A un anno dall’omicidio di Berta Cáceres intervista a Gustavo Castro, testimone del delitto

Luca Martinelli, Altreconomia

“Berta aveva una straordinaria capacità di analisi della complessità, e sapeva leggere la condizione dei popoli indigeni in relazione al capitalismo, al debito estero, ai trattati di libero commercio, e al ruolo di strumenti e meccanismi multilaterali come l’Organizzazione mondiale del commercio”.
L’ambientalista messicano Gustavo Castro Soto, direttore della Ong Otros Mundos Chiapas AC, ricorda così l’amica Berta Cáceres, uccisa nella notte tra il 2 e il 3 marzo del 2016 nella sua casa de La Esperanza, in Honduras.

Quella notte venne ferito dagli assassini dell’amica, ed è l’unico testimone oculare del delitto, per il quale sono state fermate otto persone, tra cui alcuni ex militari dell’esercito hondureño e personale della ditta incaricata delle costruzione di una centrale idroelettrica, osteggiata dal COPINH, l’organizzazione indigena che Cáceres coordinava. Castro era ospite nella casa della Cáceres perché invitato a partecipare a un seminario di riflessione sulle energie rinnovabili, promosso dal COPINH nell’ambito dell’opposizione alla diga.

L’attivista messicano portava la propria esperienza. Era amico di Cáceres da almeno 15 anni, grazie alla collaborazione tra il COPINH e il CIEPAC, l’organizzazione che aveva contribuito a fondare in Chiapas. “A partire dai primi anni Duemila, insieme ad altre organizzazioni e movimenti, avevamo collaborato all’ideazione di campagne contro la militarizzazione del Centro America, per la difesa della biodiversità, contro la Banca interamericana di sviluppo, contro il Plan Puebla Panamá, contro la costruzione delle dighe e il capitalismo estrattivo”. Gustavo Castro ha lavorato in passato con i rifugiati guatemaltechi in Messico, durante la guerra civile conclusasi nel 1996, e poi ha partecipato al processo di mediazione che la Diocesi di San Cristobal de Las Casas ha posto in essere tra esercito messicano ed Esercito zapatista di liberazione nazionale, dopo la sollevazione armata indigena del 1994.

Berta Cáceres. Foto: Orsetta Bellani

E proprio a San Cristobal, promossa da Otros Mundos Chiapas, il prossimo 2 marzo è in programma una delle tante iniziative che in tutto il mondo ricorderanno Berta, per  continuare a chiedere giustizia nell’ambito di una giornata che il COPINH ha voluto dedicare alla propria fondatrice e direttrice, Nobel alternativo per l’ambiente nel 2015: “A 1 Año de su Siembra: Berta Vive, COPINH Sigue”.

Che conflitto vede, oggi, in Centro America?
GC È aumentata la criminalizzazione dei movimenti indigeni e sociali. Esistono nuovi accordi di libero scambio, e fronteggiamo un numero crescere di concessioni a mega-progetti che garantiscono a grandi multinazionali la possibilità di sfruttare risorse in territori indigeni e rurali, ma non solo.
Alcun riforme legislative nei Paesi dell’area hanno “legalizzato” l’espulsione delle popolazioni indigene dai loro territori ancestrali e criminalizzato la lotta per i diritti umani. La persecuzione nei confronti delle donne, che spesso guidano i processi di resistenza, è aumentata, e così il numero dei femminicidi, e a tutto questo si accompagna una forte ositlità nei confronti di giornalisti e di tutti coloro che diffondono informazioni utilizzando media alternativi.

Nel mese di gennaio lei ha denunciato il governo dell’Honduras, perché?
GC Questa decisione, presa in accordo con i miei legali, in Messico e in Honduras, manifesta la nostra volontà di continuare a “resistere”: con le denunce nei confronti del governo dell’Honduras, e in particolare quella di fronte alla Corte interamericana per i diritti umani (CIDH), ci poniamo l’obiettivo di tornare a chiedere giustizia e di lottare contro l’impunità. Ritengo fondamentale sfruttare ogni possibile ambito, oltre a ricordare alla CIDH l’esigenza di tutelare la mia persona e tutti i membri del COPINH che continuano a subire minacce”.

Nel marzo del 2016, dopo esser stato ferito in casa di Berta, a Castro venne infatti impedito di lasciare l’Honduras, nonostante fosse in pericolo di vita, avendo visto in faccia almeno uno degli esecutori materiali del delitto. Venne di fatto sequestrato, mentre si trovava in aeroporto, e rimase quasi un mese ospite dell’ambasciata messicana nel Paese, come prigioniero politico.

Come ha vissuto quest’ultimo anno?
GC Continuiamo a ricevere pressioni e minacce per il lavoro che realizziamo in difesa dell’ambiente. Credo però che anche l’episodio che mi ha visto protagonista abbia contributo a rafforzare Otros Mundos Chiapas. L’organizzazione ha stretto relazioni e vincoli con reti e movimenti che hanno manifestato la propria solidarietà internazionale con più forza a partire dal marzo del 2016.

A metà gennaio Gustavo Castro è stato premiato con il Visionary Justice Award dalla Ong statunitense Other World, “per lo straordinario coraggio mostrato nonostante il pericolo costante per la propria vita”. Nel 2015, meno di dodici mesi prima di essere uccisa, Berta Cáceres aveva invece vinto il Goldman Prize per l’America Latina. Per questo, la sua uccisione ha rappresentato uno shock in tutto il mondo: “L’uccisione della leader nativa Berta Cáceres, avvenuta in Honduras il 2 marzo, è stata un esempio del pericolo affrontato dalle persone che si sono coraggiosamente opposte a stati potenti e agli interessi delle aziende -ricorda Amnesty International nell’introduzione al Rapporto 2016-17 diffuso il 22 febbraio-. Questi audaci difensori dei diritti umani, nelle Americhe e altrove, vengono spesso etichettati dai governi come una minaccia per lo sviluppo economico, a causa dei loro sforzi per mettere in luce le conseguenze sulle persone e sull’ambiente dello sfruttamento delle risorse e dei progetti infrastrutturali. Il lavoro di Berta Cáceres per difendere le comunità locali e la loro terra, recentemente contro un progetto di diga, ha avuto una risonanza globale. Gli uomini armati che l’hanno uccisa nella sua casa hanno mandato un messaggio per spaventare gli altri attivisti, in particolare quelli che non ricevono lo stesso livello di attenzione internazionale”.

Articolo pubblicato da Altreconomia il 28.02.2017: https://altreconomia.it/berta-un-anno/