Chi tocca la penna muore: escalation di giornalisti uccisi in Messico

Orsetta Bellani, Il Fatto Quotidiano

Cinque cadaveri in un appartamento della Narvarte, una zona di classe media di Città del Messico. Un fatto inconsueto in un quartiere benestante anche in un paese come il Messico, il secondo più violento al mondo dopo la Siria. Era il 31 luglio 2015.

Chi sono le vittime? Si chiedevano i primi telegiornali. Presto arrivò la risposta: nell’appartamento viveva Nadia Vera Pérez, giovane antropologa, artista e militante del movimento universitario YoSoy132. I cadaveri delle altre tre donne erano delle sue coinquiline – Mile Virginia Martin e Yesenia Atziry Quiroz Alfaro – e della donna delle pulizie, Olivia Alejandra Negrete Avilés. Il corpo della quinta vittima era di Rubén Espinosa, fotoreporter amico di Nadia Vera. Tutti furono torturati prima di essere giustiziati con un colpo alla testa. I loro parenti lo scoprirono guardando la televisione o attraverso i social networks.

Come Nadia, da poco Rubén si era trasferito a Città del Messico dallo Stato di Veracruz a causa delle minacce che riceveva. “Nel caso in cui mi succeda qualcosa responsabilizzo Javier Duarte Ochoa, governatore dello Stato di Veracruz, e il suo gabinetto”, disse Nadia Vera in un’intervista che rilasciò poco prima di essere uccisa.

Allora Veracruz era governato da Javier Duarte Ochoa del conservatore Partido Revolucionario Institucional (PRI), arrestato nel 2017 per impiego di denaro di provenienza illecita e criminalità organizzata. Durante i suoi sei anni di governo, Veracruz si è trasformato in una fossa comune – 2340 persone sono sparite – ed è diventato la regione più pericolosa per la stampa in America Latina: 17 giornalisti sono stati uccisi e 3 sono desaparecidos.

In totale, dall’inizio di quest’anno in Messico sono stati uccisi 11 giornalisti e nel 2017 è stato assassinato un reporter al mese, come in Siria e più che in Iraq ed Afghanistan.

Nell’inchiesta sul multiple femminicidio ed omicidio nell’appartamento della Narvarte le autorità non hanno mai preso in considerazione le minacce che i due giovani ricevevano, né il fatto che lui era un fotoreporter e lei una militante politica. Nel giugno 2017, la Comisión de Derechos Humanos de la Ciudad de México ha segnalato varie irregolarità avvenute nelle indagini, tra cui inquinamento di prove, incorrettezze nelle autopsie, mancanza di attenzione nei confronti dei famigliari delle vittime.

“A tre anni dai fatti non abbiamo nessuna risposta, ci sentiamo come se fossimo al primo giorno. È evidente che le autorità non hanno la capacità né l’interesse di chiarire il crimine. Chi proteggono? Di chi hanno paura? Lo Stato ha una responsabilità in questo crimine?”, ha detto in conferenza stampa Patricia Espinosa Becerril, sorella di Rubén.

Gli autori intellettuali del massacro non sono stati indagati, e solo una delle tre persone arrestate – un ex poliziotto – ha ricevuto una sentenza di 315 anni di carcere, e la condanna si trova ora in appello.

“Sapevo che Nadia Vera è mia figlia, ma non sapevo che fosse causa ed inspirazione di tanti movimenti sociali ed artistici”, ha affermato la poetessa Mirtha Luz Pérez Robledo, madre di Nadia Vera. “Non ho consegnato il corpo di mia figlia al fuoco, lei è stata seme e bisognava consegnarla alla terra. “Che soli sono i morti!”, ha scritto Bécquer. Ma io non ho voluto lasciarla sola. Starò con lei per parlarle, per cantarle, per leggerle le poesie che per lei ho scritto. Questi versi non sono lamenti né lacrime, sono fili per tessere una tela che avvolga il suo corpo e lo copra amorosamente”.

Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 31.07.2018.