Tra sparatorie, automobili bruciate e corruzione si svolgono le elezioni amministrative in Messico

Orsetta Bellani, Il Fatto Quotidiano

Nelle elezioni messicane di domenica 5 giugno, che hanno portato più di 37 milioni di persone a scegliere 12 governatori, alcuni sindaci e deputati dei Congressi locali, tutti i problemi del paese sono venuti al pettine. Compra-vendita di voti, minacce, sparatorie e un sessismo così sfacciato da portare il partito Nueva Alianza a piazzare sul palco un gruppo di donne a torso nudo, con il suo simbolo dipinto sui seni.

Il conservatore Partido Revolucionario Institucional (PRI), il dinosauro della politica messicana, ha perso alcuni dei suoi bastioni a favore di una curiosa alleanza tra il socialdemocratico Partido de la Revolución Democrática (PRD) e il cristiano-conservatore Partido Acción Nacional (PAN).

Tra i bastioni persi si conta lo Stato di Tamaulipas, regione al confine con gli Stati Uniti che, secondo l’organizzazione non governativa Observatorio Nacional Ciudadano, registra il 693% in più di denunce di sequestri rispetto al resto del paese.

“Nel 2010 sono stato sequestrato da un gruppo di poliziotti durante una manifestazione. Uno di loro mi ha detto che il governatore e il sindaco non mi sopportavano più, e che mi avrebbero ammazzato”, racconta in intervista Guillermo Gutiérrez Riestra, avvocato di Tamaulipas che sta dedicando tutte le sue energie e risorse economiche alla ricerca di Raquel, la figlia diciannovenne sequestrata e desaparecida da un commando armato. L’avvocato racconta che nelle città del Tamaulipas la gente si chiude in casa al calar del sole, e che nelle campagne paesi interi sono stati abbandonati a causa della violenza delle organizzazioni criminali. Racconta di forze dell’ordine colluse con i narcos, che hanno la potestà di scegliere i politici, e di una situazione di ingovernabilità tale che, quando un suo amico giornalista ha chiesto all’ex governatore di proteggerlo dalle minacce del crimine organizzato, quello gli ha consigliato di andarsene.

In questo contesto si sono svolte le elezioni del 5 giugno. Sparatorie contro case dei candidati, automobili bruciate; 198 persone si sono ritirate all’ultimo momento dalla corsa elettorale, spesso adducendo “motivi personali”.

“Più dell’80% del denaro che usano i candidati messicani proviene da fondi illeciti”, ha affermato Edgar Buscaglia, ricercatore della Columbia University. E una parte di questi fondi, secondo le denunce piovute da più parti, sarebbero stati utilizzati per comprare voti.

A pochi giorni dalle elezioni, nelle reti sociali giravano foto di valigie piene di denaro che Héctor Yunes Landa, candidato a governatore dello Stato di Veracruz del PRI, avrebbe utilizzato a tal scopo. Yunes Landa, che ha un curriculum che contempla molteplici violazioni ai diritti umani, negò l’accusa e promise che, in caso di vittoria, avrebbe messo in carcere l’ex governatore Javier Duarte, durante il cui mandato sono stati uccisi 18 giornalisti.

Recentemente un’inchiesta di un portale locale ha svelato che Duarte avrebbe girato più di 30 milioni di dollari dell’erario pubblico a imprese “fantasma” incaricate di fornire beni –mai consegnati- a persone povere o vittime di disastri naturali. Duarte avrebbe anche fatto affari con il cartello Jalisco Nueva Generación, secondo quanto raccontato da un sicario a Vice News, venendo meno all’accordo stipulato dal precedente governatore Fidel Herrera con Los Zetas. E Fidel Herrera, che ha assicurato di avere, nella sua vita, “rispettato la legge e le moralità”, ad ottobre era stato promosso console messicano a Barcellona.

Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 16.06.2015.