I nemici nei forni: il lager de Los Zetas era un carcere

Orsetta Bellani, Il Fatto Quotidiano (Foto: Miguel Sierra/Epa)

Il carcere di Piedras Negras è stato utilizzato dall’organizzazione criminale Los Zetas come un campo di concentramento. L’inchiesta è della Procura Generale di Giustizia dello Stato di Coahuila, nel nord del Messico (le indagini sono iniziate nel 2014), e la settimana scorsa è arrivata una conferma dal Texas: Rodrigo Humberto Uribe Tapia, un industriale affiliato all’organizzazione criminale, ha dichiarato a un giudice che il carcere veniva utilizzato per impacchettare droga, modificare automobili, assassinare persone e fare sparire i loro corpi.

L’attività sarebbe stata frenetica tra il 2009 e il 2011, quando il Coahuila era governato da Humberto Moreira, del conservatore Partido Revolucionario Institucional (PRI), arrestato mesi fa in Spagna per presunto riciclaggio di denaro sporco e poi rilasciato in mancanza di prove. Uribe Tapia ha dichiarato anche che Los Zetas avrebbero versato 4 milioni di dollari ad alcuni funzionari dell’entourage di Moreira.

Secondo la procura di Coahuila, nel penitenziario di Piedras Negras 150 persone sarebbero state uccise e cremate nei forni costruiti da Los Zetas; molti di loro erano innocenti che erano stati confusi con affiliati ad altre organizzazioni criminali. Sotto l’occhio complice delle autorità penitenziarie, i leaders de Los Zetas potevano uscire dal carcere per bere un caffè o mangiare al ristorante, e tornare quando volevano.

Il penitenziario di Piedras Negras non è l’unico in Messico dove le organizzazioni criminali esercitano quello che si definisce “autogoverno”: comandano e obbligano i detenuti a pagare il pizzo o a lavorare per loro. Secondo la Commissione Nazionale di Diritti Umani, si trovano in questa situazione più della metà dei penitenziari del paese, e il Ministero degli Interni messicano ha ammesso che il 50% delle telefonate di estorsione provengono dalle carceri dello Stato di Tamaulipas in cui, evidentemente, i direttori decidono di non attivare un dispositivo capace di impedirle.

Fino allo scorso febbraio, Elvira aveva due figli detenuti nel carcere Topo Chico di Monterrey, a circa 4 ore da Piedras Negras. “Venivano obbligati a lavorare per la criminalità organizzata; mi dicevano che non ce la facevano più, che erano stanchi”, ci racconta la donna. “Quando è scoppiata la rivolta si sono nascosti in un tombino, da lì hanno visto uccidere e tagliare teste”.

Il giorno di cui racconta∫ Elvira, l’11 febbraio scorso, 49 persone persero la vita nel carcere di Topo Chico. Secondo la ricostruzione ufficiale, il massacro è stato causato dallo scontro di due gruppi rivali, entrambi affiliati a Los Zetas. Quando la polizia riuscì ad entrare nel penitenziario, trovò celle di lusso con eleganti pareti in pietra, vasche idromassaggio e table dance per ospitare spogliarelliste.

Nel 2014, la Commissione Nazionale di Diritti Umani visitò il carcere di Topo Chico, in cui registrò problemi nella prevenzione e nell’intervento in caso di episodi violenti, oltre che nelle condizioni materiali ed igiene delle installazioni. Allora i detenuti erano 4.585, in un carcere che può ospitare 3.635 persone.

Secondo Francisco Rivas, direttore dell’organizzazione non governativa Observatorio Nacional Ciudadano, la sovrappopolazione è uno dei principali problemi del sistema carcerario messicano. “Il 40% delle persone che si trovano in carcere sono in prigione preventiva. Oltre alle debolezze del sistema giudiziario messicano, che giudica colpevoli molti che non lo sono, queste sono persone che non sono neanche state processate”, spiega Rivas, che calcola una sovrappopolazione nelle carceri del 30% in un paese in cui, fino alla riforma del codice penale entrata in vigore a giugno, il 95% dei delitti veniva punito con il carcere.

“Le autorità carcerarie sono tolleranti con i criminali, o apertamente colluse”, conclude Rivas. “Il problema è che per i politici investire nelle carceri non ha molto senso perché è un investimento che il cittadino non vede, è denaro che non rende politicamente”.

Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 21.08.2016.