Inizia a Roma il processo al Plan Condor

Generali dittature sudamericane
Orsetta Bellani, Il Secolo XIX

Oggi presso il Tribunale di Roma si terrà la prima udienza del processo al Plan Condor, che tenterà di far luce su una pagina oscura della storia contemporanea.

Durante i suoi viaggi in Sud America, Licio Gelli veniva accolto con grande calore dalle dittature militari di Uruguay, Cile e Argentina, che contavano con persone iscritte alla P2: Gelli era anticomunista e come tale molto stimato. Erano gli anni della Guerra Fredda, e in nome del capitalismo il governo statunitense appoggiava colpi di stato e associazioni segrete in Italia come in altri paesi, macchiandosi di numerosi delitti.

In Sud America negli anni ’70 i servizi segreti nordamericani (CIA) promossero il cosiddetto Plan Condor, che prevedeva lo scambio di informazioni e la cooperazione tra le dittature militari sudamericane, al fine di eliminare l’opposizione politica. Chiunque fosse anche solo sospettato di essere di sinistra – tra cui liceali che manifestavano contro i rincari dei libri scolastici e dei biglietti dell’autobus – veniva prelevato dalla propria casa, interrogato sotto tortura per giorni e spesso gettato in mare. Sono i desaparecidos, parola di cui in italiano non esiste traduzione: giovani spariti nel nulla che lasciano i propri familiari nell’infinita attesa del ritorno o dell’accertazione della morte, che permetterebbe la sepoltura e l’elaborazione del lutto.

Secondo il geografo statunitense Kenneth Hewitt, negli ultimi cento anni la violenza di stato ha causato la morte di circa centosettanta milioni di persone, più di quante sono rimaste uccise in guerra nello stesso periodo.

Tra le decine di migliaia di desaparecidos che pesano sulla coscienza della CIA e dei servizi segreti di Cile, Argentina, Brasile, Uruguay, Bolivia, Paraguay, Perù, Ecuador, Colombia e Venezuela, ci sono anche alcuni cittadini italiani. Come Daniel Alvaro Banfi Baranzano, il cui cadavere è stato rinvenuto nel 1974 nei pressi della capitale argentina Buenos Aires, ricoperto di calce per ostacolarne l’identificazione, o Gerardo Gatti, “che veniva sottoposto a brutali e inumane torture a seguito delle quali decedeva nel luglio 1976”. La cittadina italiana Sara Rita Méndez Lompodio venne sequestrata in Argentina con il figlio di venti giorni, e interrogata sotto tortura nel centro clandestino di detenzione conosciuto come “Automotores Orletti”.

Ventitré famiglie di desaparecidos di cittadinanza italiana hanno presentato denuncia in forza del principio di extraterritorialità presso il Tribunale di Roma, che nel 1998 ha aperto un’inchiesta. Ci sono voluti quindici anni per arrivare alla richiesta di rinvio a giudizio, presentata il 31 gennaio 2013 dal procuratore Giancarlo Capaldo. L’inchiesta si è mossa tra mille difficoltà, causate soprattutto dalla scarsa la cooperazione da parte delle autorità sudamericane. Già nel 2007 il tribunale di Roma aveva emanato un ordine di arresto nei confronti di centoquaranta persone nel quadro del Plan Condor, tra cui l’ex militare uruaguayano Néstor Jorge Fernández Troccoli, che dopo essere stato arrestato a Salerno venne rilasciato per mancanza di prove. Lo stesso avvenne con l’ex procuratore militare cileno Alfonso Podlech Michaud, accusato di aver fatto sparire il sacerdote italiano Omar Venturelli.

Finalmente oggi – a sette mesi dall’inizio del processo al Plan Condor che si sta tenendo a Buenos Aires – anche il Tribunale di Roma inizierà a giudicare alcuni membri dei servizi segreti e delle giunte militari sudamericane, in un processo in cui lo stato italiano si è costituito parte civile. Sono passati più di trent’anni dall’epoca dei fatti, un periodo così lungo che ha permesso alla maggior parte dei carnefici di morire di vecchiaia in serenità e nella completa impunità.

Nessuno dei trentacinque imputati sarà presente venerdì nell’aula romana: non ci saranno l’ex presidente peruviano Francisco Morales Bermúdez, l’ex dittatore uruguayano Gregorio Alvarez, l’ex capo dei servizi segreti cileni Juan Manuel Contreras e l’ex Ministro degli Interni boliviano Luis Gómez Arce, che devono rispondere di accuse che vanno dal sequestro di persona all’omicidio multiplo aggravato. Non ci sarà Juan Carlos Larcebeau Aguirre Garay che, secondo la richiesta di rinvio a giudizio, “sembra si sia trasferito nella città di Colonia”, e neanche Ricardo Eliseo Chávez Dominguez, sessantacinquenne ex capo delle operazioni speciali dell’uruguayano FUSNA (Cuerpo de Fusileros Navales), che oggi gestisce una clinica per massaggi a Montevideo, la capitale del paese, e insegna arti marziali in una scuola.

Versione integrale dell’articolo pubblicato il giorno 11.10.2013 sul Secolo XIX