Il Messico estrada El Chapo poche ore prima dell’incoronazione di Trump

Orsetta Bellani, Il Fatto Quotidiano

A poche ore dall’incoronazione di Donald Trump, il narcotrafficante messicano Joaquin “El Chapo” Guzmán ha toccato il suolo statunitense. Il leader del Cartello di Sinaloa, considerato dagli Stati Uniti come “nemico n. 1”, al pari di Al Capone negli anni ‘30, è stato prelevato dal carcere federale di Ciudad Juárez (Messico) giovedì, e trasportato a New York.

Con un grande operativo di sicurezza, messo in campo per impedire uno dei suoi clamorosi atti di fuga, la Drug Enforcement Administration (DEA) ha caricato El Chapo in elicottero e lo ha portato al Metropolitan Detention Center (MDC), penitenziario di massima sicurezza che si è guadagnato il soprannome di “Abu-Ghraib di Brooklyn”.

Il capo messicano sarà processato negli Stati Uniti per gravi crimini, suppostamente commessi dal 1980 ad oggi, tra cui figurano sequestro, delinquenza organizzata, riciclaggio di denaro sporco e omicidio, reato per cui le corti statunitensi si sono impegnate a non condannarlo alla pena di morte ma all’ergastolo, nel caso in cui fosse giudicato colpevole.

È difficile non leggere come gesto politico la consegna del criminale ai nordamericani, proprio il giorno prima dell’investitura di Trump. Secondo alcuni, potrebbe essere un regalo per il neopresidente, una strizzata d’occhio fatta nella speranza che le relazioni tra i due paesi migliorino. Altri lo vedono piuttosto come un riconoscimento a Obama, un gesto con cui i messicani mostrano di volerlo consegnare a lui invece che a Trump. Ma, secondo la Procura Generale della Repubblica messicana, la coincidenza tra i due eventi è totalmente casuale.

El Chapo Guzmán iniziò la sua carriera negli anni ’80, ed è oggi leader di una delle più potenti organizzazioni criminali messicane. Secondo Forbes, è anche uno degli uomini più ricchi del mondo.

Esattamente 17 anni prima della sua estradizione negli Stati Uniti, il 19 gennaio del 2001, il capo del Cartello di Sinaloa fuggì per prima volta da un carcere di massima sicurezza. Uscì dalla sua cella nascosto nel carrello della biancheria sporca, spinto da funzionari penitenziari che, come una settantina di loro colleghi, figuravano sul libro paga dell’organizzazione criminale. Secondo alcuni, El Chapo scappò dal carcere a seguito di un accordo con l’ex presidente Vicente Fox, insediato al potere pochi giorni prima. Ricatturato e poi fuggito nuovamente nel luglio 2015 – questa volta attraverso un tunnel di 1500 metri che aveva scavato sotto la doccia, davanti agli occhi vigili delle telecamere di sicurezza – El Chapo fu catturato per la terza volta un anno fa.

“Ora in molti saranno preoccupati del fatto che El Chapo Guzmán parli; ci sono funzionari del governo, politici, militari e poliziotti che devono essere piuttosto allarmati per la sua estradizione, e che sicuramente staranno facendo pressioni su di lui”, ha dichiarato la giornalista Anabel Hernández, in un’intervista a Aristegui Noticias.

L’esperta di organizzazioni criminali messicane prevede l’inizio di un maxiprocesso contro El Chapo, e ha sottolineato come la sua estradizione rappresenti un fallimento per la giustizia messicana: con questa decisione, il governo latinoamericano sta implicitamente ammettendo la corruzione del suo sistema carcerario, incapace di tenere a bada il capo, e l’incapacità di portare avanti un processo che possa dar pace alle migliaia di famiglie messicane vittime dei suoi crimini. Solo alcuni statunitensi, forse, otterranno giustizia per i delitti commessi dal Chapo.

Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 21.01.2016.