“Il governo nasconde la verità sui 43 desaparecidos”

Orsetta Bellani, Il Fatto Quotidiano (Foto: O.B.)

Lascia il Messico il Gruppo Interdisciplinario di Esperti Indipendenti (GIEI), che per più di un anno ha investigato il caso Ayotzinapa. IL GIEI, nominato dalla Commissione Interamericana di Diritti Umani (CIDH) per realizzare un’inchiesta parallela ed indipendente rispetto a quella della Procura, se ne va senza congedarsi dal presidente Enrique Peña Nieto, che accusa di avergli messo il bastone tra le ruote in vari modi. “Il governo non vuole che risolviamo il caso”, hanno affermato.

Domenica il GIEI ha presentato le sue conclusioni finali, che insinuano molti dubbi e domande, smontando pezzo per pezzo la versione ufficiale. Secondo la ricostruzione della Procura, integranti dell’organizzazione criminale Guerreros Unidos avrebbero cremato i giovani nella discarica del paese di Cocula e gettato i loro resti nel fiume San Juan. Quasi per magia, presto arrivò la conferma: in una borsa rinvenuta nel fiume fu identificato il DNA di Alexander Mora Venancio, l’unico studente di Ayotzinapa di cui si hanno notizie.

Ma gli esperti hanno smontato tutta l’impalcatura su cui si basa questa teoria. Secondo le loro indagini, è scientificamente impossibile che nella discarica di Cocula siano stati bruciati i corpi, e non ci sono prove che la borsa con i resti di Alexander si trovasse nel fiume San Juan. E aggiungono un dato interessante: il giorno prima della chiamata che avvisava della presenza della borsa, Tomás Zerón, direttore della governativa Agenzia di Investigazione Criminale, si trovava proprio nel luogo del ritrovamento. L’accusa non è stata esplicita, ma a tutti è nato il solito sospetto: Tomás Zerón ha lanciato nel fiume la borsa con i resti di Alexander, in modo da far “tornare” la versione della Procura?

I sospetti di manipolazione delle prove si rafforzano se si prendono in considerazione gli altri elementi che emergono dall’inchiesta del GIEI. La Polizia Federale avrebbe partecipato nel crimine, in accordo con il crimine organizzato, e l’esercito non è intervenuto malgrado fosse a conoscenza dell’attacco. Inoltre, 5 fra gli imputati chiave del caso sarebbero stati torturati dalla polizia a seguito dell’arresto, e avrebbero poi sottoscritto la veridicità della versione ufficiale.

E si sono registrati movimenti nei cellulari di alcuni studenti all’ora in cui, secondo la Procura, dovrebbero essere già stati morti e cremati; a tarda notte Jorge Aníbal Cruz Mendoza scrisse un sms a sua madre chiedendole di fargli una ricarica.

Il presidente Enrique Peña Nieto ha deciso di non rinnovare il mandato del GIEI, malgrado gli esperti non abbiano portato a termine il loro compito principale: scoprire dove si trovano i 43 studenti desaparecidos. Ora tocca alla Procura raccogliere le raccomandazioni del GIEI e portare avanti le indagini. Finora gli esperti sono stati ignorati dalle autorità messicane, che non hanno nemmeno considerato una pista che potrebbe svelare il movente dell’attacco: gli studenti sequestrati viaggiavano, senza saperlo, in un autobus che veniva utilizzato per trafficare droga dal Messico a Chicago.

Articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 27.04.2016.