EZLN, il potere diluito

Orsetta Bellani, Arivista (Foto: O.B.)

Il nostro ruolo è orientare la società civile 

con l’esempio della nostra democrazia interna.

Vogliamo darle tempo affinché possa cominciare

a far funzionare la nuova cultura politica

che consiste nel “comandare ubbidendo”,

come facciamo nelle comunità.

Comandante Tacho

 

Arturo mischia le carte e le riparte. Davanti a noi si estendono Los Altos de Chiapas, che in questa zona ricordano le colline toscane, anche se siamo a più di mille metri sul livello del mare. Dobbiamo vigilare la strada che inizia lontano e traccia una linea marrone sulle montagne verdi e dolci, dalla vegetazione bassa. Spesso alziamo lo sguardo dal tavolo di gioco, per assicurarci che non arrivi l’esercito. Anche se da più di un anno non entra nella comunità di San Felipe, l’assemblea ha deciso di continuare con i turni di guardia.

L’ultima volta che è arrivato, racconta Arturo, i suoi compagni con un ordine di arresto hanno fatto in tempo a scappare. Un giudice li cerca per la resistenza che hanno organizzato a un’impresa canadese, che vorrebbe estrarre l’oro nascosto tra le pietre della loro collina. Per farlo contaminerebbe la falda acquifera con il cianuro, rendendo l’acqua imbevibile.

Arturo poggia sul tavolo un cellulare che suona una musica ranchera e giochiamo. Vince, mi arrabbio, mi prende in giro. Tutti gli zapatisti che ho conosciuto sono ironici e antidogmatici, a differenza di molti rivoluzionari latinoamericani. “Dovreste coltivare un po’ di senso dell’umorismo”, ha consigliato il subcomandante Marcos durante la sua ultima apparizione pubblica. “Non solo per la salute mentale e fisica, ma anche perché senza non si può comprendere lo zapatismo”.

Arturo ha 27 anni e appartiene a una delle due famiglie zapatiste di San Felipe. Le altre si dividono tra priiste (vicine al Partido Revolucionario Institucional-PRI) e simpatizzanti zapatiste aderenti alla Sexta, prima chiamata Otra Campaña, l’iniziativa lanciata dall’EZLN nel 2005 con la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona. La proposta zapatista è riunire i soggetti antiliberisti e apartitici di tutto il mondo, politicamente affi ni all’EZLN, creando una rete di collettivi solidali tra loro che riconoscano, allo stesso tempo, la singolarità di ogni contesto.

Murales nel Caracol di Oventic. Foto: O.B.

Murales nel Caracol di Oventic. Foto: O.B.

Si tratta di costruire un mundo donde quepan muchos mundos, un mondo che contiene molti mondi. A San Felipe, racconta Arturo, antizapatisti e filozapatisti vivono insieme senza tensioni esplicite, ma ci sono comunità in cui la convivenza può creare problemi così forti da sfociare nel paramilitarismo. I Municipi Autonomi Ribelli Zapatisti (MAREZ), infatti, non occupano uno spazio geografico separato dai municipi ufficiali, ma coesistono su giurisdizioni e territori paralleli.

“Che differenza c’è a San Felipe fra zapatisti e aderenti alla Sexta?”, chiedo ad Arturo. “Siamo tutti indigeni maya tzotziles e dal punto di vista ideologico non ci sono differenze rilevantiti”, mi spiega. “Però noi zapatisti possiamo essere chiamati a ricoprire un incarico politico all’interno dell’organizzazione, o possiamo essere convocati dalla Giunta di Buon Governo per costruire una scuola o una clinica”.

“Secondo usi e costumi”

Arturo mi dice che non ha mai fatto parte della Giunta di Buon Governo, ma prima o poi gli piacerebbe. La Giunta è l’organo di governo zapatista e ce n’è una per ogni Caracol, le “zone zapatiste” create nel 2003 come reazione al tradimento dei partiti politici.

Nell’aprile 1995, nel paese di San Andrés Larráinzar (Chiapas) iniziarono i dialoghi di pace con il governo messicano, a cui gli zapatisti chiedevano il riconoscimento del diritto dei popoli indigeni a lavoro, terra, casa, alimentazione, sanità, educazione, indipendenza, libertà, democrazia, giustizia, pace, informazione e cultura. Che venisse, in pratica, riconosciuto il loro diritto ad esercitare l’autonomia, ossia la facoltà di governarsi in modo indipendente e con le proprie leggi, una delle principali rivendicazioni dei popoli indigeni a partire dagli anni ’70 nella lotta al colonialismo e all’integrazionismo.

L’autonomia è stata praticata ancestralmente dagli indigeni americani e il governo secondo “usi e costumi” non è un’invenzione dell’EZLN. Prima dell’arrivo dei conquistadores europei, le comunità si governavano seguendo le proprie regole e secondo la propria visione del mondo. La logica politica che muoveva i governi pre-ispanici e quelli che oggi vengono definiti “secondo usi e costumi” è, essenzialmente, assembleare. La comunità si riunisce per cercare il consenso in un processo che può essere lungo e complicato, ma la decisione finale metterà d’accordo tutti. Si tratta di prediligere, nel processo decisionale, la democrazia all’efficienza, che sarebbe senz’altro maggiore se il potere venisse affi dato a un piccolo gruppo.

Nel 2011 a San Cristóbal de Las Casas, davanti a un pubblico rapito, il sociologo Boaventura de Souza Santos offrì un esempio del metodo con cui le comunità indigene scelgono i propri rappresentanti. Alle elezioni boliviane del 2010 un candidato venne eletto con il 99% dei voti. L’opposizione, stupita per la vittoria schiacciante e inverosimile, denunciò la frode elettorale. Si scoprì poi che la comunità si era riunita durante quattro giorni per decidere quale candidato appoggiare e, una volta raggiunto il consenso, andò alle urne votandolo in massa. Gli indigeni boliviani presero la loro decisione attraverso il sistema consensuale della democrazia comunitaria, e andarono poi alle urne per compiacere la democrazia rappresentativa.

La democrazia comunitaria degli indigeni mesoamericani ha caratteristiche del tutto simili. Già nel XVI secolo gli spagnoli s’erano accorti che i maya erano poco rispettosi delle autorità, e più propensi a discutere in assemblea piuttosto che affidarsi a capi politici. Scrive Eduardo Galeano nella sua opera Specchi:
“I nuovi signori erano sconcertati: questi indios senza re avevano perso l’abitudine a ubbidire. Frate Tomás de la Torre raccontava, nel 1545, che i tzotziles di Zinacatán (Chiapas) mettevano uno a dirigere la guerra e, quando non lo faceva bene, lo toglievano e ci mettevano un altro. In tempo di guerra o di pace, la comunità sceglieva
come autorità la persona che, fra tutte, sapeva ascoltare meglio. Il potere coloniale dovette consumare molti flagelli e molte forche per obbligare i maya al pagamento delle tasse e al lavoro forzato. In Chiapas, nel 1551, il magistrato Tomás López constatava che si negavano alla schiavitù e lamentava: «È gente che lavora solo quando ha bisogno.» E un secolo e mezzo dopo, a Totonicapán (Guatemala), il funzionario Fuentes y Guzmán dovette riconoscere che il nuovo despotismo non era riuscito ad avanzare molto. Gli indios continuavano a vivere senza una testa superiore a cui obbedire, e fra di loro era tutta una riunione, una discussione, un consiglio e un mistero, lasciando solo dubbi ai nostri”.

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Zapatiste del Caracol de La Garrucha. Foto: O.B.

Niente stadio, ma una clinica erboristica

Io e Arturo parliamo del fuso orario. Gli dico che in Europa l’orologio segna 7 ore in meno rispetto a San Felipe, e che là saranno le 3 di notte. Mi chiede come faccio a non aver sonno se nel mio paese è ancora buio, e come funziona questa storia del fuso orario. Ammetto che non glielo so spiegare. Domanda dov’è il mio paese, quante ore di autobus ci vogliono per raggiungerlo, se si trova vicino agli Stati Uniti. Mi dice che gli piacerebbe visitare gli Stati Uniti, e anche Città del Messico.

Mi racconta di quando, nel marzo 2011, la Marcia del Colore della Terra accompagnò la comandanta Esther fino a Città del Messico, dove tenne un discorso di fronte al Congresso dell’Unione. La mobilitazione, che attraversò metà del paese per poi riempire la piazza centrale della capitale, venne seguita da persone di tutto il mondo, tra cui 250 italiani. Lo scopo della marcia era spingere il Congresso a ratificare gli accordi di San Andrés, già firmati dal governo, che riconoscevano il diritto all’autonomia indigena.

Il mese successivo tutti i partiti, tra cui il Partido de la Revolución Democrática (PRD, di centrosinistra) di Cuauhtémoc Cárdenas, che si era riunito varie volte con l’EZLN, misero da parte gli accordi di San Andrés e votarono un’altra legge. Questa non riconosceva l’autonomia dei popoli nativi che si appellarono, inutilmente, alla Suprema Corte.

A due anni dal tradimento del PRD, che portò gli zapatisti a criticare aspramente il sistema partitico e gli intellettuali di sinistra messicani, venne annunciata la creazione dei Caracoles. Stanchi di aspettare che il Congresso sancisse il diritto all’autonomia, gli zapatisti decisero unilateralmente di esercitarla, si staccarono definitivamente dal PRD e sospesero qualsiasi tipo di contatto con il governo messicano. In questo senso, il movimento indigeno chiapaneco si distingue da quelli di altri paesi latinoamericani, come Bolivia ed Ecuador, per cui l’autonomia è una necessità che viene continuamente negoziata con lo stato.

L’8 agosto 2003, anniversario della nascita di Emiliano Zapata, l’EZLN annunciò la formazione delle Giunte di Buon Governo per coordinare i Municipi Autonomi Ribelli delle cinque regioni in cui fu diviso il territorio zapatista, chiamate, per l’appunto, Caracoles. Con la loro creazione, l’EZLN separò la gestione militare da quella politica, lasciando alle basi d’appoggio il governo delle comunità nell’esercizio del mandar obedeciendo, il “comandare ubbidendo” che è uno dei più noti ed efficaci motti zapatisti.

“Qui il popolo comanda e il governo ubbidisce”, scrivono all’entrata dei Caracoles. Ogni giunta rimane in carica per tre anni, e le persone che ne fanno parte vengono destituite se non rispettano il mandato dell’assemblea generale, che è la massima autorità politica della zona.

I membri della Giunta non governano tutti insieme, ma per gruppi che si danno il cambio ogni settimana o 15 giorni, a seconda del Caracol. L’incarico non è retribuito ed è rotativo, scelta che impedisce l’accumulazione di potere e di soldi nelle mani dei governanti, visto che non ha senso comprare una persona che dopo pochi giorni non ci sarà più.

Il mandato rotativo evita anche la professionalizzazione della politica e la formazione di una casta di dirigenti: i membri della Giunta di Buon Governo sono contadini che per un periodo si prestano alla gestione della cosa pubblica, e che saranno nuovamente contadini una volta tornati a casa dove, in loro assenza, la comunità si sarà incaricata dei loro campi e della famiglia.

Il governo rotativo comporta, però, alcune criticità. Esiste, ad esempio, un problema di continuità nell’implementazione dei progetti che organizzazioni o persone esterne al movimento propongono nei territori autonomi, che spesso si mettono d’accordo con una Giunta di Buon Governo e quando tornano ce n’è un’altra.

La solidarietà nazionale e internazionale è molto importante per gli zapatisti e si concretizza nella proposta di progetti di vario tipo, come corsi di formazione nelle comunità o opere infrastrutturali. In fila davanti all’ufficio della Giunta di Buon Governo, oltre a chi vive nella zona ed è in attesa di parlarle per questioni agrarie o inerenti giustizia, salute, educazione e registro civile, spesso si trovano anche persone venute da fuori per proporre il proprio progetto.

Altri sono lì per consegnare una donazione, e la Giunta di Buon Governo deciderà in che modo investire i soldi senza dover accettare le priorità dei donanti, come avviene normalmente con fondazioni e ONG. Nel 2003 un gruppo di ragazzi di Bergamo arrivò alla Realidad, nella selva Lacandona, per donare agli zapatisti il denaro raccolto durante un torneo di calcio intitolato a Francesco Romor, un tifoso veneziano morto prematuramente. I bergamaschi avevano l’idea di utilizzare il denaro per costruire uno stadio nella comunità di Guadalupe Tepeyac, ma la Giunta di Buon Governo propose di investirlo nella costruzione di una clinica erboristica, che riteneva più utile.

Caracol di Oventic. Foto: O.B.

Caracol di Oventic. Foto: O.B.

Super-uomini? No grazie

L’antiverticalismo è presente anche nella struttura dell’EZLN. Se i partiti e le altre organizzazioni politico-militari mettono al vertice i propri leader e alla base i militanti, nell’EZLN le decisioni più importanti non vengono prese dalla cupola militare, ma dalle comunità. La stessa decisione di insorgere in armi, ad esempio, è stata presa dopo un lungo processo di confronto tra le basi zapatiste.

In un’intervista al giornalista uruguayano Raúl Zibechi, il comandante Tacho racconta come i comandanti e le comandante dell’EZLN, che possono essere politici o militari, vengono scelti dalle comunità: “Tutti noi comandanti siamo stati eletti democraticamente dalle assemblee delle comunità, o dai responsabili locali che eleggono quelli regionali. L’assemblea elegge i delegati al Comité Clandestino Revolucionario Indígena (CCRI), perché i compagni della base devono sapere chi eleggono e se le persone si comportano male la base le toglie”.

Fino al maggio 2014, il comando militare zapatista era affidato a Marcos, che ha più volte affermato che il fine ultimo dell’EZLN è scomparire come organizzazione militare. Per questo Raúl Zibechi ha coniato la paradossale definizione di “guerriglia antimilitarista”, sottolineando le differenze tra l’EZLN e le altre guerriglie latinoamericane, anche nel loro rapporto con i popoli indigeni.

Nel vicino Guatemala, ad esempio, la struttura di comando dell’Ejército Guerrillero de los Pobres (EGP), che operò dal 1974 fi no agli accordi di pace del 1996, prevedeva che gli indigeni dovessero sottostare alle decisioni dell’avanguardia meticcia. A partire dagli anni ‘80, in Perú l’organizzazione armata Sendero Luminoso seminava il terrore tra contadini e nativi, arrivando a sgozzare quasi un’intera comunità di indigeni asháninka nella selva amazzonica. In Nicaragua il governo rivoluzionario sandinista deportò il popolo miskito dal luogo in cui aveva sempre vissuto, per poi cambiare idea nel 1987 quando ne riconobbe l’autonomia.

“Qui in Colombia i movimenti indigeni rispettano l’Ejército de Liberación Nacional (ELN) e in alcune regioni anche le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC), ma ci sono state tensioni molto forti”, spiega l’antropologo colombiano Efraín Jaramillo. “Quando negli anni ‘80 gli indigeni della regione del Cauca formarono il gruppo armato Quintin Lame per difendersi dai latifondisti, le FARC si proposero per addestrarli. I membri del Quintin Lame raggiunsero il luogo dell’addestramento, e lì le FARC li fucilarono”.

La logica dell’EZLN è molto differente. Alcuni suoi simpatizzanti un po’ ciechi tendono a vedere gli zapatisti come super uomini e super donne incapaci di incorrere in tentazione o in errore, e le loro comunità come mondi perfetti e senza macchia. Questo, ovviamente, non è vero. Gli zapatisti sono persone come tutte le altre, capaci di provare sentimenti come ira o avidità. Sono però esseri umani provvisti di una forte etica e può sorprendere come il loro comportamento sia coerente con essa.

“Pensano che i figli e le figlie dei comandanti e delle comandanti dovrebbero usufruire di viaggi all’estero, di studi in scuole private e poi di alti posti nelle imprese e nella politica”, scrive Marcos in Tra luce ed ombra. “Che invece di lavorare la terra per ottenere il cibo attraverso l’impegno e il sudore, dovrebbero farsi belli nelle reti sociali e divertirsi nelle discoteche, esibendo lusso”.

Un’idea di potere differente

Il sole si abbassa sulla comunità di San Felipe e con lui la calura soffocante del pomeriggio. La campagna s’inonda di luce e la piazzetta, dove di giorno pascola un asino solitario, inizia a riempirsi di gente. È un rituale che si ripete ogni giorno a San Felipe, costante e puntuale come il tramonto.

I priisti giocano a calcio, gli zapatisti e gli aderenti alla Sexta preferiscono il basket. Le donne si siedono davanti alla scuola, ogni tanto guardano la partita ma parlano d’altro. Le gioie dello sport sono riservate agli uomini.

Arturo arriva con una chitarra, canta una canzone che parla di un camaleonte e piace ai bambini. La cantano in coro mentre altri si rincorrono, giocano a “esercito e zapatisti”, una versione locale di guardie e ladri in cui tutti scelgono il ruolo di zapatista. Sono la nuova generazione del movimento, nata e cresciuta nelle comunità ribelli, studiando con maestri zapatisti che li educano all’autonomia, alla capacità di riflettere e deliberare.

In un’intervista alla giornalista Laura Castellanos, il subcomandante Marcos ha spiegato che la nuova generazione non si aspetta nulla dal governo né dai partiti, e sa di doversi risolvere i problemi da sola. È una generazione cresciuta con un’idea di potere differente da quella a cui siamo abituati.

È un potere diluito, che non deve essere preso con la forza ma ristrutturato dal basso a partire dalle comunità, lontano dal verticalismo che domina le istituzioni, i partiti politici e le organizzazioni sociali. Come dal leninismo che, secondo Gustavo Esteva, ha dominato il modo di pensare della sinistra come della destra:
“Il leninismo è un’ingegneria sociale imposta dall’alto, dal tetto degli intellettuali e dei dirigenti, dopo aver preso il potere statale. Uno stato che sarà fascista se viene preso dai fascisti, rivoluzionario se lo prendono i rivoluzionari. Uno stato che, in ogni caso, viene visto come qualcosa di innocente che bisogna conquistare per poter fare la rivoluzione, che basta cambiare i dirigenti per fare felice il popolo, che togliendo Peña Nieto e mettendo al suo posto un altro risolveremo i problemi della società”.

Gli zapatisti vogliono invece cambiare alla radice la struttura del potere e decentralizzarlo. Criticano i “rivoluzionari di professione” che finiscono per avere un atteggiamento autoritario e paternalistico nei confronti delle proprie basi. Una concezione del potere che non fa che rifl ettere la democrazia comunitaria e assembleare praticata dagli indigeni dalla notte dei tempi.

Lo stesso Marcos ha raccontato di come la sua costruzione teorica marxista abbia iniziato a dissolversi nel momento in cui è entrato a contatto con la realtà indigena. In questa critica all’avanguardismo, la decisione di “far scomparire” il subcomandante Marcos per lasciare spazio alla collettività è stata un’incredibile lezione di coerenza.

Articolo pubblicato sul mensile Arivista nel mese di ottobre 2014.