Pace in bilico in Colombia: l’esercito e le nuove regole d’ingaggio

Carmenza Gómez entrò in una stanza dell’Istituto di Medicina Legale e Scienza Forense di Bogotá. Era agosto del 2008. Una donna la fece accomodare davanti al computer.

“È preparata per quello che sta per vedere?”, chiese.

“Nessuna madre è mai preparata per vedere suo figlio morto”, rispose Carmenza Gómez.

Ma le toccò farlo: su uno schermo opacato dalla polvere e dalle ditate, vide la foto del cadavere di suo figlio Victor Fernando. “Avrei voluto che la terra si aprisse e mi mangiasse”, ricorda.   

Le autorità le dissero che a una decina di centimetri dal cadavere c’era una pistola 9 mm. Le spiegarono che la Brigata 15 del Battaglione Santander gli aveva sparato nella fronte ed era morto con un solo colpo, durante uno scontro, perché suo figlio era un guerrigliero.

Ma Carmenza non aveva dubbi: Victor Fernando non si interessava di politica e non era un combattente delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC).

Zoraida Muñoz visse un’esperienza simile un paio di settimane prima. Alcuni funzionari della Procura arrivarono a casa sua e le mostrarono delle foto di suo figlio Jonny Duvián, sdraiato a pancia in su e con tre colpi di arma da fuoco nella schiena. “Mi dissero che era morto durante uno scontro con l’esercito, ma mio figlio non è mai stato un guerrigliero”, afferma la donna.

Carmenza Gómez (Foto: Orsetta Bellani)

Jonny Duvián era sparito da qualche settimana, dopo essere partito per il Dipartimento Norte de Santander con Jaime Castillo, un suo collega. Entrambi sognavano di diventare soldati e si erano fidati di un uomo chiamato Alexander Carretero Díaz, che si era presentato loro come un reclutatore dell’esercito. Aveva mentito. Quando arrivarono a un finto posto di blocco, Carretero Díaz consegnò Jonny Duvián e Jaime a un gruppo di militari che in cambio gli diedero 600 euro. Poco dopo, i corpi dei due giovani si trovavano in una fossa comune della cittadina di Ocaña.

In quel periodo i telegiornali trasmettevano una notizia allarmante: l’esercito assassinava giovani civili e li presentava all’opinione pubblica come guerriglieri morti in battaglia. I soldati lo facevano perché avevano diritto a premi ed incentivi, come vacanze o soldi extra, per ogni combattente ucciso.

“Quando le autorità mi dissero che mio fratello era stato riportato come guerrigliero morto in battaglia, mi sono ricordata di quello che avevo visto al telegiornale. Ho capito che era lì che mi trovavo”, afferma Jacqueline Castillo, sorella di Jaime Castillo. Sapeva di trovarsi dove nessuno vorrebbe stare.

Oggi Jacqueline Castillo, come Carmenza Gómez e Zoraida Muñoz, fa parte dell’associazione MAFAPO (Madri di Falsi Positivi di Soacha e Bogotá), che lotta perché nessun caso di “falso positivo” rimanga nell’impunità. “Falso positivo” è il termine con cui in Colombia vengono chiamate le esecuzioni extragiudiziali di questo tipo.

Quando nel 2007 lo scandalo divenne pubblico, il governo affermò che i “falsi positivi” erano dovuti ad alcune “mele marce” che operavano all’interno dell’esercito. Però presto le organizzazioni sociali iniziarono a denunciarli come una politica di Stato, perché i comandanti dell’esercito incalzavano i soldati ad uccidere i nemici piuttosto che arrestarli. “I morti non sono la cosa più importante, ma l’unica cosa che importa”, diceva una direttiva interna del generale Mario Montoya, allora comandante in capo dell’esercito. Nessun generale fu condannato per “falsi positivi”, ma sono state sentenziate 1300 persone tra soldati ed ufficiali.

Tra il 1998 e il 2014 in Colombia si sono registrate 2248 vittime di “falsi positivi”. Il 59% di queste esecuzioni extragiudiziarie sono avvenute tra il 2006 e il 2008, quando Álvaro Uribe Vélez era Presidente della Repubblica e il Ministro della Difesa era Juan Manuel Santos – ex presidente che nel 2016 ha vinto il Nobel per la Pace, a seguito della firma degli accordi di pace con le FARC.

Un accordo che, malgrado abbia portato alla reincorporazione alla vita civile di circa 14 mila ex combattenti, non ha messo fine al conflitto nel paese, in cui vasti territori sono ancora controllati dai Gruppi Armati Organizzati – eredi dei paramilitari delle Autodefensas Unidas de Colombia (AUC) -, dai guerriglieri dell’Ejército de Liberación Nacional (ELN) e dalle “dissidenze delle FARC”, gruppi che non hanno accettato gli accordi firmati nel 2016. Alla fine di agosto 2019, anche alcuni ex comandanti delle FARC che da tempo erano spariti nel nulla hanno annunciato di essersi sentiti “obbligati a riprendere in mano le armi”, a causa del tradimento del governo agli accordi firmati.

Jacqueline Castillo (Foto: Orsetta Bellani)

È all’interno di questa nuova geopolitica del conflitto che riappare l’ombra dei “falsi positivi”. Un’inchiesta del New York Times, basata su interviste con tre ufficiali dell’esercito colombiano, ha rivelato l’esistenza di nuovi ordini finalizzati ad intensificare gli attacchi senza che i soldati “esigano perfezione”. Proprio come durante la peggiore epoca dei “falsi positivi”, ai soldati venivano offerti in cambio vacanze ed incentivi economici.

Le direttive sono state emesse dal maggior generale Nicacio Martínez Espinel che, come altri nove generali, sarebbe coinvolto in alcuni casi di “falsi positivi” avvenuti nel decennio scorso. La situazione preoccupa i famigliari delle vittime di “falsi positivi”, malgrado uno di questi ordini sia stato ritirato dai vertici dell’esercito a seguito della pubblicazione dell’articolo.

“Le direttive del generale Nicacio Martínez hanno nuovamente acceso gli allarmi”, afferma Jacqueline Castillo di MAFAPO. “Nel momento in cui si esige all’esercito di raddoppiare i morti in battaglia, aumenta la possibilità che vengano uccisi dei civili e che vengano presentati come persone morte in battaglia”.

Secondo un’inchiesta pubblicata da Revista Semana dopo l’articolo apparso sul New York Times, nei primi mesi del 2019 sarebbero avvenuti alcuni nuovi casi di “falsi positivi”. La rivista colombiana rivela anche l’esistenza di una “caccia” all’interno dell’esercito colombiano finalizzata ad individuare e sanzionare i militari che hanno filtrato informazioni alla stampa: alcuni ufficiali sarebbero stati obbligati a passare alla prova del poligrafo e un centinaio di loro sarebbero stati trasferiti.

Intimidazioni e minacce di morte avrebbero colpito, sempre secondo l’inchiesta della rivista Semana, anche i militari che stanno testimoniando dinnanzi alla JEP (Justicia Especial para la Paz – Giustizia Speciale per la Pace), un tribunale creato dagli accordi di pace del 2016 per giudicare i crimini di guerra e favorire la riconciliazione del paese attraverso un meccanismo di giustizia che prevede pene alternative al carcere. La JEP ha aperto il caso 003 sui “falsi positivi”, a cui parteciperanno 55 militari.

Le donne di MAFAPO criticano il nuovo tribunale. “I militari arrivano alla JEP e fanno uno show mediatico, non sono sinceri quando chiedono scusa alle vittime”, afferma Carmenza Gómez. “Vogliamo sapere la verità e conoscere la catena di comando, pretendiamo che si faccia luce sulle responsabilità degli ex presidenti Álvaro Úribe e Juan Manuel Santos, e del generale Mario Montoya”.

La JEP ha un compito difficile, soprattutto a causa del panorama politico che si è aperto in Colombia dopo la firma degli accordi di pace. Nell’agosto 2018 è stato eletto come presidente Iván Duque dell’ultraconservatore Centro Democrático, partito fondato da Álvaro Uribe.

“Chi crea gli ostacoli più grandi al processo di riconciliazione del paese è un partito politico che è sempre stato contrario al processo di pace”, afferma in intervista Patricia Linares, presidentessa della JEP. Da quando è tornato al potere il Centro Democrático, che ha cercato di mettere i bastoni tra le ruote al processo di pace dall’inizio delle negoziazioni tra governo e FARC, crea intoppi al funzionamento del tribunale speciale, ad esempio approfittando della facoltà di erogare i fondi per il suo funzionamento.

Articolo pubblicato da Altreconomia nel novembre 2019.

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