Ramadan in Chiapas tra Corano e tortillas

Orsetta Bellani, Il Venerdì (Foto: O.B.)

L’imam Ibrahim Chechev non ha la barba ma il volto glabro degli indigeni maya tsotsiles. Porta gli occhiali da vista e un cappellino pakistano chiamato kufi. Recita il Corano in arabo, insieme a un gruppo di uomini seduti a gambe incrociate sul tappeto che copre il Centro Religioso Ahmadiyya di San Cristóbal de Las Casas, nel sud del Messico. Alcune donne portano un velo con motivi arabi, altre hanno coperto il capo con lo scialle tipico delle indigene di questa regione. Recitano il Corano con gli uomini, ma sono divisi una tenda bianca che taglia in due la stanza.

Alla fine della preghiera, un giovane stende una tovaglia sul pavimento e posa dei piatti pieni di frutta: arance, banane, papaya. Il sole è tramontato e il digiuno del primo giorno di Ramadan si può rompere, in un rituale che avverrà tutte le sere fino al 12 maggio, quando nascerà la luna nuova e il mese di purificazione terminerà.

I fedeli mangiano la frutta e, più tardi, una zuppa marocchina chiamata harira, che qui si prepara con peperoncino e si accompagna con tortillas. Mentre si cena, la lingua della preghiera viene sostituita dal maya tsotsil, inframezzato da esclamazioni arabe come “inshallah”.

Preghiera nel primo giorno di Ramadán nel Centro Religioso della comunità Ahmadiyya di San Cristóbal de Las Casas. Foto: Orsetta Bellani

L’Islam unisce circa 1 miliardo e 800 milioni di persone e, contrariamente a quanto si pensa, solo un quinto sono arabi. Quella di San Cristóbal de Las Casas, che si trova nello Stato del Chiapas, è la comunità musulmana più grande del Messico. Conta con circa 700 fedeli, in grandissima parte indigeni, ed è in crescita costante. In 10 anni è aumentata di circa 7 volte, grazie anche al “nomadismo religioso” caratteristico di questa regione, dove è comune che una persona cambi di credo varie volte durante la vita.

La famiglia dell’imam Ibrahim Chechev è stata fra le prime in città a convertirsi all’Islam, negli anni ’90. Allora Ibrahim si chiamava Anastasio Gómez Gómez ed era un adolescente stanco della violenza all’interno della sua famiglia.

“La cosa che più mi ha colpito dell’Islam è la sua attenzione verso la libertà delle donne. Infatti, quando ci siamo convertiti mio padre ha smesso di maltrattare mia madre”, assicura l’imam. “Allah dice chiaramente che davanti ai suoi occhi siamo tutti uguali e che le donne non sono inferiori agli uomini. Il modo in cui vengono trattate in certi paesi, come l’Arabia Saudita, non ha nulla a che vedere con il messaggio dell’Islam, è un’interpretazione errata del Corano”.

In varie occasioni Ibrahim Chechev ha viaggiato alla Mecca, e gli è sembrato un regalo unico che gli ha dato la vita. “È una grande emozione vedere tanti fratelli camminare intorno alla ka’ba; una moltitudine di persone di diverse classi sociali, etnie e paesi, e ti rendi conto che l’Islam è un’unica religione universale”.

Una storia andalusa

Le altre correnti dell’Islam considerano eretici gli Ahmadiyya. “Basti pensare che il loro fondatore si considerava un profeta, quando uno dei 5 pilastri dell’Islam afferma che l’ultimo profeta è Maometto”, dice l’emiro Abderrahman.

Siede con le gambe incrociate sul tappeto rosso che copre il pavimento della moschea Imam Malik di San Cristóbal de Las Casas, un edificio grande con un minareto e con volte e piastrelle in stile arabo. Si trova giusto davanti alla sede degli Ahmadiyya, nella periferia della città, in un quartiere in cui convivono chiese di varie professioni: cattoliche, evangeliche presbiteriane, avventiste. A partire dalla fine degli anni ’60, la popolazione del Chiapas si è gradualmente allontanata dalla Chiesa e oggi solo il 54% della popolazione si dichiara cattolica.

Come il cattolicesimo, l’Islam è arrivato in Chiapas dalla Spagna. Si chiamava Aureliano Pérez Yruela, o Nafia, il primo spagnolo musulmano giunto nel 1995 in queste terre boscose, dimenticate dal mondo e dal governo messicano fino all’anno prima, quando l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) insorse in armi sbattendo in faccia al mondo la discriminazione strutturale in cui vivono gli indigeni maya.

Giovane della comunità Ahmadiyya di San Cristóbal de Las Casas durante la preghiera del venerdì. Foto: Orsetta Bellani

Nafia faceva parte del Movimento Mondiale Murabitun, che rifiuta il capitalismo e sogna di ricostruire le comunità autonome dallo Stato che Maometto fondò nella città saudita di Medina. Arrivò in Chiapas con la speranza di incontrare il subcomandante Marcos per proporgli di lavorare insieme alla creazione di un “piano economico e politico di ricostruzione sociale”.

“La lotta per la liberazione dei popoli dev’essere fatta con la bandiera dell’Islam trasformatore”, scrisse nella sua lettera al leader guerrigliero. Il subcomandante Marcos non ha mai incontrato Nafia, che decise comunque di rimanere a San Cristóbal de Las Casas per fondare una comunità musulmana. Oggi è divisa in 4 gruppi e alcuni dei suoi membri si dichiarano simpatizzanti delle idee zapatiste.

L’emiro Abderrahman è spagnolo, e il suo accento andaluso fa eco tra le pareti della moschea Imam Malik. In questo momento è vuota ma, prima della pandemia, nei venerdì di preghiera ospitava una settantina di persone. L’emiro afferma che, più che una fede, l’Islam è una pratica che sviluppa la disciplina. La vita quotidiana delle persone musulmane si deve adattare all’obbligo di pregare cinque volte al giorno e al digiuno durante il Ramadan, attività che rendono l’esistenza più retta e centrata.

“Il Ramadan è un’esperienza straordinaria”, assicura. “È un digiuno che purifica l’organismo e che non pesa molto a chi lo fa, grazie alla sua componente spirituale. Digiunare per Allah non è come digiunare per altri motivi”.

Religioni glocal

Tutti i giorni Aisha Gómez Pérez va al Centro Religioso Ahmadiyya per connettersi a Internet e seguire le lezioni della Facoltà di Storia, che sono online dall’inizio della pandemia. Aisha è indigena maya tsotsil e la sua famiglia si è convertita all’Islam prima che nascesse. Da bambina ha studiato nella madrasa (scuola coranica) che il Movimento Mondiale Murabitun ha aperto a San Cristóbal de Las Casas.

Aisha Gómez Pérez. Foto: Orsetta Bellani

“Durante le preghiere i bambini bianchi, figli dei primi spagnoli arrivati, venivano messi davanti a quelli indigeni, e durante le lezioni venivano trattati meglio dalle maestre”, dice Aisha Gómez Pérez. La sua famiglia le ha raccontato che “gli spagnoli” promuovevano la poligamia maschile e obbligavano le donne a portare sempre il velo. Proibivano inoltre di parlare la lingua tsotsil, portare i vestiti tradizionali indigeni, mangiare tortillas e avere relazioni con persone non musulmane.

Nafia è ricordato da molti tsotsiles come una persona autoritaria che presentava la sua interpretazione dell’Islam come l’unica valida. La prima divisione della comunità islamica di San Cristóbal de Las Casas avvenne alla fine degli anni ’90, proprio a causa dei tentativi da parte dei membri del Movimento Mondiale Murabitun di cancellare l’identità culturale degli indigeni, che fondarono una nuova e più aperta comunità musulmana.

“L’Islam non vuole cancellare le espressioni culturali locali, ed è normale che non sia lo stesso in Cina, in Europa o in Messico. È una religione che fiorisce in modi diversi e acquisisce le peculiarità del posto, il sapore di una cultura”, afferma una donna musulmana di origine spagnola, che vive in Chiapas da quando era una ragazzina. E in Messico, la cena con cui si rompe il Ramadan sa di peperoncino, tortillas e papaya.

Articolo pubblicato da Il Venerdì di Repubblica il 7 maggio 2021.