguala, i giovani sono stati sequestrati, mentre viaggiavano in autobus, dalla Polizia Municipale e dall’organizzazione criminale Guerreros Unidos, che poi avrebbe bruciato i loro cadaveri nella discarica della città di Cocula.

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