Record di desaparecidos in Messico: uno ogni 90 minuti. È peggio di una dittatura

Orsetta Bellani, Il Fatto Quotidiano

Quando arrivò alla Procura di Azcapotzalco, a Città del Messico, la madre di Marco Antonio Sánchez Flores scoprì che suo figlio non era mai stato lì. Era il 23 gennaio, e una chiamata l’aveva informata del fatto che il diciasettenne era stato fermato della polizia mentre fotografava un graffito. Lo accusarono di voler rapinare un passante e, anche se la presunta vittima lo negò, un agente con il casco gli diede una testata e gli altri lo picchiarono. “Lo portiamo alla Procura di Azcapotzalco”, dissero i poliziotti all’amico che lo accompagnava.

Ma ad Azcapotzalco non c’era traccia di lui. “In Procura ci hanno detto che probabilmente era scappato con la sua fidanzatina”, afferma la madre dell’adolescente. La stessa frase che migliaia di famiglie messicane si sono sentite dire dalle autorità quando hanno denunciato la sparizione del proprio figlio.

A molti il termine desaparecido fa pensare alle dittature sudamericane degli anni ’70. A film o romanzi che raccontano di oppositori politici torturati e uccisi, e il cui cadavere veniva gettato in fondo al mare.

Ma nel “democratico” Messico contemporaneo la parola desaparecido riempie ogni giorno le pagine dei giornali. Da una parte la sparizione di un gruppo di giovani, dall’altra il ritrovamento di una fossa comune. A volte la responsabilità viene data alle organizzazioni criminali, altre volte la connivenza delle autorità è più difficile da nascondere. E ci sono situazioni in cui la responsabilità dello Stato è accertata e, in questo caso, nel diritto internazionale si parla di sparizione forzata.

Marco Antonio durante il suo arresto nella foto scattata dall’amico che si trovava con lui.

L’esempio più noto è quello dei 43 studenti di Ayotzinapa, fatti sparire nel 2014 e mai più apparsi. Il coinvolgimento delle autorità nel crimine, che ha causato anche la morte di 6 ragazzi, è stato documentato da una commissione indipendente d’inchiesta.

Ma in Messico ci sono migliaia di casi che non sono arrivati alla cronache internazionali. Leticia Hidalgo si trovava nella sua casa di Monterrey nel gennaio 2011, quando un gruppo di uomini armati entrò e si portò via Roy, suo figlio diciottenne. Alcuni di loro indossavano la casacca della polizia.

Come molte altre madri messicane, Leticia Hidalgo milita in un collettivo di familiari di desaparecidos, che non solo tengono viva l’attenzione sul problema delle sparizioni forzate, ma organizzano brigate per cercare fosse comuni, con pale e picconi alla mano.

Storie come quella di Roy sono tanto comuni in Messico che non fanno più scalpore. Secondo cifre ufficiali, in Messico più di 34 mila persone sono state denunciate come desaparecidas. Tra agosto e ottobre 2017, è stata fatta sparire una persona ogni 90 minuti.

E la cifra ufficiale sicuramente sottostima la realtà, perché molto spesso per paura le famiglie non sporgono denuncia. Un timore giustificato, visto che alcuni genitori che si sono organizzati per cercare i propri figli sono stati assassinati.

La sorte di Marco Antonio è stata differente. Forse perché la foto del giovane sdraiato a terra e picchiato dai poliziotti è circolata rapidamente nelle reti sociali, forse perché quello che succede nella capitale ha più risonanza di ciò che succede altrove, ma questa volta la risposta della popolazione alla denuncia della famiglia è stata immediata. Domenica le strade della capitale si sono riempite di gente che chiedeva: “dov’è Marco Antonio?”.

La notte stessa, il ragazzo è stato rintracciato mentre deambulava in stato confusionale a Melchor Ocampo. Presto le autorità si sono vantate di aver trovato una persona che loro stessi avevano fatto sparire, e le domande aperte sono ancora molte: com’è arrivato Marco Antonio a Melchor Ocampo, che si trova a 40 km dal posto in cui era stato arrestato? Cosa gli è successo durante quei 5 giorni?

Quel che si sa è che il ragazzo è apparso con sangue sul volto, con segni di percosse e vestiti differenti a quelli che indossava. Non riconosce i suoi genitori e a loro sembra un’altra persona: non parla ed è in stato confusionale.

Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 31.01.2018.