La vera storia di Pablo Escobar

Orsetta Bellani, Wired

Don Federico spazza il bordo della tomba di marmo nero di Pablo Escobar. Racconta che un giorno, tempo fa, stava vendendo gelati nel cimitero Monte Sacro di Medellín (Colombia), quando si avvicinò Alba Marina Escobar, sorella del boss le cui vicende sono raccontate nella serie tv Narcos su Netflix. Gli offrì di occuparsi della tomba del leader del Cartello di Medellín, e promise una buona paga. Don Federico accettò con entusiasmo.

Pablo Emilio Escobar Gaviria. 1 dicembre 1949 – 2 dicembre 1993”, dice la lapide. Di fianco a lui sono sepolti il figlio, morto a 19 anni, la madre, il padre, uno zio e la governante che ha cresciuto i figli. È una tomba sobria in confronto alla vita eccentrica del Patrón, come tutti lo chiamavano.

Don Pablo era un brav’uomo, ha aiutato molte persone”, assicura don Federico. A Medellín molti parlano della bontà del boss, che in realtà ha causato la morte di circa 10mila persone e durante il suo regno ha trasformato Medellín nella città più pericolosa del mondo.

Cresciuto in una famiglia di umili origini, nel 1989 Escobar fu nominato dalla rivista Forbes7° uomo più ricco del mondo”, grazie a una fortuna che superava i 25 miliardi di dollari. In 17 anni costruì l’impero della droga più grande della storia, arrivando a esportare negli Stati Uniti 15 tonnellate di cocaina al giorno, utilizzando aerei e due sottomarini che si controllavano con un telecomando.

Pablo Escobar veniva chiamato il “Robin Hood paisa, termine con cui si definiscono gli abitanti di Medellín. Regalava soldi alle persone povere, costruiva scuole, ospedali, parchi e stadi. Arrivò a edificare un intero quartiere dove vivono 16mila persone. “Benvenuti al quartiere Pablo Escobar. Qui si respira pace!”, recita il mural all’entrata.

La generosità del boss non era gratuita. Si convertiva in fama e voti per l’elezione al Congresso della Repubblica, e chi si opponeva ai suoi piani veniva eliminato. Come il direttore del quotidiano El Espectador, Guillermo Cano, ucciso dai sicari di Escobar nel 1986, dopo aver pubblicato una ricerca sulle sue attività illecite. O l’allora ministro della Giustizia, Rodrigo Lara Bonilla, che si azzardò a denunciarlo di fronte alla plenaria del Congresso.


(foto: Getty Images)

El Patrón viveva con la sua famiglia nella Hacienda Nápoles (tenuta Napoli), un terreno di migliaia di ettari dove pascolavano animali selvaggi che aveva fatto portare dall’Africa. Lì riceveva politici, imprenditori e giornalisti.

Il carcere in cui si trasferì volontariamente nel 1991, a cambio della promessa del presidente César Gaviria Trujillo di non estradarlo, non era da meno. Lo ha raccontato Diego Armando Maradona, che ricevette l’invito a giocare una partita amichevole in quel carcere “da una persona colombiana molto importante”, a cambio di una quantità enorme di soldi. “Quando sono entrato sembrava un hotel di lusso di Dubai, lì me l’hanno presentato. Mi dissero: Diego, questo è El Patrón”, ha raccontato il calciatore. “Visto che non seguo le notizie e non guardo la televisione, non sapevo chi fosse”.

Pablo Escobar Gaviria è morto 22 anni fa, il 2 dicembre 1993. Secondo la sua famiglia, si è suicidato sparandosi alla testa quando la polizia lo circondò e si rese conto di non poter scappare.

Negli anni ‘90, Medellín raggiunse un media di trecentonovanta omicidi per 100mila abitanti e buon parte della responsabilità è del narcotraffico. È stata un’opzione di vita per molte persone, si è alimentato della crisi generata dalla caduta della produzione industriale”, spiega Jorge Mejía, delegato alla Pace e alla Riconciliazione del Comune di Medellín, e ricorda che oggi gli omicidi sono scesi a poco più di sedici ogni 100mila abitanti. “Questa riduzione della criminalità si deve al fatto che buona parte della popolazione si è ribellata contro l’illegalità, Pablo Escobar non è ricordato con piacere dalla maggior parte della persone. Inoltre lo Stato ha iniziato a essere presente sul territorio e sono stati fatti degli investimenti sociali a beneficio dei settori più deboli”.


(foto: Getty Images)

Nel 2013 Medellín venne dichiarata “città più innovatrice del mondo” dal Wall Street Journal e da City Group, a causa del decremento nel numero di omicidi e dei numerosi investimenti infrastrutturali: la costruzione dell’unica metropolitana del Paese, di scale mobili e funicolari che permettono di raggiungere i quartieri più periferici e umili, e di una biblioteca e un centro culturale in zone marginali.

Ma nella città la violenza non è finita. Dalle ceneri del Cartello di Medellín nacque la Oficina del Envigado, e dai resti dei narcoparamilitari delle Autodefensas Unidas de Colombia (Auc) si crearono Los Urabeños. Seconda la organizzazione non governativa Corporación para la Paz y el Desarrollo Social (Corpades), questi gruppi attualmente controllano il 70% della città.

Lo stesso giorno in cui Medellín venne proclamata ‘città dell’innovazione‘, i fucili risuonavano nelle periferie”, ricorda Luis Fernando Quijáno, direttore di Corpades. “Non si può parlare di una città in pace se continuano a esserci sfollati e desaparecidos, se continua a esistere il pizzo. È innovatrice una città in cui ci sono fosse comuni e uomini armati che controllano le strade?”.

Articolo pubblicato da Wired il 2.12.2015: http://www.wired.it/attualita/politica/2015/12/02/vera-storia-pablo-escobar/