Messico, la carovana delle “madres” in cerca dei figli rapiti

Orsetta Bellani, Il Reportage (Foto: O.B.)

I problemi di Irma Yolanda Pérez iniziarono già prima del novembre 2010, quando suo figlio Gerber Estuardo sparì nel nulla. Nei mesi precedenti le pandillas del Guatemala si erano messe a chiedere il pizzo a suo marito, un distributore di latticini. L’uomo non trovò altra soluzione che pagare, ma quando la cifra aumentò si rifiutò di farlo, e le gang lo uccisero.

Gerber decise così di cercare fortuna negli Stati Uniti. Attraversò la frontiera tra Guatemala e Messico e si inoltrò nei circa duemila chilometri di selva, montagne e deserto che la dividono dal Texas. Mentre si trovava nello Stato di Veracruz, in Messico, scrisse a sua madre in chat. Le disse che tutto andava bene, che il viaggio verso il sogno americano sarebbe continuato il giorno seguente. Poi, il silenzio.

Pochi giorni dopo, nel programma televisivo Primer Impacto, Irma vide il pollero (il trafficante di persone) con cui Gerber era partito dal Guatemala. Secondo il notiziario, l’uomo era stato arrestato dalla polizia insieme a un gruppo di migranti che stava trasportando in furgone nello Stato di Tamaulipas (Messico), a pochi chilometri dalla frontiera con gli Stati Uniti. “Sapevo dei pericoli che i migranti corrono in quella zona”, afferma Irma, assolutamente certa che Gerber fosse in quel furgone, perché conosce la corruzione della polizia messicana, che spesso, essendo collusa, consegna le persone arrestate alle or- ganizzazioni criminali. Queste poi chiedono il riscatto ai parenti dei migranti che già si trovano negli Stati Uniti, o li obbligano a lavorare per loro. In alcuni casi, li uccidono.

Foto: Orsetta Bellani

Quattrocentomila migranti

Nello Stato del Tamaulipas sono avvenuti i peggiori crimini: nel 2010, nel paese di San Fernando, venne trovata una fossa comune con 72 persone, tutti migranti provenienti dal Centro e Sud America. Le autorità attribuiscono la responsabilità del massacro al gruppo criminale Los Zetas. Secondo alcune orga- nizzazioni non governative, ogni anno circa 400 mila migranti centroamericani – di Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua – transitano illegalmente in Messico per raggiungere gli Stati Uniti. Attraversano un territorio completamente controllato dalle organizzazioni criminali, un ostacolo forse più difficile della barriera di mille chilometri che Bill Clinton ha fatto costruire alla frontiera con il Messico. Donald Trump minaccia di terminare il progetto che il suo predecessore ha lasciato incompiuto a causa degli alti costi e delle difficoltà orografiche del territorio e vuole murare tutti i 3 mila chilometri di frontiera tra i due paesi.

Anche il governo di Barack Obama si è adoperato per contenere i flussi migratori clandestini. Nel 2014 ha appoggiato e finanziato il Plan Frontera Sur, un programma che ha portato ad un incremento degli arresti e delle deportazioni di migranti centroamericani dal Messico, attraverso la militarizzazione del territorio. “Prima del Plan Frontera Sur, i diritti dei migranti centroamericani venivano completamente disattesi; ma ora questi uomini e queste donne hanno smesso di patire tanto”, ha affermato recentemente il ministro degli Interni messicano Miguel Ángel Osorio Chong. In verità, secondo i dati ufficiali, nel 2016 i delitti contro i migranti sono aumentati rispetto agli anni passati, con un incremento nello Stato di Tabasco del 900 per cento.

Negli ultimi anni il Messico è diventato un nemico più spietato degli Stati Uniti per i migranti irregolari proveniente dal Centro e Sud America: nel 2016 più di 147mila sono stati espulsi dal paese latinoamericano, mentre circa 96mila sono stati deportati dal vicino a settentrione. Il Plan Frontera Sur ha fatto del Messico il gendarme della politica migratoria nordamericana, spostando virtualmente la frontiera meridionale degli Stati Uniti verso sud. In assenza di dati ufficiali sui delitti nei confronti dei migranti, la Red de documentación de las Organizaciones defensoras de migrantes (Redodem) afferma che in Messico i centroamericani sono vittime soprattutto di furti, estorsioni, lesioni e sequestri, commessi dalle organizzazioni criminali o dalla polizia. Nel 2014, le autorità sarebbero state responsabili di circa il 20 per cento dei crimini, l’anno successivo la percentuale è arrivata al 40 per cento. Ma c’è di più. Amnesty International assicura che il 60 per cento delle donne e delle bambine che attraversano il Messico vengono violentate. L’organizzazione non governativa Movimiento migrante mesoamericano (Mmm) stima che i migranti che risultano desaparecidos nel loro lungo viaggio verso il nord siano arrivati oltre quota 70mila.

Foto: Orsetta Bellani

Irma pensa a Gerber

Non si sa se queste persone siano state uccise dalle organizzazioni criminali, obbligate a lavorare per loro o se si trovano in buona salute, ma per qualche motivo hanno perso il contatto con la famiglia. In alcuni casi, ad esempio, le donne che sono state vittima di stupro durante il viaggio smettono di comunicare con le proprie famiglie a causa della vergogna che la violenza ha fatto crescere in loro. Ci sono persone che hanno perso contatto con i propri cari nel momento in cui sono cambiati i prefissi telefonici, o quando la famiglia ha cambiato casa.
In alcuni casi, la comunicazione con la famiglia è di per sé difficile. “Molte persone sono partite dal Centro America quando era un altro mondo: non c’era l’elettricità e non c’erano i cellulari. C’era solo un telefono pubblico all’entrata del villaggio e le strade non erano segnalate, non avevano nome e non esistevano i numeri civici, difficile mantenere i contatti”, spiega Marta Sánchez Soler, fondatrice del Mmm. Che aggiunge: “Le persone che hanno lasciato recentemente i Paesi del Centro America e sono sparite, sono quelle che temiamo siano state assassinate”.

Ma Irma non perde la speranza di trovare suo figlio Gerber. Pensa a lui ogni giorno, cerca di immaginare dove sia, cosa stia facendo in quel momento, assicura che non avrà pace fino a quando lo troverà. “Ero molto depressa perché non sapevo quale dolore stava vivendo mio figlio, che forse ha fame o freddo”, dice. Allo cominciò a seguire gli incontri del Equipo de estudios comunitarios y acción psicosocial (Ecap), un’organizzazione guatemalteca che fornisce appoggio psicologico ai familiari dei desaparecidos. All’interno di quello spazio, Irma ha imparato a parlare della sua rabbia, del suo dolore e delle sue incertezze. La donna afferma che la psicoterapia e la partecipazione alla XII Carovana di madri centroamericane di migranti spariti l’hanno aiutata molto, che ora sta un po’ meglio.

La carovana viene organizzata ogni anno dal Movimento Migrante Mesoamericano. È composta da una quarantina di madri – più alcuni padri e fratelli – di migranti centroamericani di cui non si hanno più notizie, e percorre migliaia di chilometri in territorio messicano per cercarli. Paesaggi, climi e geografie che i loro figli hanno attraversato nel tentativo di raggiungere gli Stati Uniti. Nei mesi precedenti alla partenza della carovana Rubén Figueroa, attivista del Mmm, raccoglie le denunce di sparizione dei famigliari dei migranti e viaggia per il Messico seguendo le loro tracce. Digita i loro nomi in google o li cerca nella liste dei detenuti dei penitenziari, trova indizi risalendo all’ultima chiamata che il migrante ha fatto alla famiglia o segue le sue orme a partire dall’ultimo invio di denaro che ha ricevuto dal suo Paese (normalmente i migranti portano con sé pochi soldi, perché sanno che è molto probabile essere derubati durante il viaggio). In questo modo, negli ultimi dieci anni Rubén Figueroa è riuscito a trovare 267 persone; in media, una ogni quindici giorni. Per ognuna di loro ha registrato un video con un messaggio, lo ha consegnato ai loro famigliari in Centro America, che ha poi invitato alla Carovana in modo da farli incontrare in Messico.

Foto: Orsetta Bellani

Seduta in un ristorantino di Córdoba (Messico), Aida Amalia Rodríguez Ordoñez è nervosa. Afferra la mano del marito e, sospirando, ricorda il giorno in cui è partita dal Guatemala per migrare negli Stati Uniti. Aveva tredici anni ed era il 1979, il periodo più duro della guerra civile nel suo Paese. Una volta attraversata la frontiera tra Guatemala e Messico, il pollero che la stava accompagnando la vendette. “Qui c’è la mercanzia”, disse ad un altro. Aida Amalia riuscì a fuggire dal suo carceriere e arrivò a Veracruz, dove conobbe l’uomo che scelse come marito. Con il passare del tempo, perse contatto con la sua famiglia in Guatemala, immaginò fosse morta. Adesso Aida Amalia vive in Messico, dove ha stabilità economica e una famiglia affettuosa. Dopo aver ascoltato la sua storia, sua figlia Viviana e suo nipote Samuel la abbracciano perché sanno che oggi è un giorno molto speciale per lei: incontrerà la sorella Norma e la nipote Oneyda, arrivate in Messico con la XII Carovana di Madri Centroamericane. Era stata Viviana a contattare Rubén Figueroa per chiedergli di andare in Guatemala a cercare la famiglia della madre, per farli ritrovare durante la carovana.

Le fotografie al collo

“Per caso ha visto mio figlio?”, chiede Manuela de Jesús a una donna che vive vicino ai binari del treno in un paese del Tabasco, mentre le mostra la foto di suo figlio Juan Neftalí, migrante desaparecido che potrebbe essere passato di qui. Le madri centroamericane bussano a porte di casa in casa, percorrendo i binari del treno merci chiamato La Bestia, sul cui tetto i migranti viaggiano verso il nord. “Non è facile per gli abitanti ricordare un viso, ci sono molte persone che passano di qua”, dice una donna della carovana a un’altra, mentre camminano insieme lungo le rotaie. Ma a volte, nei visi delle foto che le madri portano sempre appese al collo, gli abitanti del luogo riconoscono una persona passata da lì: qualcuno che ha chiesto loro un bicchiere d’acqua, o che è rimasto per un periodo a lavorare nella zona.

Foto: Orsetta Bellani

Durante il viaggio in Messico, le madres visitano penitenziari e strutture di ricezione dei migranti, incontrano studenti, presentano denunce alla procura per la sparizione dei propri figli e ascoltano con scetticismo le promesse dei rappresentanti delle istituzioni. Le donne si riuniscono anche con i collettivi di famigliari di desaparecidos messicani: persone che portano il loro stesso dolore, vittime della stessa “guerra al narcotraffico” che ha causato innumerevoli violenze sia contro la popolazione messicana che contro i migranti.

Catalina López, un’indigena maya che lavora come terapeuta psicosociale, prende la parola prima della partenza della carovana. Invita le madri dei giovani a perdere la vergogna e a gridare durante le manifestazioni. Dice loro che ogni volta che avranno voglia di piangere troveranno l’abbraccio delle altre, che lì tutte conoscono quel dolore. “Durante la carovana, le donne sentono che ci sono altre madri che chiedono di essere ascoltate e che denunciano, questo dà loro forza e voce per esigere che i propri diritti vengano rispettati”, spiega Catalina. In un certo senso, la carovana sembra una vera e propria scuola di formazione: molte donne, anche se non hanno trovato i propri figli, tornano nel loro paese con più animo e con una nuova motivazione, e diventano attiviste per i diritti umani.

Durante la loro marcia, le madri cantano, altre volte pregano, piangono o ridono. “Noi donne con figli desaparecidos abbiamo delle lacune nella testa. Perdiamo cose, ci mettiamo i vestiti al contrario,
ci dimentichiamo tutto”, afferma Anita Celaya del Salvador, tra le risate delle altre donne. Ridere cura l’anima.

Articolo pubblicato da Il Reportage nell’aprile 2017.