Le FARC lanciano il loro nuovo partito

Orsetta Bellani, Il Fatto Quotidiano (Foto: O.B.)

“Le FARC-EP si trasformeranno a partire da questo evento in una nuova organizzazione esclusivamente politica, che eserciterà la sua attività legalmente”, afferma dal palco Rodrigo Londoño, meglio conosciuto come comandante Timochenko. “La pace dovrà essere una realtà in Colombia, un bellissimo compito ci aspetta”.

Gli applausi scrosciano nel centro congressi di Bogotá dove si sta inaugurando il Congresso costitutivo del partito politico delle FARC, la guerriglia che per 53 anni ha combattuto il governo colombiano e che l’anno scorso ha firmato un accordo di pace, mettendo fine all’ultimo conflitto della Guerra Fredda. I più di mille delegati e delegate della (ex) guerriglia marxista, che alla fine di giugno hanno consegnato le armi e hanno abbandonato le loro uniformi per jeans e magliette, si alzano in piedi. Con la mano sul cuore, cantano l’inno del gruppo guerrigliero.

“Quante volte nella selva colombiana ci siamo riuniti per cantare quest’inno; oggi lo cantiamo qui, pubblicamente”, afferma il presentatore dell’evento Manuel Bolívar, un giovane incravattato che è difficile immaginare combattendo in montagna.

“Questo è un sogno che diventa realtà, uno si sente di far parte della storia. Continueremo ad essere un partito comunista e bolivariano”, assicura Leonardo Ilich Rojas, ex combattente che abbiamo incontrato durante l’inaugurazione del congresso, che si concluderà giovedì.

In realtà, secondo alcuni, firmando gli accordi di pace ed entrando in politica le FARC stanno accettando il sistema capitalista che hanno sempre criticato. “Avremmo potuto continuare la guerra per altri cinquant’anni, ma ci sarebbero stati nuovi morti, violenza, sofferenze e nessuna trasformazione sociale, che è la ragione della nostra esistenza. Possiamo considerare una vittoria il fatto che l’esercito non sia riuscito a sconfiggerci, ma siamo dovuti arrivare alla conclusione che neanche noi eravamo in grado di batterlo”, afferma in intervista Marco León Calarcá, comandante guerrigliero. “Di fronte allo scenario elettorale del prossimo anno la nostra proposta è una grande convergenza nazionale che abbia come obiettivo l’implementazione degli accordi di pace”.

Un timore che abbiamo percepito nei guerriglieri semplici delle FARC è che il nuovo gruppo politico diventi un nido di corruzione e clientelismo “come gli altri partiti politici”, e che non sappia farsi portatore delle loro esigenze finendo per rappresentare la “pensione dei comandanti”.

Quel che si sa finora è che con ogni probabilità il nuovo partito conserverà l’acronimo FARC e che succeda ciò che molti colombiani temono: che i comandanti condannati per crimini di lesa umanità appaiano nelle liste elettorali del partito.

Il compito più difficile delle FARC in vista delle presidenziali del 2018 sarà conquistare un elettorato che non li ama: secondo un sondaggio di Invamer, l’83% della popolazione colombiana ha un’immagine negativa della guerriglia. Il rifiuto alle FARC – motivato non solo dalla copertura dei media conservatori ma anche dalle loro stesse azioni: massacri, violenze sessuali, bambini sequestrati e obbligati a combattere nelle loro fila – è visibile anche nel risultato del plebiscito dell’ottobre 2016, che ha rifiutato il primo testo degli accordi di pace.

Ma il restyling delle FARC è già iniziato. Attivissimi nelle reti sociali, i comandanti postano frasi sulla riconciliazione, sulla lotta alla corruzione e sulla loro capacità di parlare con trasparenza a differenza di “alcuni politici”. E circolano video che mostrano il lato umano e amichevole delle FARC: guerrigliere che allattano, guerriglieri sorridenti che sognano un futuro di pace, che giocano a pallone, addobbano alberi di natale e parlano dell’importanza dell’uguaglianza tra i generi.

“Se faranno un partito comunista vecchio stile e chiuso avranno una presenza molto limitata nel paese, ma se, come ha detto Timochenko domenica, faranno un partito amplio guardando al futuro potranno trovare uno spazio per le loro proposte”, ha affermato la giornalista colombiana Marta Ruiz nella rivista Semana.

 Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano nel settembre 2017.