Il “Plan Condor” e la violenza sistemica

Lino Rossi, Arivista

La struttura del potere repressivo comune alle dittature latino-americane degli anni Settanta, obiettivato nel Plan Condor, ha costituito una particolare forma di dispositivo di aggressione, dal quale si è generata un’attività di violenza biopolitica diretta nei confronti di una parte del corpo sociale: una forma di “guerra” verso gli oppositori ai regimi, ma anche un’azione di controllo repressivo rivolto alla popolazione in generale.
Da questa indagine, sviluppata in massima parte attraverso lo studio dei documenti processuali e dall’ascolto diretto di alcune vittime, è possibile dedurre i profili vittimari peculiari, ovvero connessi in modo specifico al quadro storico-sociale e politico legati alle tipicità di sofferenza dovute all’esposizione nei confronti dei dispositivi attivati dal Plan Condor e non riscontrabili in altre forme di violenza sociale.
Le abbiamo raggruppate in tre categorie particolari:
a) una forma di violenza, che abbiamo definito “sistemica”, di carattere strutturale, collegabile alla natura stessa del Plan Condor, il cui obiettivo si configura nella realizzazione di una rete di collegamento internazionale in grado di operare su un’area vasta, impedendo al corpo sociale di riferimento (gli oppositori o i fiancheggiatori) di immaginare una “via di scampo”alla repressione;
b) il fenomeno della “sparizione”, ossia il ricorso a una forma di sterminio con occultamento dei cadaveri, tale da provocare uno stato di perenne incertezza nei familiari;
c) ciò che abbiamo considerato un “insulto alla generatività” e alla trasmissione generazionale, intendendo con questo una serie di pratiche violente rivolte nei confronti di tutto ciò che si riferisce al futuro e al cambiamento in nome della tradizione e dei suoi valori. Questo si è tradotto – nella fattispecie – in forme di aggressione specifiche alla procreazione, manifestate con una attività di tortura di carattere sessuale e stupri sistematici e nel fenomeno – esclusivo – del furto dei bambini e dell’adozione illegale.
Con l’allocuzione “violenza sistemica” s’intende il risultato di un dispositivo di controllo capillare e traumatico rivolto nei confronti di un gruppo di soggetti identificati come nemici da parte di un’entità politica, nel nostro caso le dittature del Cono Sud dell’America Latina, e da questa discriminati, perseguitati e in parte eliminati. Il carattere “sistemico” e pervasivo di questa particolare forma di violenza si collega alle ideologie dittatoriali che attribuivano alle potenze riunite attorno al Piano Condor il compito di produrre un argine di cristianità e di conservazione dei valori tradizionali, economici, politici, filosofici, oltreché religiosi, di fronte all’avanzata dei modelli politici rivoluzionari o riformisti in alcuni paesi del Sudamerica, fra cui il Cile di Salvador Allende.

La “violenza sistemica”

Il clima da terza guerra mondiale contro i movimenti della sinistra marxista e anarchico-libertaria, aveva provocato l’attivazione di un’azione repressiva nei confronti di ogni gruppo politico con idealità progressiste e non solo appartenenti all’area socialista o radicale, come i gruppi dei cattolici per il dissenso o di semplice ispirazione cristiano-sociale, come il MAPU in Cile. La meticolosità del sistema di repressione ottiene un’efficienza formidabile mediante il ricorso a più di una forza in campo: dall’esercito, alle polizie militari, alle polizie civili, ma anche attraverso squadraccie paramilitari illegali, fiancheggiatrici dell’apparato repressivo, come la Triple A, in azione in Argentina fin dal 19731. Il dispositivo agisce sulla base di una serie di strumenti talora legali o legalizzati, anche se disumani e sprezzanti di ogni forma di diritto fondamentale, come la tortura sistematica, uno dei mezzi di aggressione biopolitica maggiormente usato nei confronti delle vittime, o del tutto illegali, come il sequestro, la detenzione e l’uccisione degli oppostori politici con il metodo della sparizione.
L’aspetto caratterizzante della violenza sistemica non consiste solo nell’azione repressiva capillare e spietata, anche se qui trova il suo vertice performante, ma rivela la propria essenza nel presentarsi come una forza impersonale e onnipresente, in grado di accerchiare e soffocare tramite la sua immane consistenza la vita quotidiana dei soggetti. Essa funziona come un metodo di dissuasione fondato sulla percezione di un controllo assoluto dei comportamenti sociali, instillando nelle persone l’idea di essere inserite in una trappola per topi in grado di scattare in ogni momento.
In una simile logica, chiunque possegga un’opinione contraria è sottoposto al dispositivo e perciò vittima di una forma insidiosa e brutale di violenza: una violenza che toglie il respiro e tende a rendere impossibile ogni tentativo di liberazione.
Lo strumento attraverso il quale la violenza sistemica è stata realizzata è la struttura stessa del Plan Condor: un accordo internazionale fra i paesi del Cono Sud (Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Brasile, Perù), mediante il quale ogni dittatura si assicura la possibilità di agire liberamente in ogni distretto del continente, tramite un sistema di collegamenti e di comunicazioni segreti fra eserciti e polizie. Il cuore dell’Operazione Condor è infatti l’attività di intelligence, mediante cui il movimento dei perseguitati e dei loro familiari viene seguito e segnalato, a fini repressivi.
Il senso di questa vasta attività di collaborazione internazionale si trova nell’atto fondativo dell’accordo, in cui si avverte la necessità di creare un sistema di controllo utile ai fini di una guerra definita “psicopolitica” nei confronti della cosiddetta “sovversione”, considerando il termine in modo estensivo.
L’accento posto su un’idea di “guerra psicopolitica” mostra in modo evidente l’obiettivo del dispositivo e cioè colpire in profondità i “nemici”, attraverso la creazione di un sistema di controllo totale capace di assicurare un assoggettamento prima di tutto mentale, attraverso l’eliminazione di ogni via di scampo. Si tratta di eliminare le frontiere con l’intento di realizzare un unico territorio presidiato militarmente in grado di scoprire ogni eventuale movimento e intervenire tramite arresti, persecuzioni e violenze.
L’ipotesi iniziale è quella di limitare gli assassinii ai soli “noti terroristi”, ma ben presto è evidente che il sistema interviene anche per soggetti di scarsa importanza o addirittura soggetti estranei alla lotta clandestina, assumendo così un valore che si può definire terroristico.
Come si legge nei documenti della Cia2, questa mentalità da assedio che scivola nella paranoia ha come obiettivo l’eliminazione del pensiero dissidente e libertario. “Alcuni parlano di una ‘terza guerra mondiale’, in cui i paesi del Cono Sud sono l’ultimo bastione della civiltà cristiana”3.
Come rileva Harry W. Shlaudeman: “I problemi cominciano con la definizione di sovversione, che non è mai il più preciso dei termini. L’autore di un rapporto scrive che il termine ‘sovversione’ è cresciuto fino ad includere pressoché chiunque si opponga alle politiche governative. In paesi dove ognuno sa che i sovversivi possono finire morti o torturati, le persone istruite hanno una comprensibile preoccupazione relativamente ai confini del dissenso. La preoccupazione raddoppia quando vi è la possibilità di essere perseguiti da polizie straniere che agiscono sulla base di informazioni indirette e sconosciute.4”.
I caratteri che distinguono il sovversivo sono piuttosto labili e confusi, e ciò rende più facile la realizzazione del controllo accerchiante nei confronti di numerose vittime potenziali coi rischi di morte e di tortura che dalla loro cattura possono dipendere.Dal punto di vista psicologico occorre considerare gli esiti di questa situazione di guerra per ciò che riguarda le vittime e cioè cogliere come la violenza sistematica venga incorporata e diventa corpo nella biografia del soggetto.
Il contesto storico-sociale infatti – nella sua materialità – è in grado d’influire sulla vita delle persone, finendo con l’essere incorporato, ossia scolpito sul corpo delle vittime, coi mezzi che ogni tipologia di violenza politica utilizza come conseguenza dei propri dispositivi.

Lorena Pizarro

 

Il fenomeno della desaparición e il vissuto dei familiari

Il fenomeno della desaparicion può essere considerato come un aspetto della violenza sistemica, poiché agisce a livello collettivo contribuendo, contribuendo alla diffusione del sentimento di persecuzione e di accerchiamento voluto dalla guerra psicologica attivata dal sistema.
Si tratta inoltre di una forma di tortura, rivolta verso i familiari, i quali vivono a tempo indefinito un dolore privo di una conclusione. Si viene a creare una eterna lotta fra illusione e disillusione, in cui la speranza si mescola alla disperazione senza mai giungere a una soluzione definitiva, fosse anche quella pace triste dovuta alla consapevolezza della morte dei propri congiunti.
Questo senso di perdita senza limite tende a incistarsi nella psicologia della vittima procurando una sofferenza incolmabile, come si evince dalla testimonianza di Lorena Pizarro, perseguitata politica cilena: “Il 15 dicembre mio padre è stato sequestrato e fatto sparire. (…) Non sapevo se era vivo, se era morto, se era stato ammazzato, se era torturato. (…) È un dolore inconcluso, dove una bambina di dieci anni cresce senza sapere che cosa gli succede. E dove questa bambina si sposa con il figlio di uno scomparso, che ha una storia uguale, e da questa unione nascono due figli, che quando crescono domandano per i nonni, sfortunatamente queste stesse risposte che io non ho mai avuto e Nelson non ha avuto. Le bambine non le possono avere nemmeno.5
Dalle parole di Lorena emerge chiaramente la cifra vittimaria esemplare di chi si trova di fronte al vuoto e lo trasmette alle generazioni successive, manifestando quella forma di dolore radioattivo in grado di provocare sofferenza e penoso risentimento lungo un arco di vita che non basta a nutrire di ricordi avvelenati una sola esistenza.
Dal punto di vista vittimologico non si tratta solo di rilevare gli esiti di un trauma soggettivo, da valutare e graduare a seconda della vulnerabilità di ogni singolo individuo, ma di considerare in primo luogo l’insulto alla comunità e ai valori di civiltà di cui sono stati vittima i paesi del Cono Sud, provocando effetti orrorifici di danno all’insieme della società e al sentimento di socialità.

L’insulto alla trasmissione generazionale

Le vittime del Plan Condor e delle dittature del Cono Sud possiede una caratteristica particolare che marca e rende riconoscibile le specificità della violenza sociale di cui esse sono state oggetto: la loro giovane età; moltissimi sono ragazzi e ragazze fra i venti e venticinque anni, tanti ancora non raggiungono nemmeno i vent’anni.
Per quale ragione tanto accanimento nei confronti delle giovani generazioni?
Ogni grave atto di violenza di massa definisce una o più classi di soggetti, destinata/e a subire prima l’identificazione a fini discriminatori e infine, molto frequentemente, l’eliminazione. La storia dei genocidi del XX secolo ha mostrato in modo chiaro la relazione che sussiste fra classificazione, discriminazione ed eliminazione; nella Germania nazista le classi oggetto di interesse da parte dei dispositivi repressivi e di spossessamento legale erano di tipo “antropologico” e “medico”, in linea con l’ossessione della purezza, che individuava alcune categorie del diverso come sporco o impuro. L’ideologia eliminazionista del nazismo non contemplava le generazioni; occorreva eliminare tutti i nemici, di tutte le età.
La questione si propone invece nel genocidio cambogiano; Pol Pot e i Khmer rossi eliminano una intera generazione: quella delle persone giunte alla fase della maturità. Perché uccidere una classe d’età? Perché la generazione dei padri e delle madri?
L’ideologia del Partito Comunista di Kampuchea esprime un “sogno utopico e sanguinario”: rigenerare la nazione, corrotta e allontanata dalla sua identità profonda, attraverso una educazione sottratta alla generazione dei padri, responsabile di questo tradimento culturale. I figli diventano proprietà dello stato e chi li ha generati deve essere eliminato; così nasce una società senza padri reali. La paternità dei giovani, a cui è delegata la palingenesi della nuova Cambogia, viene assunta dal dittatore e del suo programma educativo-rieducativo.Il futuro è nelle mani dei figli, liberati dalla pressione e dalle regole della tradizione dei padri.
Nel Cono Sud avviene l’opposto. La generazione oggetto d’aggressione, e in questo senso come per la Cambogia si può parlare a ragione di intenzione genocida, è quella dei giovani; s’intende evitare il futuro mediante un’imponente massa di azioni violente dirette nei loro confronti.
I giovani dell’America Latina vivono l’esperienza dei movimenti di dissidenza politica in egual misura di quelli degli altri paesi del Nord America e dell’Europa; attraversano nelle scuole e nelle università l’esperienza del 1968. Chiedono il cambiamento, lo svecchiamento delle tradizioni dogmatiche, difese in modo autoritario e militare dall’alternarsi di dittature che si ripetono dopo brevi momenti di governo civile, sempre repressi con la forza.
Il pendolo della giovinezza propende sempre verso il futuro, oltre il dato dell’immanente, nella speranza e nella costruzione del domani, e spesso lo fa con toni e accenti polemici, con la lotta; quella più dura, per il riconoscimento.
La condizioni storiche che caratterizzano l’America Latina degli anni Settanta hanno portato a una esacerbazione del conflitto generazionale, sotto forma di uno scontro frontale. L’esito di questo scontro, drammatico, estremo, proprio in virtù del suo collocare al centro del conflitto il riconoscimento del potere, sta alla base dell’ossessione eliminazionista che i governi Condor, in particolare Cile e Argentina, hanno diretto dei confronti dei giovani.
La ferita all’autorità, la lesa maestà nei confronti del potere tradizionale determinata dalla dissidenza dei gruppi giovanili, si è configurata come un vulnus intollerabile al riconoscimento dei valori e come causa di un tentativo forte di destabilizzazione dei governi locali, che aveva provocato la nascita e il radicamento delle idee rivoluzionarie e riformiste proposte dal socialismo e dalle ideologie libertarie.
Essere giovane poteva equivalere ad essere un terrorista, un oppositore. Doveva scattare la punizione che si è abbattuta su un’intera generazione, ma non solo, anche sul valore stesso della generatività come opzione verso il futuro, apertura nei confronti dell’imponderabile, dell’incontrollabile e del pericolosamente libero. Perciò il controllo feroce e ossessivo, la cancellazione della libertà come mezzo di cambiamento, la distruzione del corpo che dona la vita.
Uno dei caratteri distintivi della violenza sociale in paesi come il Cile e l’Argentina, fra i più attivi nell’Organizzazione Condor – forse il più particolare e unico – consiste proprio nell’insulto alla generatività, ossia alla produzione della vita, come se il riprodursi delle generazioni possa rappresentare un ostacolo alla conservazione e alla stabilità dei valori tradizionali.
Questo si è tradotto in due forme distinte, benché collegate fra loro: l’aggressione alla sessualità e alla generatività e il cosiddetto “furto dei neonati”.

Margarita Maino Canales
L’aggressione alla sessualità e alla generatività

L’indagine sui metodi di tortura utilizzati nei centri clandestini di segregazione, dai quali partivano poi i mezzi destinati ai voli della morte (sintesi perfetta di due modalità specifica di vittimazione in atto nel Cono Sud: desaparicion e insulto alla generatività e alla trasmissione generazionale) mostra una vera e propria ossessione per l’ambito della sessualità.
Per quale motivo? Lo stupro sistematico e le torture sessuali mostrano intenzioni eminentemente distruttive, finalizzate a produrre tormento, sofferenza e lesioni sia fisiche che psicologiche. Non riguardano solamente le donne, ma coinvolgono anche i soggetti di sesso maschile, producendo effetti spesso letali per la capacità procreativa.
Si tratta di un vero e proprio insulto alla procreazione, ottenuto mediante l’utilizzo di scosse elettriche elettivamente orientate verso gli organi genitali.
L’insulto alla generatività può essere considerato come una lesione estrema al “corpo che può determinare la vita”, perché tutto ciò che appartiene alla genitalità riguarda una ipotesi di fecondità. Generare è un atto di amore fecondo.
Ed è proprio questo ciò che collega la generatività alla trasmissione della vita fra le generazioni. Ciò che si è realizzato nei centri illegali di detenzione consiste in una aggressione senza precedenti nei confronti del corpo generante; quello del giovane che guarda al futuro e lo crea mediante l’amore.
Impedire la generatività possiede pertanto un valore simbolico terrificante: inibire l’amore attraverso un non tanto dissimulato atto di castrazione.
I padri castrano i figli e le figlie (è un atto simbolico performativo, ma anche reale), per timore che la loro discendenza conquisti un futuro diverso da quello dello status quo, della tradizione, dei valori del passato.
Ma non si limitano a questo: si appropriano dei loro figli, del frutto del loro amore per farne dono alle famiglie dei carnefici e così impedire la trasmissione del nuovo nelle generazioni future.

Isabel Allende udienza maggio 2015

 

Il furto dei bambini e le adozioni illegali

Esiste una correlazione fra l’aggressione alla generatività e il “furto dei bambini”, con la conseguenza delle adozioni illegali. Si tratta di un profilo vittimale esclusivo a carico dei responsabili delle atrocità del Con Sud, nei paesi aderenti alla Organizzazione Condor.
La valutazione giuridica internazionale si è espressa nei termini di un’azione orientata alla conquista di un “bottino di guerra” nella “terza guerra mondiale” contro l’eversione e il terrorismo rivoluzionario e progressista. Fare propri i “figli dell’amore” dei dissidenti o di chi era ritenuto tale (e non sempre lo era) e donarli agli “eroi” del conflitto – soldati, poliziotti, amici dei regimi – rappresenta indubbiamente il riconoscimento di una attività considerata “valorosa”.
Ma questo non basta a qualificare l’essenza simbolica del “furto dei bambini”.
Il fatto deve essere inquadrato all’interno dell’intenzione repressiva rivolta nei confronti dell’innovazione e degli ideali di cambiamento, che il susseguirsi delle generazioni reca intrinsecamente con sé.
Il “dono” dei bambini ai carnefici può essere concepito come una tipologia repressiva a se stante, connessa al furto, ma indipendente, da cui si sostanzia un profilo vittimale autonomo. Si tratta infatti di un processo di negazione dell’amore creativo (quello dei giovani dissidenti che avevano concepito un figlio); una sua repressione, come mezzo estremo e orrendo di punizione per aver messo in discussione il senso dei valori tradizionali, creando un pericolo alla società dei padri attraverso la militanza politica finalizzata al suo cambiamento. Nel Cono Sud non solo Cronos si è mangiato i suoi figli, ma quelli cattivi che hanno osato procreare sono stati puniti dopo la loro morte, offrendo in dono ai carnefici il frutto della loro intima creatività. E questo costituisce un insulto alla vita e all’amore fecondo.

Questo articolo rappresenta una sintesi della relazione presentata a seguito della deposizione resa dallo scrivente come consulente tecnico delle parti civili (familiari e associazioni di desaparecidos di origine italiana) davanti alla Corte d’Assise di Roma, processo penale n. R.G.N.R 31079/05, nei confronti dei militari imputati di violenze di massa nell’ambito del Piano Condor. Udienza del 16 giugno 2016.

Note

  1. La creazione della Tripla A (alleanza anticomunista argentina) è attribuita a José Lopez Rega, eminenza grigia del governo di Isabel Martinez de Perón, presidente dell’Argentina dopo la morte del marito J. D. Perón, nel 1974. Prima dell’avvento della dittatura militare nel 1976, l’organizzazione è stata responsabile di una lunghissima serie di attentati e di azione terroristiche, che hanno provocato più di quattrocento omicidi; si ritiene anche una sua responsabilità diretta nel massacro di Ezeiza, avvenuto il 20 giugno 1973, all’arrivo di Perón dall’esilio in Europa.
  2. I documenti sono stati desecretati da parte dell’amministrazione Clinton a partire dal 1999.
  3. Harry W. Shlaudeman (sottosegretario di Stato per gli affari latino-americani), Rapporto mensile sugli affari latino-americani (ARA monthly report), per il Segretario di Stato: La “terza guerra mondiale” e il Sud America, 2 agosto 1976, in Cautelare Condor p. 765.
  4. Harry W. Shlaudeman, ibid., in Cautelare Condor, pp. 765-766.
  5. Deposizione Pizarro Sierra Lorena Soledad Gloria, udienza 14.06.2015, P.P. N. R.G.N.R. 31079/05, p. 71.

Articolo pubblicato su Arivista nell’ottobre 2016.