L’autogol del Brasile alle porte di COP20

Paolo Lima, Altreconomia

Nei giorni che hanno preceduto la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, in corso a Lima, il Brasile ha quasi segnato un autogol, e inizia in svantaggio i negoziati che si svolgono fino al 12 dicembre.
Per quanto riguarda la produzione energetica, infatti, il 28 novembre si è svolta l’ultima asta per l’energia dell’anno, durante la quale sono stati acquistati 4.936 megawatt (MW) di energia elettrica per alimentare il mercato a partire dal 2019.

Oltre il 65% del totale in vendita all’asta era energia proveniente da fonti rinnovabili: solare, eolica e biomasse. Tuttavia, il risultato è stato deludente, come valutato da Greenpeace e molte altre organizzazioni che operano in difesa di uno sviluppo equo e sostenibile: “Di tutta l’energia contrattata, solo il 19% proverrà da energia eolica e il 12% della biomassa. Le fonti che hanno conquistato maggiore spazio sono il carbone e il gas naturale, deludendo le aspettative di un orizzonte rinnovabile e sostenibile”, afferma Greenpeace in un comunicato.

“Il triste paradosso è che partecipando alla COP in Perù, il governo brasiliano intende sostenere il suo ruolo di leadership globale nella riduzione delle emissioni di gas serra. Ma in realtà non sta facendo il proprio dovere”, dice Ricardo Baitelo, coordinatore della campagna Clima ed Energia per Greenpeace Brasile.
Più di due terzi dell’energia acquistata è stata prodotta da centrali termoelettriche a gas naturale e carbone (equivalente a 3.399 MW). La quantità di energia proveniente da eolico, purtroppo, ha raggiunto solo i 926 MW a fronte di ben 14.155 MW offerti. L’energia solare acquistata, a sua volta, non raggiungeva nemmeno un megawatt. Questo è un risultato insignificante per le fonti energetiche più promettenti. Parte di questo risultato è dovuto al fatto che il prezzo fissato dal governo è poco attraente per gli investitori.
Secondo il parere degli ambientalisti, il ritorno al carbone come nuovamente acquistabile rappresenta una grave battuta d’arresto per il futuro energetico del Brasile e mostra una mancanza di visione a lungo termine e dell’industria responsabilità per il futuro del pianeta. Stiamo parlando di una fonte di energia che appartiene al diciottesimo secolo: il carbone, con un elevato impatto ambientale, è il più grande emettitore di gas serra. Così come il gas naturale, che è anche un fossile e fonte inquinante.

Un altro punto critico e sfavorevole per il Brasile è stato sottolineato dagli esperti dell’Observatório do Clima, rete di organizzazioni ambientaliste brasiliane. Dai recenti rapporti basati sui dati delle emissioni di gas serra, quelle del Brasile sono aumentate del 7,8% nel 2013, nonostante la bassa crescita economica del Paese nello scorso anno in termini di prodotto interno lordo, che si è fermato a un più 2,6%.
E non solo: tra il 2012 e il 2013, l’Amazzonia ha sofferto l’aumento dei tassi di deforestazione del 29%, in contrasto a un periodo di quasi un decennio in cui si sono verificate riduzioni significative. Lo scorso anno, le emissioni associate alla deforestazione sono aumentate del 16%, secondo i dati delle emissioni di gas serra dell’Observatório do Clima.
In questo senso, l’Osservatorio “si aspetta che il Brasile assuma una posizione coerente con ciò che già è stato detto nelle precedenti Convenzioni delle parti sui cambiamenti climatici. Nei confronti del Paese sudamericano ci sono grandi aspettative in questo importante momento di negoziati sul clima”.

Articolo pubblicato da Altreconomia il 4.12.2014: http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=4946